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Made in Immigritaly

di Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti.

Made in Immigritaly: terre, colture, culture è il primo rapporto nazionale, curato dal Centro Studi Confronti e commissionato dalla Fai-Cisl, che studia e mette in luce l’apporto del lavoro immigrato nel settore agroalimentare italiano, comparto strategico della produzione Made in Italy per la sua eccellenza riconosciuta a livello internazionale.

Il Made in Italy è un brand di successo in diversi settori dell’industria, ma è innegabile che tra le prime eccellenze che si pensano associate al Bel Paese ci sia quella del settore agroalimentare. Questo accade per diverse ragioni.

L’Italia è riconosciuta a livello internazionale per la qualità e l’autenticità dei suoi prodotti alimentari, per una lunga tradizione culinaria e un’attenzione particolare alle materie prime. Una tradizione, peraltro, piuttosto remunerativa.

Secondo il National Brand 193 2024 Ranking – una classifica che valuta il valore del marchio di 193 nazioni, compilata da Brand Finance, un’azienda specializzata nella valutazione del valore dei marchi e nella consulenza strategica – il settore agroalimentare italiano vale 580 miliardi di euro, rappresentando una delle primarie fonti di ricchezza del Paese.

A conferma di questo, le esportazioni di prodotti alimentari italiani sono in costante crescita, con aumenti significativi nel 2023 per formaggi (+6%) e prodotti ortofrutticoli freschi (+9%). Secondo un sondaggio YouGov – un’azienda di ricerche di mercato e analisi dei dati con sede nel Regno Unito – il Made in Italy, soprattutto agroalimentare, gode di una percezione di qualità elevata a livello globale, secondo solo al Made in Germany (seppur in altri ambiti).

Il settore agroalimentare italiano, dunque, è ricco di eccellenze ma fino ad ora si è andato a sottostimare il ruolo fondamentale della manodopera (di origine) immigrata, relegando il fenomeno migratorio a costante emergenza sociale o a necessarie braccia da lavoro da confinare alla subalternità.

E seppure sono aumentate le buone pratiche di inclusione e realizzazione nell’agroindustria nazionale, permolti immigrati rimane vivo lo spettro dell’invisibilità.

Nel volume Made in Immigritaly: terre, colture, culture, curato dal Centro Studi Confronti e commissionato dalla Fai-Cisl, l’intento è di ribaltare questa narrazione e rimettere al centro le persone: lavoratori, ma anche stranieri, nuovi cittadini italiani, professionisti, padri, madri, figli e figlie.

Gli immigrati che lavorano regolarmente in Italia, si legge nel rapporto, sono stimati in 2,4 milioni circa, più del 10% degli occupati. In agricoltura, però, il loro contributo è certamente più rilevante di questo valore medio: gli stranieri occupati nel settore sono quasi 362.000 alla fine del 2022, e coprono il 31,7% delle giornate di lavoro registrate.

Di certo i dati istituzionali sono distorti, per l’impatto concomitante del lavoro non registrato e delle registrazioni fittizie finalizzate ad accedere ad alcuni benefici sociali; ma offrono un’indicazione orientativa per cogliere la portata del contributo dei lavoratori immigrati all’agroindustria italiana e dei problemi di tutela che devono fronteggiare.

Le principali provenienze nazionali registrate nei dati istituzionali sono tuttora, nell’ordine: Romania, Marocco, India, Albania e Senegal.
Le nazionalità dei rifugiati non compaiono nelle prime posizioni, e in generale l’Africa subsahariana è sottorappresentata. I lavoratori rumeni diminuiscono: da quasi 120.000 nel 2016 a 78.000 nel 2022; marocchini, indiani e albanesi crescono di qualche migliaio di unità: rispettivamente +7.009, +7.421 e +5.902.

Sostanzialmente stabili i tunisini, passati da 12.671 a 14.071; mentre in termini relativi risulta più marcata la crescita dei senegalesi, che sono quasi raddoppiati, passando da 9.526 a 16.229 (+6.703), e molto sostenuta quella dei nigeriani, passati da 2.786 a 11.894 (+9.108). Aumentano anche i maliani, da 3.654 a 8.123, e i gambiani, da 1.493 a 7.107.

Le fonti statistiche, dunque, certificano sì una crescita dell’occupazione degli immigrati subsahariani nel settore, non tale, tuttavia, da avvalorare la tesi di una sostituzione delle componenti da più tempo insediate.

E se l’Italia continua a vivere una sorta di schizofrenia tra la narrazione dell’immigrazione come “invasione” da una parte, e un sempre più evidente bisogno di manodopera immigrata dall’altra, il dato che emerge dal volume Made in Immigritaly: terre, colture, culture è che il lavoro – quando giustamente retribuito e garantito di tutti i diritti – può essere l’emblema di una “foresta che cresce”.

Ph. Tim Mossholder © via Unsplash 

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Michele Lipori

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