di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Ha fatto clamore la notizia che Bergoglio parteciperà al G7 a conduzione italiana, che si terrà in Puglia dal 13 al 15 giugno. Eppure la sorpresa non dovrebbe essere assoluta, per diverse ragioni.
La partecipazione del pontefice romano al G7 a conduzione italiana, che si terrà in Puglia dal 13 al 15 giugno, non dovrebbe costituire una sorpresa sconvolgente, ma resta un evento di considerevole portata.
La sorpresa non è assoluta per diverse ragioni. Anzitutto, il Vaticano è una potenza politica sullo scacchiere mondiale. Lo è a modo proprio, naturalmente, ma la domanda sarcastica attribuita a Stalin, «Quante divisioni ha il papa?», è miope. Il peso geopolitico del potere romano si misura in termini diversi.
Almeno in Occidente, l’approvazione diretta o indiretta del papa, così come la collaborazione della sua diplomazia, fa piacere a chiunque: dipende dal prezzo, ovviamente, ma quello di una passerella internazionale non è elevatissimo, anzi.
In secondo luogo, siamo in Italia e, precisamente, nell’Italia a guida postfascista: un papa all’occhiello di Meloni costituisce un’occasione assai ghiotta, che è stata colta al volo.
Non stupisce, infine, che l’invito sia stato accolto. Lo sforzo della propaganda romana tende a presentare il papa come l’unica vera autorità spirituale globale e indubbiamente un palcoscenico come il G7 è funzionale a tale immagine. Spesso, va detto, il “magistero” pontificio produce un assenso tanto inevitabile quanto ininfluente sulle politiche concrete (è il caso dei buoni auspici, tradizionalmente elargiti con grande generosità: pace, giustizia, responsabilità nell’impiego delle risorse eccetera).
Al prossimo G7 si parlerà di intelligenza artificiale. Il pontefice, va detto, dispone (anche) su questo di consulenze particolarmente competenti e sperimentate. Ma, a parte il fatto che, oltre che infallibile e invariabilmente profetico, egli viene presentato dai suoi cantori (anche “laici”) come praticamente onnisciente, il gioco mediatico non richiede contenuti sostanziosi o originali, bensì visibilità, la quale è garantita.
Che uno dei potenti della terra sieda al tavolo degli altri potenti e ne condivida i rituali è dunque del tutto normale: può suscitare perplessità in qualcun altro, ma come diceva Giulio Andreotti, che di potere era un grande esperto e a suo modo anche di papi, «il potere logora chi non ce l’ha». Infatti, il papato è fresco come una rosa.
Quello che, a mio avviso, non può invece essere riconosciuto a questa grande istituzione è la pretesa di parlare a nome di tutto il cristianesimo (o, addirittura, delle “religioni”). La ragione è semplicissima: il Cristianesimo è una realtà costitutivamente plurale, il Cattolicesimo romano ne è senza dubbio l’espressione numericamente maggioritaria, ma non l’unica.
È vero che Roma avanza costantemente una pretesa esclusivista, che cioè ritiene di essere l’unica detentrice della pienezza cristiana. Proprio tale atteggiamento, tuttavia, impedisce (o dovrebbe impedire: spesso si registrano preoccupanti incertezze, specie da parte protestante) alle altre realtà cristiane di sentirsi rappresentate dal “Grande Fratello” biancovestito.
La domanda, naturalmente, è immediata e, da parte cattolica, viene posta spesso senza troppi eufemismi: esiste forse, da qualche parte, un’altra istanza cristiana che possa ottenere una visibilità (di solito, anziché di visibilità, si parla di “autorevolezza”, ma allora il discorso si complica, come già si è osservato) anche solo paragonabile a quella del vescovo di Roma?
Tradotto: a chi mai verrebbe in mente di invitare al G7 il Segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, cioè di un organismo del quale la politica, e non raramente i membri delle stesse chiese che ne fanno parte, ignorano financo l’esistenza?
Qui però le questioni si moltiplicano: poco rilevanti per la diplomazia
delle grandi potenze, assai di più per la chiesa cristiana. La prima riguarda esattamente queste due realtà e non è certo nuova: è possibile essere chiesa e potenza diplomatica contemporaneamente? La seconda: che cosa significa «visibilità» nel linguaggio specificamente cristiano? La terza vale, ancora a maggior ragione, anche per certe assemblee protestanti a me note: qual è, per dirla con un teologo del Novecento, la parola realmente ecclesiale, cioè non general-generica, da dire al “mondo”?
Si potrebbe continuare, ma per ora può essere sufficiente.
Ph. Grant Whitty © via Unsplash
Fulvio Ferrario
Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese
di Teologia di Roma.
