di Delia Cascino. Studentessa della scuola di giornalismo Lelio e Lisli Basso
L’Etnomuseo della cultura arbëreshë è un luogo che racchiude una storia lunga 500 anni. Gli arbëreshë, gli albanesi d’Italia, sono infatti una minoranza etno-linguistica che si è stabilita in Italia nel XV secolo, durante l’invasione turca nei Balcani.
«Mantenendo la lingua, gli usi e i costumi, abbiamo mantenuto anche tutta la nostra identità», sostiene Dina Iannibelli, presidente della pro loco di San Costantino albanese, un piccolo borgo della Basilicata. Ci troviamo all’interno dell’Etnomuseo della cultura arbëreshë, un luogo che racchiude una storia lunga 500 anni. Gli arbëreshë, gli albanesi d’Italia, sono infatti una minoranza etno-linguistica che si è stabilita in Italia nel XV secolo, durante l’invasione turca nei Balcani. Una lunga storia, di cui dà conto l’Etnomuseo, disposto su due livelli.
UN PATRIMONIO DA NON DISPERDERE
Al primo piano troviamo delle teche illuminate con i costumi tradizionali, indossati durante le festività. Con sguardo fiero, Dina Iannibelli afferma: «questi costumi sono l’emblema della nostra identità e si distinguono per la loro bellezza e ricchezza di dettagli». Il costume tradizionale per la donna è costituito da un copricapo caratteristico, una camicia di lino bianca con merletti, un corpetto rosso con maniche strette ricamate in oro e una gonna su cui sono cucite fasce di raso bianche e gialle. Il vestito tradizionale maschile è composto invece da pantaloni neri lunghi fino al ginocchio sui quali viene indossata una camicia bianca e un gilet rosso. Completano il vestito le calze di lana e un cappello a punta e larghe falde che ha una funzione soprattutto decorativa. «Le generazioni odierne, spinte da nuove tendenze e nuove abitudini, si allontanano sempre di più dalle usanze della nostra comunità. Non possiamo permettere che le nostre tradizioni siano dimenticate o destinate a estinguersi» ci dice Dina Iannibelli con tono amareggiato. All’interno del piccolo borgo, la pro loco si impegna a mantenere viva la cultura arbëreshë attraverso canti e balli caratteristici del luogo e gemellaggi con altri comuni. Tra i balli caratteristici c’è la vallja. Si tratta di una danza popolare in cui, indossando il costume tradizionale, giovani danzatori e danzatrici formano una catena. Guidati da due flamurtarë (portabandiera), si snodano per le vie del paese eseguendo canti tradizionali. Oltre alla vallja, Dina Iannibelli ricorda l’appuntamento natalizio Flëj ti Bir, il Presepe vivente arbëresh, tra i più significativi e belli d’Italia. La rappresentazione della natività si svolge fra le stradine del centro storico. I personaggi indossano gli antichi costumi, interpretano scene di vita quotidiana di un tempo e gli antichi mestieri in parte scomparsi, tra cui il fabbro, il calzolaio, le ricamatrici di costumi arbëreshë, il falegname, il pastore, le lavandaie.
TRADIZIONI CHE VENGONO DA LONTANO
Ci spostiamo con Dina Iannibelli nella “Casa Parco”, un altro museo della piccola comunità. Ciò che attira la nostra attenzione è l’esposizione dei tradizionali pupazzi pirotecnici, realizzati in cartapesta, chiamati nusazit. La presidente della pro loco ci spiega che sono riempiti con polvere pirica e razzi per generare un moto che si conclude con la detonazione finale. A San Costantino Albanese, in occasione delle celebrazioni in onore della Madonna della Stella, protettrice del paese, si svolgono la seconda domenica di maggio. I nusazit vengono messi su un palco nella piazza principale di fronte alla Chiesa Madre, e accesi nel momento in cui la Madonna è portata fuori dalla chiesa, alla fine della messa. La tradizione nasce agli inizi del XX secolo in Messico: vennero costruiti per la prima volta da Peppino Chiaffitella, un artigiano originario di San Costantino albanese, ritornato dal Messico dove era emigrato.
Ci trasferiamo all’interno della Chiesa Madre. Qui incontriamo don Giampiero Vaccaro, il parroco. La Chiesa presenta tre navate. Inizialmente costruita secondo i canoni del rito romano, fu adattata al rito bizantino nel 1950. «Ciò che ci distingue dagli altri è la particolarità del nostro rito» afferma il parroco. In questo piccolo borgo lucano, infatti, il rito è bizantino. «Il rito bizantino è il rito liturgico utilizzato nelle chiese ortodosse». Nel rito bizantino i sacramenti principali vengono celebrati insieme, al momento del battesimo. La celebrazione liturgica inizia sempre con una preghiera allo Spirito Santo. La santa messa viene cantata interamente in lingua albanese.
A San Costantino Albanese si trova anche una delle ultime opere di Carlo Levi, come ci spiega Nicola Scaldaferri, professore di Etnomusicologia nato e cresciuto nel piccolo borgo lucano. «La visita di Carlo Levi a San Costantino è concentrata in un solo giorno, lunedì 9 dicembre 1974. L’ultimo viaggio lucano di Levi era stato organizzato dall’editore d’arte Francesco Esposito. Originario di San Costantino, Esposito intraprese l’attività di editore d’arte a Torino, lavorando con i principali artisti di quegli anni, da Renato Guttuso a Luigi Guerricchio». Esposito propone a Levi, una volta in Basilicata, di visitare anche San Costantino Albanese, cosa che l’artista accetta di buon grado: «Levi come ricordo del suo passaggio realizza un disegno sulla parete di un edificio, eseguito in modo estemporaneo. Sono raffigurati i volti di tre giovani vestiti con il costume tradizionale arbëresh; si tratta di una formula, quella dei tre volti frontali, che si ritrova in numerosi altri lavori di Levi». Il disegno è una delle ultime opere realizzate dall’artista, morto poche settimane dopo a Roma e sepolto ad Aliano, in Basilicata.
PATRIMONIO IMMATERIALE
Nel patrimonio culturale della comunità di San Costantino Albanese c’è la lingua arbëreshë, che Pina Ciminelli, che sa parlare e scrivere. «Si tratta di una varietà di albanese che presenta influenze da altre lingue, come l’italiano e il greco. È considerata una lingua a sé stante, con una propria grammatica e vocabolario, e rappresenta un importante elemento della cultura e dell’identità della comunità». Pina Ciminelli abbassa lo sguardo e dispiaciuta afferma: «purtroppo le iniziative per il mantenimento della lingua sono davvero poche. Siccome si tratta di una lingua tramandata oralmente, in molti casi non si ha voglia di apprenderla e in alcuni contesti, come in famiglia, non viene tramandata». I progetti per la conservazione della lingua sono limitati e le ore di insegnamento nelle scuole non sono sufficienti. Pina Ciminelli lamenta anche lo spopolamento. Molti giovani decidono di andare a studiare fuori, di conseguenza anno dopo anno la partecipazione a eventi culturali diminuisce. Interviene la nipote Noemi Locuoco. Ha 18 anni, frequenta l’ultimo anno di liceo scientifico e si occupa della maggior parte degli eventi culturali organizzati qui. Con tono affranto ci dice: «dopo la maturità andrò via da qui per studiare medicina, a breve farò il test, mi dispiacerà lasciare il mio luogo natale e le mie tradizioni, ma mi impegnerò anche a distanza».
Anche Noemi, dunque, lascerà San Costantino Albanese. Forse per Roma, dove ha sede l’Istituto centrale per il patrimonio immateriale. Il direttore Leandro Ventura sostiene che «le strategie adottate dall’Istituto per promuovere e conservare le lingue minoritarie sono basate sull’incontro e sul confronto con le comunità e tra le comunità». L’istituto, dal 2012, sviluppa il progetto Gli italiani dell’altrove: incontri con le varie minoranze che si presentano attraverso le loro tradizioni e con la produzione letteraria. Tra il 2012 e il 2019 sono state invitate a Roma tutte le minoranze, in vista di un festival delle minoranze che non si è più tenuto, a causa della pandemia. Ma Ventura non vuole rinunciare all’ultima tappa del progetto: «speriamo di organizzarlo presto».
L’Istituto centrale per il patrimonio immateriale in collaborazione con l’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri sta valutando la possibilità di introdurre degli emendamenti migliorativi alla legge 482 del 1999. La legge, conosciuta anche come Legge quadro per la tutela delle minoranze linguistiche storiche, ha come obiettivo principale la protezione e la promozione delle lingue dei gruppi minoritari sul territorio italiano. Tra le principali disposizioni vi sono la promozione dell’insegnamento delle lingue minoritarie nelle scuole, la creazione di programmi e iniziative culturali per favorirne la diffusione e la valorizzazione, la tutela dei diritti linguistici e culturali delle minoranze, la promozione di servizi pubblici bilingui e la valorizzazione del patrimonio linguistico delle comunità locali.
Foto di copertina: Vestiti tradizionali arbëreshë © Delia Cascino
Delia Cascino
studentessa della scuola di giornalismo Lelio e Lisli Basso



