di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.
Arthur Rimbaud (1854-1891) è considerato come la perfetta incarnazione del “poeta maledetto”, del poeta “veggente”. Scrive giovanissimo le sue prime poesie e nel 1870 fuggirà da casa per dare inizio alla sua personale rivolta contro la società borghese, alla continua ricerca del Vero e del Bello, fino a giungere a rinunciare alla sua amata Poesia.
Un punto di riferimento fondamentale per ogni idea di giovanile rivolta “anti-borghese” è stato e resta Arthur Rimbaud, il poeta nato nel 1854 a Charleville nella grigia provincia francese delle Ardenne, che scrisse i suoi versi tra i quindici e i diciannove anni di età, morto a Marsiglia nel 1891 quando era ancora nei trent’anni e dopo un disperato girovagare africano, succeduto alla immane delusione della possibilità di una vita libera, e diversa, e guidata dal vento di una continua rivoluzione, di una continua ricerca del Vero e del Bello.
Fu presto deluso dalla società, deluso dalla storia, deluso anche nella possibilità di un’amicizia anch’essa assoluta, poco più che adolescente, fuggì col poeta Paul Verlaine di luogo in luogo, e dovendo confrontarsi con la mediocrità dell’uomo e con la mediocrità e l’ipocrisia delle società, della Storia.
Aveva creduto, ragazzo, nella rivoluzione correndo a Parigi per prender parte al grande esperimento della Comune; aveva creduto alla possibilità di far entrare la poesia nella vita, in continua rivolta contro l’ipocrisia borghese e contro quella della religione ufficiale.
Cercava ben altro, il ragazzo Arthur correndo a Parigi; cercava liberazione individuale e collettiva, personale e di tutti e, dopo le delusioni che la Vita e la Storia avevano riservato a lui come a tanti, non gli restò che rinunciare alla Storia e alla Poesia.
Qualche decennio dopo, nella Parigi degli anni successivi al massacro della Prima guerra mondiale, il movimento “surrealista” dei giovani artisti lancerà lo slogan “liberare la Storia, liberare la Vita”, pensando all’incontro necessario tra liberazione individuale e liberazione collettiva dell’Uomo e della Società.
Le sue Illuminazioni poetiche sono la dichiarazione di una disperata e appassionata confutazione del sogno della liberazione di uno e di tutti. Immagini e parole si compongono nei suoi versi per dire una speranza e una disperazione. Ma è infine la disperazione a vincere.
E tuttavia, egli dice: «J’attends Dieu avec gourmandise», “aspetto Dio avidamente”… Il ragazzo Arthur (cui Elsa Morante ha dedicato il titolo stesso di un capolavoro della nostra letteratura, L’isola di Arturo), mosso dalla sete dell’Assoluto, ha dovuto scontrarsi come tanti prima e dopo di lui con la durezza dell’esistenza.
Le eterne utopie dell’adolescenza (di chi calza ancora “suole di vento”…) non hanno retto alla prova della Società e della Storia, e tuttavia la sua voce continua a sollecitarci, a non rinunciare, a non accettare le leggi crudeli della Storia e i limiti crudeli dell’Esistenza.
E di generazione in generazione sempre nuovi adolescenti (d’età o di pensieri) hanno continuato e continuano a confrontarsi con il ragazzo Arthur nella ricerca dell’Assoluto.
Illustrazione © Doriano Strologo
Goffredo Fofi
Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.
