di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore
Intervista a Nabilah Saleh, religiosa egiziana
La devastazione di Gaza, degli individui che ci abitano e dei luoghi, anche i più tradizionalmente inviolabili come scuole, ospedali, campi profughi, continua a un ritmo talmente sostenuto e indisturbato che non sembra più fare notizia. Tra l’inizio e la metà di luglio 2024 sono avvenuti raid su vari campi profughi a Khan Younis, Bureij e Nuseirat, che hanno fatto centinanti di morti tra i quali, naturalmente, molti bambini. Il 7 luglio, è stato bombardata la scuola della Sacra Famiglia ad Al-Remal, a Gaza, gestita dal Patriarcato latino di Gerusalemme. «Il Patriarcato latino – recita una nota ufficiale che cita rapporti e filmati che mostrano scene di vittime civili e di distruzione nel complesso – condanna con la massima fermezza gli attacchi ai civili o qualsiasi azione belligerante che non riesca a garantire che i civili rimangano al di fuori della scena del combattimento». «La scuola – aggiunge la nota – era un luogo di rifugio per centinaia di civili».
I cattolici e più in genere i cristiani di “Terra Santa” hanno da tempo cominciato ad alzare i toni della condanna dei metodi brutali di Israele contro la popolazione civile inerme. Durissima, in questa direzione, la posizione della Commissione Giustizia e Pace di Terra Santa: «Siamo indignati dal fatto che gli attori politici in Israele e all’estero stiano utilizzando la teoria della “guerra giusta” per perpetuare e legittimare la guerra in corso a Gaza». Al pronunciamento dell’organismo cattolico, fa eco un altro, questa volta di Caritas Internationalis che, dopo aver specificamente condannato i bombardamenti dell’ Israel Defence Forces (Idf) aggiunge: «Dopo nove mesi di guerra le atrocità continuano. Nessun luogo è sicuro a Gaza».
Il lavoro di Nabilah Saleh
Per capire di più riguardo questa sconvolgente situazione dall’interno, Confronti ha raggiunto suor Nabilah Saleh, una religiosa egiziana della congregazione del Rosario di Gerusalemme. Ha vissuto per 13 anni ha a Gaza e ha svolto il ruolo di direttrice della scuola delle Rosary Sisters nel Nord della Striscia. Ora, solo perché costretta da una situazione di salute precaria, ha dovuto lasciare Gaza per il Libano.
«Sono a Beirut, ho lasciato Gaza alla fine di aprile, poco prima che Israele conquistasse Rafah dalla parte palestinese ma il mio cuore resta lì. Purtroppo non essendoci strutture sanitarie funzionanti non sarei potuta rimanere a causa della mia salute ma spero con tutta me stessa di tornarci presto».
Che situazione ha lasciato e che notizie le arrivano da Gaza?
«Quando sono andata via la situazione era molto dura perché i bombardamenti non sono mai cessati, neanche per un giorno. In ogni luogo, anche in quei posti considerati più sicuri e calmi. A Gaza nessun luogo è sicuro, assolutamente nessuno. I cristiani sono rimasti al nord e vivono l’incertezza quotidiana unita a enormi bisogni, manca il cibo, l’acqua, l’elettricità, ormai al Nord non arriva più niente. Quando sono andata via, pensavo che peggio di così non potesse andare ma posso dirle con certezza che ora la situazione è peggiorata, nelle ultime due settimane sono ritornati i soldati israeliani nel quartiere di Zaitoun e in altri della zona settentrionale, ricevo costantemente notizie dai nostri parrocchiani e dai nostri maestri volontari».
Di recente è stata bombardata la Scuola della Santa Famiglia a Al-Remal, gestita del patriarcato latino mentre a inizio novembre è stata distrutta a causa di un raid israeliano la vostra scuola del Rosario. Ormai non esistono safe haven e luoghi come scuole, ospedali vengono colpiti senza riguardo…
«È un aspetto spaventoso, nella scuola della Santa Famiglia c’erano quasi 400 rifugiati, sono morte 45 persone circa o forse di più. A novembre invece hanno letteralmente raso al suolo la nostra scuola. In quel momento non c’era nessuno perché dall’11° giorno dallo scoppio della guerra tutta la nostra zona è stata dichiarata “rossa” e abbiamo dovuto chiudere, siamo dovuti andare via tutti. Quando la situazione si è un po’ calmata, sono andata a vedere e ed era tutto distrutto. Ho sentito una fitta al cuore, che senso ha bombardare le scuole, gli ospedali? Significa strappare via ogni possibile futuro per la nostra gente, anche quando finirà questa guerra. Pensi che noi avevamo 1.250 studenti, una scuola piena zeppa di vita. Ora non abbiamo più notizie dei nostri ragazzi, sappiamo che una ventina di loro sono morti con le loro famiglie. Era una bellissima esperienza di convivenza tra una minoranza di ragazzi cristiani e una maggioranza di musulmani: tutto distrutto. Per noi è sempre stato un orgoglio poter educare, svolgere per la società un ruolo molto importanti, e la convivenza con i musulmani che ci conoscono e sanno cosa facciamo è sempre stata molto buona».
A proposito di scuole bombardate e di inaccessibilità, l‘anno accademico è saltato per tutti gli studenti di Gaza di ogni ordine e grado?
«Dal 7 ottobre tutte le scuole sono chiuse e non sono mai state riaperte. Tutti i nostri studenti di Gaza hanno perso l’anno. E non so cosa accadrà perché il fuoco non cessa e non sappiamo cosa succederà per il prossimo anno scolastico. Nelle nostre comunità ci sono insegnanti delle nostre scuole, che fanno volontariamente un po’ di lezioni e attività per far distrarre e sfogare i bambini, qualcuno svolge sostegno psicologico. Le attività sono difficili anche perché la presenza è ridotta, sono rimaste le Suore di Madre Teresa di Calcutta, le Suore del Verbo Incarnato, il parroco e il vice della chiesa della Sacra Famiglia, padre Gabriele e padre Yusuf. Per il resto non abbiamo prospettive, non c’è possibilità di lavorare, tutto il paese è bloccato».
Che spazio resta alla speranza?
«Quando c’è Dio, il Dio della storia, c’è sempre la speranza. La fiducia è che presto la gente possa tornare a pensare al futuro, a respirare l’aria di futuro, ora non si respira proprio. Io sono stati lì per molto tempo e so cosa soffre la popolazione, si vive sempre in tensione, non sai se ci sarà un domani e questo anche prima della guerra. Le posso dire, però, che l’esperienza più bella che ho vissuto con i cristiani di Gaza è vedere che hanno ancora tanta fede».
Qual è l’appello che lancia ai cristiani del mondo e alla comunità internazionale?
«L’Europa dice di essere la culla dei diritti ma quello che sta succedendo a Gaza è la morte dei diritti umani. È stato svelato il velo, a Gaza sono finiti i diritti umani, non si riesce più a vedere la dignità della persona, non c’è più alcun rispetto. Nei Paesi europei fate sentire il vostro grido ai vostri governanti, chiedo a chi è responsabile di immedesimarsi nella nostra situazione per un momento: e se quei bambini che muoiono di fame fossero i loro? Se quella mamma che ha perso tutta la famiglia, se quegli anziani che muoiono di stenti, quei padri, quelle sorelle, quei fratelli…fossero i loro? Questo è il mio grido e spero che il Signore conceda tenerezza ai cuori induriti per dire basta, la gente non ha più respiro».
Ph. Gaza © Mohammed Ibrahim
Luca Attanasio
Giornalista e scrittore
