di Camillo Cantarano. Giornalista freelance
Coinvolto in una sanguinosa guerra civile sotto rappresentata dai media, l’unica cosa che sembra unire le varie fazioni della popolazione yemenita è la forte determinazione a lasciare il Paese. Il punto di vista di Aladin Housseini al-Baradouini, artista yemenita esule a Roma.
«Pensavo di andare a vivere a Parigi. L’Italia era solo di passaggio. Ma ero clandestino, non potevo andarmene dall’Italia e quindi sono rimasto qua. Alla fine ho costruito la mia vita a Roma, a Parigi non ci penso più». Sono quindici anni che Aladin Housseini al-Baradouini vive a Roma. Artista, poeta, intellettuale dissidente, anarchico, dal 2013 gestisce la Biblioteca abusiva metropolitana, che il quartiere di Centocelle conosce come Bam.
La storia di Aladin inizia da lontano, da Dhamar, nello Yemen occidentale. Da lì è partito nel 2005, dieci anni prima della guerra civile che ha spaccato il Paese almeno in tre: da una parte i gruppi fedeli al presidente Abdrabbuh Mansur al-Hadi, sostenuti da Arabia Saudita ed Emirati; poi gli houthi, sciiti, sostenuti dall’Iran; infine al-Qaeda, che governa il centro del Paese. A queste si aggiungono decine di “sottofazioni” e milizie. Come spesso accade, le vittime di questa guerra per procura fra Iran e sauditi sono i civili: i morti sono 20.000; l’80% della popolazione è sotto la soglia di povertà; il già fragile Indice di sviluppo umano è sceso al 183° posto su 191. E carestie, epidemie, cambiamenti climatici rafforzano questa fragilità.
FACTS
Il movimento Houthi – ufficialmente conosciuto come Ansar Allah, “i sostenitori di Dio” e il cui motto è “Dio è il più grande / Morte all’America / Morte a Israele / Maledizione sugli ebrei / Vittoria all’Islam” – è un gruppo fondamentalista islamico che è stato uno dei principali attori della guerra civile yemenita a partire dal 2014. Il movimento è emerso negli anni ’90 in opposizione all’influenza straniera nel Paese e alla corruzione del governo yemenita. Il movimento houthi è composto prevalentemente da musulmani zaiditi, un ramo dell’Islam sciita che ha avuto origine nell’VIII secolo e che è stato dominante nello Yemen per quasi mille anni fino alla rivoluzione repubblicana del 1962.
Le proteste della Primavera Araba del 2011 hanno svolto un ruolo significativo nell’ascesa del movimento Houthi nello Yemen. Gli Houthi hanno sostenuto la rivolta nazionale contro il regime del presidente Saleh e hanno partecipato alle proteste nella capitale Sanaa. Quando Saleh si dimise nel 2012, gli Houthi furono critici nei confronti del processo di transizione che portò al potere il leader sunnita Abdrabbuh Mansour Hadi e hanno approfittato del vuoto di potere nello Yemen settentrionale all’indomani della Primavera Araba per consolidare il controllo territoriale ed espandere la propria influenza. Dal 2012 al 2013, hanno guadagnato seguaci e alleati, spingendosi a Sud, fino a prendere il controllo di Sanaa. accettando inizialmente un accordo di pace mediato dalle Nazioni Unite, ma poi respingendo il progetto di costituzione del governo nel gennaio 2015.
Gli Houthi hanno ricevuto il sostegno (anche militare) dell’Iran e hanno lanciato attacchi contro l’Arabia Saudita e le navi commerciali nel Mar Rosso, interrompendo il commercio globale. A partire dal 2023, in risposta alla guerra tra Israele e Hamas, hanno lanciato missili e droni verso Israele. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno condotto attacchi militari contro gli Houthi in risposta agli attacchi contro navi commerciali internazionali.
DALLA PRIMAVERA ALLA GUERRA CIVILE
La guerra civile è iniziata de facto nel 2011, con le primavere arabe che hanno portato in piazza migliaia di manifestanti contro il presidente Ali ‘Abd Allah Saleh, che governava ininterrottamente il Paese dal 1990. Come nelle altre proteste, nessuno poteva aspettarsi un successo. E invece a dicembre Saleh se ne va e lascia il potere al suo delfino Abdrabbuh Mansur al-Hadi.
Ma il passaggio di consegne non va a buon fine: in 20 anni di dittatura de facto, erano stati silenziati problemi di povertà, carestie, violenza politica. Tutto questo esplode all’indomani delle dimissioni di Saleh. Fiutando la debolezza del nuovo presidente, gli houthi iniziano ad avanzare e a conquistare postazioni nel Paese. Il loro principale alleato diventa lo stesso Saleh. E la sorte arride a loro contro al-Hadi, che nel 2014 è costretto a fuggire dopo la conquista della capitale Sana’a da parte degli houthi. E qui c’è un colpo di scena: Hadi fugge in Arabia Saudita. E trova molto ascolto a Riyadh: la monarchia saudita non può permettersi di avere al suo confine Sud un Paese che sia sciita e alleato degli iraniani, rischia di essere un fattore destabilizzante. Per questo, i sauditi creano una alleanza con le altre nazioni del Golfo e alcuni Paesi africani per iniziare una campagna contro gli houthi. Ma Riyadh riesce anche a coinvolgere i suoi alleati occidentali, in qualche modo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Turchia iniziano a fornire armi, intelligence, logistica per bloccare un’eventuale espansione della sfera d’influenza iraniana.
Così, la guerra fa un salto di qualità. L’intervento della coalizione a guida saudita aumenta il caos, il numero di morti, quello di sfollati. Secondo l’Unhcr, oggi ci sono 4,5 milioni di profughi interni in Yemen e 21,6 mln di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria. In mezzo a questo disordine si inseriscono al-Qaeda e lo Stato Islamico, che conquistano posizioni nel Sud. Nel frattempo, sono venuti meno i due principali protagonisti della guerra: Saleh è stato ucciso dagli houthi nel 2017. Una settimana prima del suo omicidio aveva cercato l’ennesimo voltafaccia, dicendosi pronto a rompere il patto con gli houthi e a parlare coi sauditi.
FACTS
nel Nord-Ovest, sostenuti dall’Iran; il Consiglio di Transizione Meridionale formatosi nel 2017 ad Aden. L’Agenzia umanitaria delle Nazioni Unite
(Ocha) a marzo 2020 riporta che sono quasi 250mila gli yemeniti morti dall’inizio della guerra, di cui circa 100mila come conseguenza diretta dei combattimenti e circa 130mila a causa di fame e malattie. Sono circa 20 milioni di persone – circa i due terzi della popolazione – ad essere ridotte alla fame, con 1,6 milioni di bambini affetti da malnutrizione acuta severa, e 24 milioni di abitanti che necessitano di soccorsi umanitari.
Quando gli chiediamo di Saleh, Aladin fa una smorfia di disgusto «Torna fra una settimana e ne parliamo… Di Saleh posso parlartene per una giornata intera. Un uomo doppio, manipolatore, arido. Sai come lo chiamavano? Il danzatore sulla testa dei serpenti, per quanto era furbo». Chiedendogli di più, scopriamo che Aladin ha incontrato Saleh «Mi ha conferito il premio di miglior giovane pittore yemenita del 2004. Il premio l’ho conservato, ma la sua firma l’ho strappata, talmente tanto lo disprezzo per quello che ha fatto». Una scelta che Aladin ha pagato in modo salato: immortala il momento in cui distrugge la pergamena. Un anno dopo, lascerà lo Yemen: troppe minacce per il suo ruolo di oppositore. Un amico che lavorava per l’Ambasciata gli offrirà la possibilità di partire per l’italia, con il pretesto di finire la sua formazione a Roma. Non tornerà mai più.
Per quanto riguarda al-Hadi, invece, lui ha lasciato il potere nel 2022 a un comitato creato per portare avanti le trattative di pace. Non stupirà sapere che questo comitato è sotto l’egida dei sauditi, che alla notizia delle dimissioni hanno sbloccato una tranche di aiuti umanitari di 3 miliardi di dollari per lo Yemen. Cercando su internet, si trovano poche notizie sulla sorte di al-Hadi dopo il 2022. «È sicuramente in Arabia Saudita» ci risponde Aladin. Malgrado il passaggio di consegne, dopo più di 10 anni la situazione è stagnante: servirebbe un intervento forte da parte di Arabia Saudita e Iran per trovare un accordo. Ma Riyadh e Teheran hanno troppi dossier aperti in Medio Oriente per aprire un tavolo di pace ad hoc per lo Yemen.
La guerra tocca Aladin in prima persona: la sua città, Dhamar, è stata colpita da un attacco missilistico da parte di una nave americana a largo del Mar Rosso a inizio 2024. Aladin ha cristallizzato già da tempo l’impatto della guerra a Dhamar in un dipinto: La pietà di Sana’a. «Raffigura la primavera araba nello Yemen: ho rappresentato un ragazzo ferito con la madre che lo tiene in braccio, come nel quadro di Michelangelo. Ho aggiunto sullo sfondo la città vecchia di Sana’a, dove c’era anche il mio atelier. L’avevo con altri tre amici. È stato bombardato, ora non c’è più».
FACTS
L’Agenzia umanitaria delle Nazioni Unite (Ocha) a gennaio 2024 riporta che sono 18,2 milioni gli yemeniti che vivono una qualche forma di deprivazione (di cui il 23% donne, il 53% bambini/e e il 15% disabili); l’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà; il 70% dei bambini di tre anni non ha ricevuto un ciclo completo di vaccinazioni di base.
FACTS
Secondo lo Yemen Conflict Observatory, un progetto congiunto dell’Armed Conflict Location and Event Data Project e dallo Yemen Data Project, dal 2015 ad oggi sono 167.252 le vittime del conflitto, di cui 16.692 civili.
FACTS
Gli Himyariti ereditarono la lingua e la cultura sabea e, al culmine del loro potere, la loro capitale era Ẓafār. Il loro regno si estendeva a est fino al Golfo Persico e a nord nel deserto arabico. Nel IV secolo d.C. la capitale fu trasferita a Sana’a e sia il Cristianesimo che l’Ebraismo presero piede nella regione.
Il regno himyarita era un fulcro del commercio internazionale, che collegava il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’India. Viaggiavano regolarmente lungo la costa dell’Africa orientale ed esercitavano un’influenza culturale, religiosa e politica sulle città commerciali dell’Africa orientale. Tuttavia, i disordini interni e il cambiamento delle rotte commerciali causarono il declino del regno[2].
Nel 525 d.C., dopo diversi tentativi, il regno cristiano di Axum invase e sconfisse gli Himyariti, che avevano adottato il giudaismo come religione di stato nel IV secolo. Gli himyariti si appellarono ai sasanidi, il che portò la regione sotto il controllo persiano (575 d.C.). Il regno infine cadde per mano dell’esercito di Muhammad, il profeta dell’Islam, nel 629 d.C.
DIASPORA DI UNA GUERRA “INVISIBILE”
Ma della guerra in Yemen si parla molto poco sui media italiani. Negli ultimi mesi qualcosa è cambiato, quando gli houthi hanno iniziato azioni di pirateria nel Mar Rosso dopo il 7 ottobre «Adesso lo Yemen ha un minimo di visibilità, ma solo per gli houthi che stanno facendo il gioco dell’Iran. Questo mi dà molto fastidio». L’arrivo degli houthi e l’inizio della guerra civile nel 2014 ha provocato una diaspora che ha diverse nature, ci spiega Aladin.
Una è intellettuale «Per questioni politiche i miei amici scrittori e artisti hanno lasciato lo Yemen. Anche documentaristi e registi sono partiti. C’è chi è andato in America, chi in Egitto… Molti in Francia». Aladin se n’è andato perché ateo. Lo Yemen è ancora oggi uno dei 10 Paesi che prevede la pena di morte per il reato di “apostasia”, un reato per il quale è stato giudicato colpevole addirittura dal parlamento yemenita. Se tornasse a casa, sarebbe giustiziato immediatamente. Inoltre, sulla sua testa pende una taglia da 50.000 dollari. A metterla è stato lo sceicco Abdelmajid al Zindani, politico e islamista, che è morto ad aprile di quest’anno. Ma la diaspora yemenita conta più di sette milioni di persone e ha passato molte fasi differenti. Nel 2015, tanti yemeniti sono scappati in Malaysia e Giordania, gli unici Paesi visa free al momento dello scoppio della guerra. Dopo, in molti sono andati in Gibuti, che è lo Stato in pace più vicino. Altri ancora sono andati in Turchia, Canada, Egitto, Europa. Negli Stati Uniti, invece, l’amministrazione Trump aveva imposto un blocco a viaggi e visti chiamato muslim ban. Abolito da Joe Biden nel 2021, ha bloccato per quattro anni l’ingresso negli Stati Uniti di viaggiatori e migranti yemeniti, somali, libici, iracheni, iraniani e siriani.
FACTS
Con la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e l’immigrazione della maggior parte degli ebrei yemeniti subito dopo, Israele divenne il centro della vita ebraica yemenita. Vale la pena notare, tuttavia, che gli ebrei yemeniti in Israele hanno compiuto sforzi significativi per rimanere in contatto con lo Yemen, ad esempio attraverso l’importazione di prodotti alimentari dallo Yemen a Israele. È anche importante notare che anche dopo l’Operazione Sulle Ali delle Aquile, alcune migliaia di ebrei rimasero nello Yemen e comunità ebraiche yemenite esistevano altrove, ad esempio negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’emigrazione ebraica dallo Yemen continuò gradualmente per tutta la seconda metà del XX secolo. secolo e fino al ventunesimo, ma durante questo periodo alcuni ebrei preferirono rimanere nello Yemen.
La guerra civile yemenita iniziata nel 2014 ha reso la vita insostenibile per il piccolo numero di ebrei rimasti, e da allora quasi tutti se ne sono andati.
C’è poi la questione della comunità ebraica. Un gruppo storicamente molto inserito nello Yemen (al punto che esisteva un regno ebraico – quello himyarita – fino a poco prima dell’avvento dell’Islam), ma che oggi conta un solo rappresentante. Le poche famiglie rimaste sono partite dopo lo scoppio della guerra, e oggi resta solo un uomo di nome Levi Salem Musa Marhabi. Ci dice Aladin: «A me dispiace particolarmente: sono stati cacciati via. Quelli che non riconoscono Israele sono andati negli Stati Uniti. Quelli che lo riconoscevano, sono andati in Israele».
La comunità ebraica yemenita è sempre stata considerata controversa da Tel Aviv: nel 2016 il Governo israeliano si era speso per favorire il “ritorno”, ovvero la re-immigrazione degli ebrei dallo Yemen. Una politica in linea con l’operazione Tappeto Volante, che nel 1950 aveva trasportato nella “Terra Promessa” la maggioranza degli ebrei yemeniti. Questa volta, però, il loro arrivo ha fatto scalpore: il loro modo di vestire, con le donne velate, è stato giudicato “troppo musulmano” da parte dell’opinione pubblica. Ancora oggi, fra l’altro, una gran parte degli ebrei yemeniti non riconosce lo stato ebraico. Malgrado questo, oggi in Israele ci sono più di 400.000 persone originarie dello Yemen.
In Italia, Aladin non ha molti connazionali. «Sono arrivato in Italia perché conoscevo un po’ il cinema e l’arte italiane, conoscevo qualcuno qui. Poi sono rimasto. L’unica cosa che mi dispiace è che sono solo, gli altri yemeniti sono sparsi in giro per il mondo». Il presente di Aladin è la Bam, uno spazio in cui ha raccolto nel corso degli anni più di 40.000 libri e 300 opere d’arte. Ma probabilmente non resterà lì a lungo: il sette di settembre scadono i termini per sgomberare l’immobile, occupato. Ma il futuro è uno spazio erede della Bam «Non ho mai pensato di andarmene da Roma. Preferisco resistere, restare qui. Se non posso in questo edificio, andrò all’atelier. Lì andrà tutto il nostro patrimonio verso un laboratorio che è artistico, di pittura, di cinema e biblioteca. Tutto gratis». Il nome dell’atelier? Sana’a, come la capitale dello Yemen. Per riprendersi quello che la guerra gli ha portato via.
Ph. © Camillo Cantarano
Camillo Cantarano
Giornalista freelance



