di Marta Bernardini. Coordinatrice di Mediterranean Hope.
Sono passati dieci anni da quando è iniziata l’avventura di Mediterranean Hope, il programma per rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei). Una tappa importante e inaspettata, un percorso denso di traguardi raggiunti e con tanta strada davanti ancora da percorrere.
Tutto nasce da Lampedusa, dopo il naufragio del 3 ottobre 2013, quando a poche miglia dalle coste dell’isola morirono 368 persone. Una data significativa per Mediterranean Hope e una chiamata evangelica per le Chiese protestanti in Italia: quella di essere e operare in un luogo di frontiera, spazio di testimonianza di una Chiesa capace di stare ai margini, come Gesù stesso insegna, là con chi vi è ingiustamente costretto.
A Lampedusa, così importante per il suo ruolo geopolitico di centralità dei flussi migratori del Mediterraneo, nasce l’Osservatorio sulle migrazioni che in questi anni ha dato il benvenuto e la prima accoglienza sul piccolo molo dell’isola a centinaia di migliaia di persone in fuga dalle situazioni più terribili, violenze, ricatti, detenzione, discriminazioni, desertificazione. Una parola di accoglienza, un bicchiere di tè caldo, uno sguardo di vicinanza in uno spazio militarizzato dove l’umanità è vista come una questione di ordine pubblico da gestire e disciplinare.
È da Lampedusa che la Fcei capisce l’importanza di essere in altri luoghi significativi, per e con tutte quelle persone rese vulnerabili da un sistema di ingiustizia globale che decide chi ha diritto a muoversi liberamente e definire il proprio futuro, e chi no. Si sviluppa così l’intuizione e la realizzazione del modello dei Corridoi umanitari, vie sicure e legali per arrivare in Italia e in Europa evitando i viaggi mortali nel Mediterraneo.
Vedendo i continui naufragi di imbarcazioni a largo di Lampedusa, e ancora più in là verso la Libia e la Tunisia dove se ne perde addirittura ogni traccia o testimonianza, l’urgenza è stata quella di trovare una solida base giuridica che permettesse alle persone di arrivare legalmente e dignitosamente, con un’accoglienza organizzata che coinvolgesse anche le comunità di fede e la società civile.
Il modello dei Corridoi umanitari è ormai riconosciuto a livello nazionale e internazionale e dal 2016 ha portato in Italia più di 7mila persone. All’interno del programma Mediterranean Hope nasce anche la Casa delle culture a Scicli (in Sicilia) dove si accolgono minori, persone vulnerabili, famiglie dei Corridoi umanitari. Ci si sposta poi nelle campagne della Piana di Gioia Tauro, in Calabria, accanto ai lavoratori braccianti per la rivendicazione del diritto a salari e abitazioni dignitose. E ancora sulla cosiddetta Rotta balcanica, tra Bosnia e Croazia, dove tante persone tentano di attraversare un confine violento e militarizzato per oltrepassare la cosiddetta “fortezza europea”.
Questo anniversario è quindi una buona occasione per guardarsi indietro e vedere quanta strada è stata fatta, insieme a tutte le persone che l’hanno reso possibile. Allo stesso tempo è una preziosa opportunità per allungare lo sguardo verso l’orizzonte.
Lampedusa e i Corridoi umanitari sono stati la scintilla, e l’impegno deve proseguire con una visione chiara: diritto alla mobilità; dignità lavorativa contro dinamiche di sfruttamento e neo colonizzazione; un sistema europeo di salvataggi in mare, libero da forme di criminalizzazione e militarizzazione; accoglienza dignitosa e solidale che coinvolga e trasformi le comunità dal basso; decostruzione di modelli paternalistici, patriarcali e oppressivi che, anche come Chiese e comunità di fede, alimentiamo.
E in un’Europa che più che vedere orizzonti costruisce muri, non perdere la speranza – non a caso una delle due parole che compongono il nome di Mediterranean Hope. Speranza che è aprire il futuro a chi pensa di non averne uno, essere già oggi cittadini e cittadine di un mondo nuovo e più giusto che ancora deve affermarsi.
Ph. Lampedusa © Enrica Tancioni via Unsplash
Marta Bernardini
Coordinatrice di Mediterranean Hope
