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Israele/Palestina. Donne unite per la pace

di Yael Admi

Intervista a Yael Admi Co-fondatrice e portavoce di Women Wage Peace a cura di Michele Lipori Redazione Confronti

Yael Admi, israeliana, è stata inclusa nell’elenco delle 12 donne leader del 2024, stilato dalla rivista Time, in qualità di rappresentante di Women Wage Peace, un movimento la cui finalità è la cessazione del conflitto israelo-palestinese. Anche se la guerra tra Hamas e Israele produce ancora morte e sofferenza c’è chi ha il coraggio di chiedere che si spezzi la spirale di sangue e il desiderio di vendetta.

Women Wage Peace è un movimento nato “dalla profonda disperazione” che ha seguito l’operazione Margine di protezione del 2014 con l’obiettivo di raggiungere un accordo politico onorevole e bilateralmente accettabile per far cessare il conflitto israelo-palestinese. Il movimento è salito agli onori della cronaca dopo aver concluso una marcia di due settimane da Rosh Hanikra a Gerusalemme, con una manifestazione davanti alla residenza del Primo ministro, una marcia che è stata definita Marcia della speranza finalizzata a richiedere che «i nostri leader lavorino con rispetto e coraggio verso una soluzione al conflitto violento in corso, con la piena partecipazione delle donne in tale processo». 

A un anno dai fatti del 7 ottobre 2023 che hanno innescato una recrudescenza senza precedenti del conflitto israelo-palestinese, abbiamo parlato con Yael Admi, tra le fondatrici e portavoce del movimento, del lavoro che continua a condurre per promuovere il dialogo tra le due comunità e un’azione politica per il raggiungimento di una pace vera e duratura.

Qual è la sua storia personale, quando e come è iniziato il suo impegno all’interno del movimento?

Il mio nome è Yael Admi, ho 66 anni e sono ingegnera informatica, dottoressa in filosofia, facilitatrice di gruppi e consulente organizzativo. Sono sposata con Yoel, sono madre di 6 figli e ho 13 nipoti. Recentemente ho avuto l’onore di essere inclusa nell’elenco delle 12 donne leader dell’anno 2024 stilato dalla rivista Time in qualità di rappresentante del movimento Women Wage Peace – di cui sono una delle co-fondatrici – e ritirerò un dottorato di ricerca ad honorem dall’Università di Tel Aviv entro la fine dell’anno.

Sono entrata attivamente a far parte del movimento dei “costruttori di pace” in giovane età, dopo che mio fratello è stato ucciso in guerra e ho capito la profondità della crisi che attraversano le famiglie in lutto. Ho visto mia madre morire di dolore per la morte del figlio maggiore e ho capito che la missione della mia vita sarebbe stata impedire a quante più madri possibili di seppellire i propri figli in guerre inutili che possono e devono essere prevenute. Nel corso degli anni sono stata attiva in molti canali che promuovono la pace, anche come co-presidente dell’organizzazione binazionale Parents Circle Families Forum, e ho investito tutta la mia energia e capacità nel progetto Women Wage Peace credendo che quella delle donne, delle madri, tra tutte sia la voce meno ascoltata ma che può promuovere in modo efficace la fine del terribile conflitto che tutte le persone in Medio Oriente stanno vivendo con angoscia infinita.

Da quando il movimento è stato fondato, sono stata tra le iniziatrici e la referente di molte attività, tra cui manifestazioni su larga scala; marce ed eventi in cui decine di migliaia di donne si sono unite al movimento; attività di fronte ai decisori della Knesset, tra cui la promozione del disegno di legge conosciuto con il nome Prima le alternative politiche (Political alternatives first) – che richiedeva una discussione professionale e approfondita delle alternative politiche prima di qualsiasi azione militare – l’installazione delle “tende delle madri” a Gerusalemme, Tel Aviv e in tutto il Paese, dove abbiamo trascorso decine di giorni e notti chiedendo la fine del conflitto attraverso un accordo politico; e altro ancora. Negli ultimi sei anni la maggior parte delle mie energie sono state investite nella creazione di un rapporto con i nostri partner palestinesi, iniziato con la formulazione di The Mothers’ Call (L’appello delle madri), che esprime la nostra visione comune. Continuo ad accompagnare e sostenere quotidianamente le nostre sorelle palestinesi con le quali ultimamente abbiamo redatto una Partnership Charter (Carta di partenariato) promuovendo incontri, progetti ed eventi congiunti che coinvolgessero quanto più pubblico possibile.

Qual è il rapporto la vostra controparte palestinese?

Quello con i nostri partner palestinesi è un legame personale fondato sul coraggio nonché sulla fiducia e volontà di collaborazione. Ed è proprio questo legame che ci ha aiutato a superare insieme l’ultimo anno, supportandoci a vicenda, ascoltando le difficoltà e i bisogni di ciascuno e ciascuna di noi, trovando canali di azione adatti a questi tempi difficili. 

Questa connessione è molto forte e profonda soprattutto grazie al contributo delle persone palestinesi con cittadinanza israeliana che fanno parte di Women Wage Peace. Queste persone (donne e uomini) costituiscono un vero e proprio ponte tra le due società, che consente un dialogo aperto e sostiene entrambe le parti. Intratteniamo quotidianamente molte conversazioni, stiamo costruendo insieme un sito web progettato per espandere e diffondere il sostegno al nostro comune richiamo alla maternità e abbiamo avviato un progetto comune il cui obiettivo è estendere i nostri circoli di influenza in ciascuna delle società e rafforzare la connessione tra i due movimenti. In questo progetto ogni movimento tiene diversi incontri per donne con un background religioso o di attivismo per il clima allo scopo di far conoscere loro le nostre attività e promuovere incontri di gruppo tra israeliani e palestinesi, al fine di rafforzarne la cooperazione.

Negli ultimi mesi siamo stati invitate a numerosi eventi all’estero e abbiamo vinto anche diversi premi prestigiosi che testimoniano l’apprezzamento e l’importanza delle nostre attività. Reem Hajajara, leader e fondatrice del nostro movimento “gemello” palestinese (Women of the Sun), è stata anche lei selezionata per l’elenco delle 12 donne leader dell’anno stilato dalla rivista Time e sia Women of the Sun che Women Wage Peace sono stati nominati per il Premio Nobel per la pace. Noi, madri israeliane e palestinesi, vediamo chiaramente che nelle guerre non esistono vincitori ma solo ulteriore miseria per tutti e tutte. Per questo chiediamo di fermare questa orribile guerra e di avviare un processo politico di negoziati volto a riportare a casa gli ostaggi e porre fine all’atroce conflitto tra israeliani e palestinesi.

Cos’è cambiato dopo il 7 ottobre 2023?

In questo momento tutto è più difficile e impegnativo. Ogni giorno sentiamo parlare di ulteriori perdite da entrambe le parti. Sfortunatamente, sembra che i nostri leader non faranno ciò che è necessario per fermare questa terribile sofferenza ed è proprio questo il nostro ruolo in questo momento: non lasciar sfumare la nostra richiesta di avviare un’azione politica che promuova la pace.

In questa difficile situazione ci facciamo forza a vicenda, ricordandoci quanto sia necessario far sentire la nostra voce e siamo incoraggiate dal profondo impegno delle persone coinvolte nel nostro movimento a continuare ad agire, addirittura aumentando le nostre attività perfino in un momento difficile come questo. Naturalmente ci sono anche persone che a causa della difficile situazione si sentono profondamente scoraggiate e prendono un po’ le distanze. La reputiamo una reazione “umana”, comprensibile, per questo non la giudichiamo: la nostra idea è di permettere a tutti e a tutte di agire nel modo che ritengono giusto per loro.

Penso che in questo momento si dovrebbe fare tutto il possibile per porre fine a questo orribile conflitto e andare avanti in qualsiasi modo che sia d’aiuto a promuovere questo importante processo. Ad esempio, il nostro movimento, seppure in maniera indiretta, è in contatto con Hamas per fare pressione per finalizzare l’accordo per la liberazione degli ostaggi ed è vitale e urgente promuovere questo canale con forza e determinazione perché ogni giorno che passa mette ulteriormente a rischio la vita di chi è stato rapito.

Qual è il rapporto con l’attuale governo israeliano?

Women Wage Peace partecipa alla protesta antigovernativa perché riteniamo che l’attuale Governo ha come obiettivi l’annessione e il controllo sulla Cisgiordania, il che impedisce ogni possibilità di un accordo politico, che richiederà senza dubbio dei compromessi sulla questione territoriale. Per questo chiediamo con forza una nuova leadership coraggiosa e determinata, che promuova un accordo politico, rispettoso, concordato da entrambe le parti e non violento.

Vediamo la guerra a Gaza andare avanti all’infinito senza una discussione seria e responsabile sul “giorno dopo” e di fatto viene condotta senza un chiaro obiettivo strategico. Ogni giorno che passa, con questa maledetta guerra che non si arresta, è un giorno che fa altre vittime ed è per questo che noi facciamo sentire la nostra voce ogni giorno. 

L’errore più grave di questo Governo, che non vuole che il conflitto finisca con un qualsiasi tipo di compromesso, è quello di aver cercato di “gestire” il conflitto e di averlo voluto far “scomparire”, ma così facendo non ha fatto altro che rafforzare gli estremisti e indebolire i moderati. E la mostruosità generata da questi estremismi è sotto gli occhi di tutti. 

Le proteste contro il Governo continuano ogni giorno da oltre un anno e mezzo, nuove compagini di persone – giovani e meno giovani – che prima non erano attive stanno ora scendendo in piazza e stanno prendendo parte ad attività di protesta in ogni angolo del Paese. Questa è una cosa che ci dà speranza. Dalla protesta stanno emergendo leader forti e seri e speriamo che queste forze partecipino alla restaurazione del nostro Paese che ha raggiunto un baratro senza precedenti durante il mandato di questo Governo estremista e corrotto.

Credo e spero che il cambiamento politico possa arrivare presto. Secondo gli ultimi sondaggi, una stragrande maggioranza di persone esige un cambiamento e si registra un aumento significativo nella consapevolezza che questa guerra possa avere una fine solo attraverso un’azione politica sostenuta dalla comunità internazionale.

In che modo questa situazione può cambiare in meglio?

Sono convinta che saremo in grado di trovare una soluzione al conflitto e che questa soluzione potrà rispondere alle legittime richieste di entrambe le parti: sicurezza, libertà e diritto all’autodeterminazione. Sono convinta che non appena inizierà un’azione politica seria verranno trovate soluzioni a queste richieste e in effetti ci sono già diverse proposte simili sul tavolo.

Recentemente è stato pubblicato un sondaggio che ha indagato l’atteggiamento dell’opinione pubblica israeliana, ed è emerso che due terzi delle persone intervistate sostiene un accordo politico con il sostegno degli Stati Uniti, che includa la normalizzazione delle relazioni tra Israele e i Paesi arabi circostanti e la creazione di uno Stato palestinese! Questi dati sono molto incoraggianti e il nostro ruolo come movimento civile è quello di spingere in questa direzione in ogni modo e canale possibile affinché ciò accada. 

Le guerre portano molta sofferenza e infelicità che, naturalmente, danno origine alla disperazione e alla radicalizzazione delle posizioni delle parti avverse. Ciononostante, percepisco come attorno a noi si stia risvegliando il desiderio di porre fine al conflitto e la consapevolezza che la forza, da sola, non possa permetterci una vita tranquilla e sicura qui in Israele, ma soprattutto che dobbiamo andare verso soluzioni politiche diverse. Alcuni dicono che le guerre portano la pace e purtroppo anche questo può essere vero, come abbiamo visto con il trattato di pace firmato con l’Egitto: solo dopo la guerra dello Yom Kippur abbiamo avuto la saggezza di firmare un accordo di pace che ci era stato offerto anni prima. 

Ritengo che, in modo simile, proprio da questa terribile situazione emergerà una nuova consapevolezza che porterà alla pace. Osserviamo infatti che la questione politica e il conflitto, che prima non erano all’ordine del giorno, sono diventati il fulcro del discorso pubblico. Naturalmente sarebbe stato meglio porre fine al conflitto senza dover innsescare una guerra di questa portata, ma proprio perché è in atto un conflitto terribile ora non possiamo più tirarci indietro dall’affrontare questa situazione e non possiamo più permetterci di non cogliere questa opportunità. Questo è il momento per realizzare una visione: quella della fine del lungo conflitto tra israeliani e palestinesi.Questa che stiamo vivendo dovrà essere l’ultima guerra che ci vede coinvolti come fazioni in lotta.

Chi può facilitare dall’esterno questo processo?

Le comunità ebraiche hanno la capacità di influenzare notevolmente le azioni del Governo e questo è un momento importante per agire. È necessaria una voce forte e chiara da parte delle comunità ebraiche di tutto il mondo che favorisca, attraverso tutti i meccanismi possibili, la promozione di un accordo politico. Questa voce è molto importante per cambiare l’attuale condotta del Governo.

Penso inoltre che l’Unione europea dovrebbe cercare di far sentire una voce decisa e unitaria, che non assuma una posizione unilaterale ma guardi a entrambe le parti del conflitto, comprenda la complessità e le sfide a cui esse sono chiamate e sostenga un processo di pace che fornisca una risposta rispettosa alle esigenze di ciascuna. Il sostegno e l’impegno dell’Unione europea sono vitali poiché potrebbero sostenere e rafforzare le voci che disperatamente, da entrambe le parti, si appellano alla pace ma che hanno perso la fiducia nella possibilità di un accordo che ponga davvero fine al conflitto. E naturalmente potrebbe anche influenzare in modo sostanziale le azioni del governo. È necessario creare una coalizione ampia e forte di Paesi che saranno chiamati a sostenere un processo di pace.

Quale dovrebbe essere il ruolo delle donne in questo processo?

Da parte nostra, dobbiamo rafforzare le organizzazioni pacifiste che operano sul territorio, da entrambe le parti, e chiedere l’integrazione di un maggior numero di donne nei processi negoziali, in conformità con la risoluzione 1325 delle Nazioni Unite, con la consapevolezza che quando le donne sono partner in tali processi è più facile raggiungere soluzioni creative che facilitino gli accordi. La partecipazione delle donne a questi processi aumenta le possibilità di successo del 35% e, come abbiamo visto in diverse parti del mondo, il nostro contributo come donne è essenziale.

Queste idee sono formulate negli anni all’interno di tanti movimenti che ruotano attorno a Mothers’ Call, Women Wage Peace e Palestine Women of the Sun, e qualsiasi sostegno al nostro appello alla pace rafforza la nostra capacità di influenzare la realtà. 

Ph. Leon Wu © via Unsplash

Immagine di Yael Admi

Yael Admi

Co-fondatrice e portavoce di Women Wage Peace

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