Luca Attanasio. Giornalista e scrittore.
È un dato di fatto che l’Italia stia assumendo sempre più una connotazione plurale e multiculturale e le comunità d’immigrazione portano con sé anche le culture religiose delle proprie tradizioni. Secondo le ultime statistiche la seconda confessione religiosa nel Paese, dopo quella cattolica, è quella cristiano-ortodossa. Subito dopo (quasi una persona su tre), c’è l’islam, con la sua ampia varietà e differenziazione interna (dal Bangladesh al Marocco).
Tra le comunità musulmane radicate in Italia possiamo certamente annoverare la Ahmadiyya Muslim Jama’at. Presente in tutto il mondo con più di 100 milioni di aderenti, da oltre un decennio ha messo radici anche in Italia. Nel nostro Paese, porta la sua testimonianza e la sua originalità nel panorama islamico, con il suo strenuo impegno per il dialogo, i diritti, l’integrazione e la pace. Sebbene sia oggetto di persecuzioni in alcune aree del mondo, la comunità Ahmadiyya, vive quotidianamente nello spirito dello slogan che più la rappresenta – “Amore per tutti, odio per nessuno” è il suo motto – e rifiuta ogni tipo di violenza.
Al fine quindi di dare voce alla sua più che decennale felice convivenza in Italia, la comunità Ahmadiyya si è fatta promotrice dell’ iniziativa Roma delle religioni, verso il Giubileo dell’accoglienza, la comunità musulmana Ahmadiyya per il dialogo interreligioso realizzata in collaborazione con la Rivista e Centro Studi Confronti grazie all’ospitalità e al supporto del Comune di Roma. In una sala della Protomoteca gremita di pubblico si sono alternati a parlare una serie di esponenti ed esperti del variegato mondo delle fedi e delle culture coordinati da Claudio Paravati, direttore del Centro Studi Confronti e dal sottoscritto Luca Attanasio.
Dopo i calorosi saluti del Presidente della comunità Ahmadiyya Abdul Fatir Malik e delle “padrone di casa” Carla Fermariello – Consigliera Assemblea Capitolina e presidente della Commissione Scuola di Roma Capitale – e Tiziana Biolghini – Consigliera Delegata alla Pari Opportunità della Città metropolitana di Roma –, ha portato una testimonianza Luigi De Salvia, presidente dell’organizzazione Religions for Peace Italia e Europa.
Inevitabili, quando si è passato al dibattito, i riferimenti alla recente dimissione in blocco del Consiglio per le relazioni con l’Islam annunciate via lettera al Ministro Piantedosi il 15 ottobre e rilanciate dalla stampa proprio il giorno prima dell’incontro. Ne hanno parlato un po’ tutti i relatori, da Vasco Fronzoni, docente all’Università Orientale di Napoli, Yassine Lafram, presidente dell’Unione delle Comunità islamiche d’Italia (Ucoi), Nader Akkad, imam della Moschea di Roma e Paolo Naso, che del Consiglio per le relazioni con l’Islam è stato coordinatore, Ilaria Valenzi, docente all’Univrsità Sapienza di Roma e Francesco Zannini, noto islamologo professore emerito della Pisai.
Ma la delicata questione è stata solo parte del dibattito che ha invece spaziato su tantissimi temi. L’incontro, come si capisce dal titolo, si inseriva in un percorso di unità in vista del Giubileo 2025, un momento importante in cui Roma potrà affermare la propria vocazione all’accoglienza, la pluralità, in nome della fraternità universale tra le genti e le culture. Pace, sostenibilità, cultura e crescita della comunità passano sempre dalla capacità di costruire una pluralità viva e responsabile. In questo senso è emerso con forza il ruolo che la comunità Ahmadiyya può giocare nelle nostre città e nel nostro Paese. Una realtà nota per la capacità di promuovere e diffondere dialogo e convivenza pacifica, come si evince anche dalla partecipazione all’assemblea di altre componenti eminenti del mondo islamico italiano come l’Ucoii e la Moschea di Roma.
«È con lo stesso spirito di inclusività e resilienza così presente in questa conferenza – ha dichiarato Ataul Wasih Tariq, imam della Comunità musulmana Ahmadiyya d’Italia in conclusione dell’incontro – che noi, la Comunità Musulmana Ahmadiyya, ci impegniamo a portare avanti il nostro messaggio e le nostre azioni concrete per il bene dell’umanità. Essendo una comunità islamica globale, sotto un leader centrale, l’Ahmadiyya Muslim Jama’at contribuisce nelle varie sezioni della società di molti paesi del mondo in cui è presente, attraverso numerosi progetti umanitari e di pace. I progetti umanitari sono la realtà della nostra teologia, come affermato da Hazrat Mirza Ghulam Ahmad, il fondatore spirituale della Comunità Ahmadiyya».
«Accogliamo con entusiasmo – ha poi aggiunto – la proposta della Consulta delle Religioni [di recente approvata dal Consiglio comunale di Roma, un progetto a cui hanno dedicato molto tempo e tante energie la Consigliera Fermariello e il direttore della rivista e Centro studi Confronti] e offriamo la nostra mano di amicizia al Comune di Roma. Non lo facciamo come un favore al Comune, ma come un favore a noi stessi, perché crediamo profondamente nel valore dell’ospitalità e del dialogo. Mentre, nel contesto globale, parole come giustizia, pace e cessate il fuoco sono spesso diventate vuote, noi crediamo che la pace sia un progetto a lungo termine che richiede attenzione e cura per i nostri giovani. Servire la comunità, in tutte le sue forme, non è solo un servizio agli altri, ma un’opportunità per noi stessi di costruire un futuro migliore. Non lasciamo che la solidarietà e il sollievo siano solo responsabilità degli anziani; i nostri giovani devono imparare a costruire un domani migliore. Le fondamenta devono essere poste oggi, perché, come si dice, chi pianta un albero sapendo che non vedrà mai i frutti nella propria vita ha compreso il vero scopo della vita».
Ph. © Ataul Wasih
FACTS
1- Chi sono gli ahmadi
La comunità Ahmadiyya Muslim Jama’at è stata fondata nel 1889 da Hazrat Mirza Ghulam Ahmad a Qadian, India. Hazrat Mirza Ghulam Ahmad proclamò di essere il “Messia promesso” e il mahdi atteso dai musulmani, venuto per risuscitare i veri insegnamenti dell’Islam e riportare il mondo verso la spiritualità e la pace. Un principio fondamentale della sua missione è stato la corretta interpretazione del concetto di jihad, nel senso di una lotta interiore, volta a migliorare sé stessi attraverso la pazienza, la tolleranza, alti valori morali e la preghiera. Questo approccio pacifico ha dovuto affrontare forti opposizioni, tuttavia la comunità Ahmadiyya ha sempre risposto con pazienza e perseveranza, incarnando il vero spirito del jihad interiore.
2- Impegno volontario e progetti umanitari
La Comunità Ahmadiyya Muslim Jama’at è conosciuta in tutto il mondo per il suo straordinario spirito di volontariato. I suoi membri donano tempo e risorse per finanziare e portare avanti numerosi progetti umanitari e sociali. Grazie a questo impegno, la Comunità gestisce ospedali, scuole, tipografie e otto canali satellitari che trasmettono 24 ore su 24, oltre a una stazione radio. Il sostegno a queste iniziative globali proviene esclusivamente dai contributi volontari dei membri della Comunità, che operano senza chiedere nulla in cambio, come ribadito più volte dall’attuale capo spirituale Sua Santità Mirza Masroor Ahmad: «Siamo qui per servire l’umanità e non cerchiamo alcuna ricompensa».
3– Il ruolo del khilafat (Califfato)
Alla base di questa straordinaria organizzazione c’è il khilafat, (”califfato”) il sistema di guida spirituale della Comunità. Dopo la morte del fondatore, hazrat Mirza Ghulam Ahmad, il khilafat ha assicurato la continuità della sua missione. Oggi, sotto la guida del quinto Califfo, Mirza Masroor Ahmad, la comunità Ahmadiyya Muslim Jama’at è unita in tutto il mondo sotto una singola leadership spirituale che dirige le sue attività umanitarie, spirituali e sociali. Il khilafat non è solo un simbolo di unità, ma una guida attiva che promuove i valori dell’Islam, come la pace, il progresso e il servizio all’umanità. È grazie a questa leadership che la Comunità è in grado di gestire progetti globali e affrontare le sfide contemporanee con un approccio di armonia e progresso spirituale.
4– Esempi di progetti umanitari globali
In tutto il mondo, la comunità Ahmadiyya Muslim Jama’at ha dato vita a numerosi progetti umanitari, dalla costruzione di scuole e ospedali in Africa e Asia, alla fornitura di acqua potabile nei villaggi più remoti. La campagna Water for Life, ad esempio, ha visto volontari ahmadi, ingegneri e studenti impegnati a fornire acqua pulita in villaggi africani. Questi progetti dimostrano come la Comunità sia impegnata a servire l’umanità senza chiedere nulla in cambio.
5– La Comunità in Italia
In Italia, la comunità Ahmadiyya Muslim Jama’at è presente con 16 “capitoli” locali e conta membri di oltre 10 nazionalità diverse, dimostrando la sua natura internazionale e il successo nella costruzione di legami di fratellanza spirituale. La Comunità promuove attivamente il dialogo interreligioso e la comprensione tra culture diverse, un impegno che trova espressione anche nelle campagne come Musulmani per la Pace e Musulmani per la Lealtà, che contrastano i pregiudizi contro i musulmani e spiegano l’importanza della fedeltà al paese di residenza e del rispetto delle sue leggi.
6– Le persecuzioni
L’Ahmadiyya ritiene di incarnare il messaggio islamico nella forma più pura. Il fondatore è stato inviato direttamente da Dio allo scopo di rivitalizzarne il messaggio originario, opera che continua attraverso l’istituzione del califfato. Per tali ragioni i rapporti con i musulmani sono sempre stati conflittuali, anche perché è in seno all’islam che proviene la maggioranza dei convertiti.
Le opposizioni maggiori si ebbero soprattutto a partire dalla fondazione del Pakistan del 1947. Nonostante molti ahmadi fossero fra i sostenitori del nascente stato e inizialmente prosperarono e raggiunsero molte posizioni governative e militari di alto rango (anche in virtù dell’alto tasso di alfabetizzazione) intorno al 1953 scoppiarono rivolte anti-ahmadi in tutto il paese tanto da dover ricorrere alla legge marziale. Pur isolati i violenti, col passar del tempo presero sempre più piede gruppi e partiti apertamente anti-ahmadi, tanto che il 7 settembre 1974 il governo del Pakistan, sotto Zulfiqar Ali Bhutto, approvò il secondo emendamento della Costituzione del Pakistan che dichiarava apertamente che gli ahmadi non erano musulmani. Inoltre nel 1984 fu promulgata un’altra ordinanza anti-ahmadi inserita nella costituzione: nella cosiddetta “Ordinanza XX” viene stabilito che gli ahmadi non possono chiamarsi musulmani o “comportarsi come musulmani”.
Questa legge, di fatto, vieta gli ahmadi di praticare pubblicamente la fede islamica, di costruire moschee e effettuare la chiamata alla preghiera (adhan). È inoltre loro vietato di pregare alla maniera degli altri musulmani, di entrare – a scopo di preghiera – nelle moschee non-ahmadi o in sale di preghiera pubbliche. La punizione per chiunque infranga queste regole è la reclusione fino a tre anni e il pagamento di una multa. Sono puniti anche i non-ahmadi che si rivolgano ad un fedele dell’Ahmadiyya salutandolo o appellandolo alla maniera islamica. Gli ahmadi, che si autoidentificano come musulmani e osservano le pratiche islamiche, sostengono che l’ordinanza criminalizza la loro vita quotidiana.
A causa di tali limitazioni, che ancora oggi sfociano in attacchi violenti, l’Ahmadiyya ha spostato il suo quartier generale a Londra, città dove risiede anche il califfo Hazrat Mirza Masroor Ahmad.
Luca Attanasio
Giornalista e scrittore





