Home Editoriali Il dilemma di Israele: conflitto permanente o integrazione nella Regione?

Il dilemma di Israele: conflitto permanente o integrazione nella Regione?

di Giorgio Gomel

di Giorgio Gomel. Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace.

Il governo in carica in Israele – una coalizione che include componenti ideologicamente integraliste e scioviniste, osteggiata da ampi strati della popolazione, minoritaria nei sondaggi d’opinione – appare incapace di andare al di là dell’azione militare contro la barbarie di Hamas e di Hezbollah, di pensare in modo strategico a un futuro di integrazione nella Regione e di coesistenza con i vicini. La geografia politica del Medio Oriente descrive oggi una frattura profonda fra attori da una parte, patrocinati dall’Iran, che mirano a destabilizzare la Regione e a espandere per tale via la sfera di influenza del regime degli ayatollah, e dall’altra quei Paesi che hanno concluso, anni orsono, accordi di pace con Israele – Egitto e Giordania – nonché quelli che hanno firmato gli Accordi di Abramo nel 2020 (Emirati Arabi Uniti e Bahrein) e, infine, l’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo Persico uniti nella difesa contro la minaccia iraniana e nella ricerca di stabilità regionale.

Almeno cinque governi – Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Arabia Saudita – sono ostili a Hamas (e all’ideologia che lo ispira, quella dei Fratelli musulmani) e sarebbero disposti a partecipare ad una forza di peace keeping nella Striscia di Gaza, con un accordo di “cessate il fuoco” e il conseguente ritiro dell’esercito israeliano. Un intervento che però dovrebbe rispondere a una precisa richiesta in tal senso dell’Autorità nazionale palestinese, con essa coordinato come soluzione provvisoria ancorchè protratta nel tempo in ragione della debolezza della stessa Autorità. Infine dovrebbe essere esplicito l’impegno di Israele a riconoscere il diritto della Nazione palestinese all’autodeterminazione e a un assetto politico di convivenza fra le due Nazioni: il principio di “due Stati per due popoli”.

La sicurezza di Israele esige la sconfitta di Hamas e della sua ideologia mortifera ma anche la convinzione della popolazione palestinese che dall’azione non violenta e dalla trattativa può scaturire un futuro decente. È quindi interesse di Israele agire per dissociare la società palestinese dall’estremismo fondamentalista di Hamas. Le azioni militari, dopo il trauma inflitto sulla psicologia degli israeliani dall’orrore del 7 ottobre 2023, che ha generato nel Paese un anelito all’annientamento del nemico, alla violenza vista come “legittima” e “necessaria” a restaurare una deterrenza perduta, mietono vittime civili, rafforzano la fascinazione per gli estremisti e isolano Israele dalla comunità delle nazioni.

Mentre il governo israeliano insiste vanamente nel convincere gli Stati arabi moderati (e l’opinione pubblica israeliana) che non c’è alcun legame tra fruttuose relazioni diplomatiche con quei Paesi e la questione palestinese, anche i Paesi che hanno già normalizzato tali relazioni con Israele sembrano essere giunti alla conclusione opposta, come dimostrato dal congelamento delle joint venture con Israele da parte degli Emirati Arabi Uniti e dalla posizione saudita in favore di un’alleanza di Paesi a sostegno della “soluzione a due Stati” e dell’integrazione nella Regione a queste condizioni di un Israele riconosciuto e sicuro. Per gli Stati arabi importanti la “soluzione a due Stati” appare essere ora un imperativo politico-strategico.

Un risultato difficile in un frangente drammatico come quello attuale in cui, secondo recenti inchieste d’opinione – fra tutte quella dell’Israel Democracy Institute – appena un terzo degli ebrei israeliani ritiene che il popolo palestinese abbia diritto a uno Stato indipendente. Come lo stesso Tamir Pardo, ex direttore del Mossad, ha affermato in un recente articolo sul quotidiano Haaretz: il rifiuto di Netanyahu di cogliere questi spiragli di trattativa e di normalizzare così i legami con l’Arabia Saudita e altri Stati della Regione impedisce anche la possibilità di un accordo per riportare a casa gli ostaggi israeliani prigionieri da un anno di Hamas e affrancarsi dalla guerra di guerriglia in corso nella Striscia di Gaza.

In alternativa e perdurando in una strategia ispirata dalla Destra nazional-religiosa, il futuro prossimo lascia intravedere per Israele una prospettiva che non è esagerato definire apocalittica: un regime di occupazione di parti rilevanti del territorio di Gaza venti anni dopo il ritiro delle forze israeliane dallo stesso; le violenze in Cisgiordania a opera dei coloni e dell’esercito posto a loro protezione contro le comunità palestinesi, violenze e impunità degli aggressori che Ronen Bar, lo stesso direttore del servizio di sicurezza interno di Israele, ha denunciato in una lettera ufficiale al governo; l’ostracismo opposto da molti Paesi a relazioni normali con Israele fino al ricorso a sanzioni contro di esso; sentenze avverse a Israele di istituzioni quali la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale; infine, il pericolo per Israele di dover affrontare in solitudine un conflitto su più fronti con l’Iran e i suoi alleati e protetti nella Regione.

Foto © Cole Keister via Unsplash

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Giorgio Gomel

Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace.

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