di Anna Foa. Storica e scrittrice
Intervista a cura di Claudio Paravati. Direttore Confronti
Nel suo ultimo libro, Anna Foa legge la risposta israeliana alla guerra di Gaza come un possibile “suicidio politico” per lo Stato e per il Sionismo stesso. Tra crisi interne, fratture storiche e guerra, la storica invoca una svolta politica e il rilancio della soluzione negoziata con i palestinesi.
Anna Foa è una storica italiana, tra le maggiori studiose della storia culturale dell’età moderna e della storia degli ebrei in Europa e in Italia. Nel suo ultimo libro Il suicidio di Israele (Laterza, 2024), vincitore del Premio Strega Saggistica 2025 e del Premio De Sanctis – Saggistica 2025, analizza le conseguenze della risposta del governo israeliano al 7 ottobre 2023 e alla guerra di Gaza, che – anche secondo molti israeliani che vi si oppongono – rischia di trasformarsi in un boomerang per il Paese. In questo quadro, Foa riflette sull’evoluzione del Sionismo, sul rapporto tra Israele e diaspora e sulle responsabilità incrociate del conflitto israelo-palestinese, indicando nella politica – e non nella sola risposta militare – l’unica via possibile per interrompere la spirale di violenza.
Facciamo chiarezza sul titolo del suo libro Il suicidio di Israele. Perché Israele si sta “suicidando”?
Ho voluto porre l’accento sul suicidio perché penso che al momento sia un rischio reale per lo Stato di Israele e lo è in primis in senso politico, statale. Personalmente non sono affatto convinta che Israele possa tenere aperti così tanti fronti di guerra, come sta facendo in questo momento, e sperare di uscirne sempre vincitore. E se anche dovesse farcela, il prezzo per un’eventuale vittoria sarebbe altissimo soprattutto in termini umani.
Consideriamo, inoltre che in Israele l’esercito è composto in buona parte da militari di leva, dunque molto giovani e in qualche modo poco più esperti di un qualsiasi “civile”. Ma esiste anche il suicidio del Sionismo e dei suoi vecchi princìpi. Quello che vediamo ora e di cui sentiamo parlare è un Sionismo religioso reinterpretato dai coloni, è un Sionismo che pensa sempre più a realizzare una Grande Israele. È sempre più difficile, oggi come oggi, fare riferimento a un Sionismo più antico, che prevedeva un rapporto con il mondo arabo e che riconosceva non solo l’esistenza dei palestinesi ma anche la loro identità. Pensiamo al movimento sionista Brit Shalom fondato nel 1925 e che promuoveva la coesistenza pacifica tra arabi ed ebrei, sostenendo l’idea di uno stato binazionale in cui entrambe le comunità avessero diritti uguali. Sono passati cent’anni da allora, ma è come se fossero passati secoli. Ma oltre a questo esiste anche un Sionismo “morale” che riemerge anche in articoli come quello apparso recentemente sul quotidiano “Haaretz” in cui ci si pone la domande del perché gli israeliani non riescano a provare empatia per le sofferenze degli abitanti di Gaza. Nella fattispecie, l’articolo in questione non giustifica questa mancanza di empatia ma tenta di ripercorrere le motivazioni storiche che hanno portato a questo punto. Ma ugualmente suona come una “nota stonata” se si ripensa a un certo Ebraismo che nei suoi princìpi etici e religiosi propugnava un diverso rapporto col mondo. Personalmente vorrei fermare questa corsa al suicidio, anche se ci sono stati critici che invece mi hanno accusato di volerlo accelerare.
In molti hanno sottolineato il fatto che, durante gli attacchi del 7 ottobre 2023, i kibbutz non siano stati adeguatamente protetti dall’esercito israeliano perché la maggior parte era schierato verso la Cisgiordania. Cosa ci può dire in merito?
Che i kibbutz fossero sguarniti mentre le colonie fossero maggiormente protette dall’esercito è un dato di fatto e risponde ad una precisa scelta del governo di Netanyahu. Il governo ha scelto di investire sulla Cisgiordania perché la gli interessa mettere fine a qualsiasi ipotesi di realizzazione di uno Stato palestinese, come del resto ha confermato a luglio 2024, quando la Knesset ha votato una risoluzione contro la nascita di uno Stato palestinese. Questa è una cosa che ha fatto parte dell’agenda politica di Netanyahu da sempre ma ora è sancita a norma di legge e intende mettere definitivamente la parola “fine” alla stagione iniziata con gli Accordi di Oslo. È stato anche scritto su “Haaretz” che le divisioni militari erano state spostate verso la Cisgiordania in una previsione di annessione e certamente la guerra scatenatasi dopo il 7 ottobre 2023 e tutta la catastrofe ad essa conseguente sta rendendo tutto questo in qualche modo più agevole. E se anche non voglio alludere a complotti di alcun tipo, è comunque un dato di fatto che Netanyahu è stato in grado di trasformare la sconfitta – perché l’attacco del 7 ottobre ha rappresentato anche per lui un’enorme sconfitta – e le accuse di aver sguarnito Gaza che gli sono state immediatamente rivolte, in un’azione che sta rappresentando anche un ritorno di consensi a suo favore.
Nel libro spiega che la Shoah, tramite il processo Eichmann, in qualche maniera gioca un ruolo nuovo nella costruzione dell’identità dello Stato di Israele e poi racconta che il paragone con il Nazismo – che è diventato un mantra antisemita – è nato dentro Israele stesso. Ci aiuti a capire…
Il paragone con il Nazismo era nato provocatoriamente in seguito ad una sorta di “revisione etica” operata dal mondo ebraico in Israele dopo il 1948 e in particolare dopo avvenimenti quali il massacro di Deir Yassin. Nel libro cito due riflessioni importanti in tal senso, ed entrambe vengono dal mondo ebraico. La prima è rappresentata dalla lettera che il 2 dicembre 1948, ventotto intellettuali ebrei, tra i quali Albert Einstein e Hannah Arendt, inviarono una lettera alla redazione del “New York Times” per denunciare la deriva fascista imposta dal futuro Primo ministro Menachem Begin alla natura dello Stato israeliano, fondato nel maggio dello stesso anno [vedi Scheda 1]. L’altra è la testimonianza di Yeshayahu Leibowitz (filosofo e chimico israeliano, docente nell’Università ebraica e redattore dell’Enciclopedia ebraica) che già nel 1967 avvertiva della possibilità di declino della statura morale dello Stato d’Israele se avesse continuato l’occupazione e che nel 1988 scrisse: «Se continua questa situazione, la teppistizzazione – o forse dovremmo dire la nazificazione – del popolo e della società israeliana sarà inevitabile». Dunque questa “messa in guardia” degli ebrei che avrebbero potuto introiettare il Nazismo è stata operata da ebrei. Dopodiché nel 1982, con la guerra in Libano, si è assistito a un’inversione di tendenza, ovvero è diventata un’accusa in mano agli “anti israeliani” e che ritengo sia utilizzata sovente in chiave puramente antisemita. Nel mio libro ho ritenuto importante ricordare la genesi di questa formula, nata all’interno di un contesto ebraico che non voleva perdere la propria umanità, la sua etica.
Poi credo che sia opportuno ricordare che ci sono state molte declinazioni del Sionismo e che una di queste voleva un unico Stato con due popoli che vivessero insieme. Sono molte le formulazioni dalla fine dell’Ottocento in poi in questa direzione perché è un falso sostenere che i sionisti non riconoscessero che la Palestina non abitata, come non è vero che l’identità palestinese si è formata solo in opposizione al Sionismo. L’identità palestinese si è formata essenzialmente nel corso dell’Ottocento, di accordo alle trasformazioni che si sono verificate nell’area e in particolare con la fine dell’Impero ottomano. Quindi se anche non era ancora pienamente articolata o perfezionata, questa identità palestinese si è formata, seppur lentamente, già da allora e sicuramente non in senso antiebraico o antisionista. Almeno non prima delle rivolte arabe del 1929 o del 1936.
Qual è il suo giudizio sulla situazione attuale dei palestinesi?
Nel mio libro voglio innanzitutto riconoscere il fatto che entrambi i popoli hanno sofferto (gli ebrei a causa della Shoah, i palestinesi a causa della Nakba, per quanto i due eventi non siano assimilabili) e a questo proposito consiglio la lettura anche di Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma (Zikkaron, 2023) scritto da Bashir Bashir e Amos Goldberg. Entrambe le storie, dunque, hanno alla loro origine un trauma. Per quanto riguarda i palestinesi, penso che nel corso della Storia abbiano fatto tantissimi errori e che la gestione dell’Autorità palestinese sia stata disastrosa, il che spiega il favore che ha ricevuto Hamas dalla popolazione di Gaza. Un favore che è arrivato anche da Israele che ha reputato (ciecamente) come più facile trattare con dei religiosi – anche se islamici – invece che con dei politici che almeno all’origine erano di orientamento marxista. E credo anche che la responsabilità dei fallimenti successivi di qualunque tentativo di accordo sia riconducibile sia ai palestinesi ma anche agli israeliani e questo fin da quando Golda Meir diceva «lasciamo che gli egiziani cuociano nel loro brodo» senza accettare nessuna prospettiva di pace. Si è trattato di uno scontro tra due intransigenze. Ma anche per quanto riguarda la volontà di distruzione del mondo ebraico da parte degli Stati arabi la storiografia israeliana distingue momenti diversi, perché non è stato subito così: anche l’attacco dei Paesi arabi nel 1948 è stato una cosa in qualche modo di “gioco di potere” tra i Paesi arabi (e infatti Israele non fu attaccato dall’allora Transgiordania). Quindi anche questo dato della “volontà di distruzione” è qualcosa che è stato propagandato come tale, ma non si è manifestato in questi termini almeno fino al 1967. Io credo che per poter cambiare la situazione sia necessario fare tabula rasa di tutto, passare sopra i lutti immani che ci sono stati da tutte e due le parti: perché il 7 ottobre 2023 è stata una vera mattanza ma d’altra parte la guerra a Gaza sta significando la distruzione di un popolo e di uno Stato, seppure sotto il controllo di Hamas.
Ci dice chiaramente che c’è un grande assente: la diaspora ebraica, soprattutto quella europea.
La diaspora europea dal Dopoguerra in poi non ha avuto una prospettiva autonoma e con la creazione dello Stato d’Israele lo ha avuta ancora di meno, soprattutto dopo il processo Eichmann dove si è verificata una comunanza di memorie e di immagini del passato. Nemmeno nel 1989, quando – con la caduta del Muro di Berlino – si è aperta la possibilità di una mescolanza tra la diaspora dell’Est Europa e l’Occidente si è verificata una progettualità comune delle varie diaspore. In qualche modo gli ebrei della diaspora si sono sentiti “indebolita” e hanno così preferito appoggiarsi ai governi di Israele, prima quello laburista e ora, per nella sua assenza sostanziale, sta sostenendo de facto un governo come è quello di Netanyahu, con dei ministri apertamente razzisti, uno dei quali è stato uno dei fautori dell’omicidio di Rabin. Tutto questo è inaccettabile, ma la diaspora tace per tutta una serie di motivi, soprattutto politici. Ma è necessario che si parli, come è necessario che gli israeliani si sentano appoggiati, ben prima dei fatti di ottobre 2023, anche per le battaglie per la democrazia e che è una battaglia cruciale per Israele ma anche per i palestinesi.
La difficoltà di criticare il governo non potrebbe essere dovuta all’eccezionalità dello Stato d’Israele e cioè al fatto che ne sia sempre messa a rischio l’esistenza?
Il rischio all’esistenza esiste anche altrove: un ritorno del Fascismo può spazzare via lo Stato italiano, per esempio. La democrazia è sempre a rischio e quindi anche altrove esistono dei rischi, non li abbiamo solo in Israele. Quindi anche se l’insicurezza dell’esistenza dello Stato d’Israele è qualcosa di reale, non lo reputo sufficiente per spiegare le occasioni perdute (che comunque vengono anche da parte palestinese) e che ora si sono molteplicate stanno portando verso l’autodistruzione. Io mi auguro che non sia così e per questo ritengo che la diaspora ebraica dovrebbe far sentire la propria voce perché non è più possibile tacere per mantenere lo status quo. E credo che non bisogna aver paura di suscitare sentimenti antisemiti, perché l’antisemitismo viene comunque anche dal tacere.
Netanyahu è comunque al potere perché la sua coalizione è stata votata.
È vero, ma la democrazia non si realizza solo attraverso il voto, ma anche attraverso il rapporto con le minoranze anche se i palestinesi rappresentano ben più che una minoranza. In questo momento Israele è uno Stato democratico per i cittadini ebrei, ma lo è meno per gli arabi con cittadinanza israeliana ed è vicina all’apartheid nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania. Se la Cisgiordania verrà “riannessa” e si realizzerà il “sogno” della “Grande Israele”, questo Stato non sarà in nessun modo democratico.
Nel libro si augura che un tribunale internazionale riesca a fare giustizia
Assolutamente. E a fare i conti con quanto sta succedendo dovrà essere non soltanto Israele e non soltanto Hamas. Hamas è responsabile di gravissimi crimini contro l’umanità ma lo è – a mio avviso – anche Israele. Io credo fermamente nei tribunali internazionali e in quegli strumenti che sono stati ideati nel 1945 per rendere le guerre meno atroci e per evitare che si verificasse qualcosa di simile a ciò che era successo durante la Seconda guerra mondiale contro gli ebrei. Se non abbiamo più fiducia in questi strumenti internazionali, vuol dire che il 7 ottobre ha colpito non solo Israele ma tutto il mondo. Penso che l’unico strumento per operare un vero cambiamento debba essere politico e non militare: non si può pensare a rispondere colpo su colpo in una spirale infinita di violenza, rifiutando ogni possibilità di dialogo. In tal senso penso che una delle prime cose che Israele dovrebbe fare sia adoperarsi per recuperare gli i suoi ostaggi: questo rappresenterebbe un primo passo verso una trattativa.
Allo stato attuale delle cose, l’idea “Uno Stato, due popoli” mi sembra ancora troppo futuribile. Anche la soluzione “a due Stati” è al momento estremamente complessa, ma comunque penso che sia raggiungibile, ma alla condizione di voler aprire le porte delle trattative cosa che si potrà fare solo mettere da parte l’odio reciproco e reimparando i rapporti.
Ph. Il suicidio di Israele © Laterza
Anna Foa
Storica e scrittrice
