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Madrid vent’anni dopo

di Roberto Bertoni Bernardi

di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista e scrittore

Ce le ricordiamo ancora le bombe sui treni di Madrid. Vent’anni fa, era l’11 marzo 2004, e per la prima volta il terrorismo jihadista investiva il Vecchio Continente con la sua barbarie. Eravamo alla vigilia delle Politiche che avrebbero visto l’affermazione del socialista Zapatero, era ancora al governo il popolare Aznar, fedele alleato di Bush e Blair nelle guerre di inizio secolo, e in quel momento capimmo che le nostre certezze di un tempo non esistevano più. 

Tornano in mente coriandoli di ricordi: vicende apparentemente secondarie ma in realtà importanti, come ad esempio le squadre iberiche che chiedono di non giocare in segno di rispetto per le vittime e l’Uefa che le obbliga perché The Show must go on. Fu allora che ci rendemmo amaramente conto di quanto fossero illusori i nostri presunti “valori”. Fu allora, di fronte agli ordigni posti in varie stazioni madrilene, che comprendemmo di essere soli al cospetto di due mostri apparentemente opposti ma in realtà complementari: la furia criminale degli attentatori e il cinismo delle nostre classi dirigenti. Due mostri diversi per cultura e formazione ma in grado di alimentarsi a vicenda. Fu allora che prendemmo coscienza di non essere inviolabili, dopo aver assistito con sgomento agli attacchi che l’11 settembre 2001 avevano messo in ginocchio gli Stati Uniti.

Quasi duecento morti, oltre duemila feriti e un senso di impotenza che pervase ciascuno di noi, in un susseguirsi affannoso di notizie, conferme, smentite e identificazioni dei responsabili che diede la misura dell’inadeguatezza dell’Europa di fronte a una modernità assai diversa dalla nostra comfort zone di un tempo. Non a caso, si può dire che Aznar si giocò la rielezione tirandosi fuori presunte colpe dell’Eta, additando cioè un nemico ormai superato, per non guardare in faccia le proprie responsabilità nell’aver coinvolto la Spagna in quel bagno di sangue che era già all’epoca l’Iraq. Venne smascherato e, fortunatamente, perse, chiudendo una delle stagioni più tristi per un Paese che, da quel momento in poi, sia pur fra alti e bassi, è stato quasi sempre un faro per il pensiero progressista e un esempio di crescita e sviluppo sostenibile. 

Le stazioni dei pendolari che si recano a scuola o al lavoro, dicevamo: un assalto simile, per modalità e devastazione, a quello che sedici mesi dopo avrebbe sconvolto Londra. A essere presi di mira non furono, dunque, obiettivi politici o militari, come accadeva ai tempi della guerriglia basca che attentava alla vita di Carrero Blanco, ma cittadine e cittadini comuni che stavano conducendo la propria esistenza quotidiana e venivano sottoposti a un’aggressione disumana. A essere nel mirino non erano più soggetti mirati ma l’Occidente in quanto tale, la nostra esibita modernità, i nostri costumi. Era una guerra, per nulla fredda, nella quale gli attentatori avevano deciso di coinvolgerci senza risparmiarci alcun dolore, in risposta ai conflitti neo-coloniali scatenati dai Bush, dai Blair e, per l’appunto, dagli Aznar occidentali contro il mondo arabo.

Nel Paese del cristianesimo battagliero, dell’espulsione degli ebrei, della Reconquista ai danni dei musulmani (entrambi a opera di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona) e di uno scontro di civiltà ante-litteram, si svolgeva sotto i nostri occhi la corrida criminale ai danni di persone inermi, rendendo palese che non avremmo più potuto godere della nostra tranquillità, meno che mai mentre il resto del mondo stava iniziando a esplodere. Madrid fu la prima città a cadere sotto i colpi della ferocia jihadista; poi sarebbe toccato a Londra, Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino, in una spirale di violenza omicida, cieca ma rispondente a una logica ben precisa, con la quale ancora non abbiamo avuto il coraggio di confrontarci. Fare i conti con l’abisso, infatti, ci costringerebbe a mettere in discussione noi stessi. Molto meglio, pertanto, insultare chiunque inviti a ragionare,

anziché riflettere sul perché la nostra globalizzazione abbia fallito, conducendo l’umanità nel baratro, le nostre società sull’orlo della rivolta, i fascisti e gli xenofobi al potere in più di una realtà e dando ragione alla tesi di Huntington invece che quella presuntuosa di Fukuyama, cultore di una “fine della storia” che si è rivelata la previsione più deleteria dell’ultimo mezzo secolo. Nel bel mezzo di uno “scontro di civiltà” senza precedenti, interrogarci sui fatti di Madrid, rendendo omaggio alle vittime ed esprimendo solidarietà e vicinanza all’attuale governo spagnolo, significa quindi incamminarci lungo la via della pace. Non solo: analizzare la figura di Pedro Sánchez, socialista dotato di cultura e saggezza politica, capace di tendere la mano a catalani e baschi e di comprendere l’essenza di una Nazione plurale, significa anche comprendere la via da seguire in vista delle prossime elezioni Europee, se non vogliamo che si trasformino nella tomba di quello che un tempo avremmo definito il “sogno comune”. 

La pace sulla punta del fucile, va detto con chiarezza, è impraticabile. Allo stesso modo, non possiamo nasconderci la gravità di ciò che sta accadendo nelle nostre vite. Abbiamo smarrito, difatti, la fiducia nel prossimo, la speranza nel domani, il senso del nostro stare insieme, la poesia della vita e l’amore per la comunità, abbandonandoci a un individualismo che ci rende drammaticamente più fragili ed esposti a nuove ritorsioni.

La strage di Madrid, vent’anni dopo, ci ricorda tutto ciò che abbiamo perduto. Nel 2004 avevamo addirittura messo a punto una Costituzione europea; oggi l’Europa è sull’orlo di disgregarsi. E ancora: all’epoca la competizione era tra popolari e socialisti, Destra e Sinistra; oggi, come detto, paghiamo a caro prezzo le conseguenze di una globalizzazione senza regole che ha impoverito il ceto medio al punto di favorire la nascita di veri e propri demoni, sempre più vicini al potere e sempre più minacciosi per la tenuta della democrazia e delle istituzioni. Aggiungiamo che allora credevamo che la politica avesse comunque un senso e ci comportavano di conseguenza, innanzitutto recandoci alle urne; oggi la diserzione elettorale è diventata un fenomeno di massa. Vi confesso, a tal proposito, che per la prima volta ho paura. Ho paura di ciò che non siamo più, di ciò che siamo diventati e di ciò che potremmo essere domani. Ho paura perché anch’io soffro del morbo che sta sfiancando l’Occidente: la mancanza di prospettive, il senso di angoscia, la sensazione di impotenza di fronte a un disastro che sembra non concederci scampo. 

In due decenni, ci siamo giocati le conquiste dei sessant’anni precedenti. Ora qualcuno si illude, anche nella progressista Spagna, che basti chiudere le frontiere per porre rimedio alla furia jihadista. Siamo in preda a un pericoloso sonnambulismo che potrebbe condurci dritti nel baratro di una dittatura non dichiarata ma, proprio per questo, ancora più pervasiva. E ammettere di aver paura è il solo modo che io conosca per non lasciarmi travolgere da essa. 

Ph Manifestazione a Barcellona dopo gli attentati di marzo 2004 ©Kippelboy, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Immagine di Roberto Bertoni Bernardi

Roberto Bertoni Bernardi

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