di Leone Spallino. Giornalista
La città di Swakopmund appare come un miraggio tinto di verde dopo aver guidato per ore nel deserto che circonda la strada, quasi completamente asfaltata, che la collega alla capitale della Namibia, Windhoek: la curata vegetazione cittadina crea un netto contrasto con la desolazione di chilometri e chilometri di meravigliose e solitarie dune che si tuffano nelle fredde acque dell’Atlantico meridionale. Gli abitanti sono circa 80.000, ai quali vanno sommati i numeri non trascurabili dei turisti che, specialmente nei mesi estivi, invadono le vie del centro e del lungomare.
Se si ignora la baraccopoli ai margini cittadini (visione comune in ogni agglomerato urbano del Paese), l’abitato è un centro turistico tirato a lucido, ordinato e maniacalmente pulito. Colpisce anche la scarsa presenza di recinzioni, filo spinato e uomini della sicurezza armata, endemica negli altri centri urbani namibiani. «Questa città è molto sicura, abbiamo fatto mettere la recinzione elettrificata solo per abitudine, perché in Sud Africa è imprescindibile» racconta Bibi, una donna bianca di origine sudafricana che gestisce una guesthouse «Però raccomandiamo sempre agli ospiti di chiudere il cancello e la porta a chiave. Questa, anche se non sembra, è pur sempre l’Africa» dice con un leggero sorriso sul volto.
LE VESTIGIA DELL’IMPERO COLONIALE TEDESCO
Il clima rigido e la numerosa popolazione bianca di Swakopmund rendono la città un unicum in Namibia. «Non tornerei mai a vivere a Swakop, Il clima è così freddo e nebbioso d’inverno». Dice Aisa, una donna nera nativa della città. Non condivide il motto della campagna turistica: Africa’s Adventure Capital, che allude al fatto che nella zona si possano praticare sport e attività estreme, dal surf alle esplorazioni del deserto in sella ai cammelli fino ai lanci col paracadute. «Per me è noiosa e non c’è niente da fare, però capisco che a voi europei possa piacere la città» dice seria, muovendo impercettibilmente gli occhi verso il cielo. Adesso Aisa vive vicino a Grootfontein, a centinaia di chilometri da Swakpomund, nel triangolo più fertile della Namibia. Con il marito tedesco Ulf gestisce una fattoria. Lui è uno dei circa 4000 fattori bianchi che possiedono la metà delle terre arabili o adatte al pascolo della Namibia. L’altra metà è gestita da 120.000 contadini e pastori neri. Infatti nel Paese vive una piccola ma influente comunità di origine tedesca (circa 30.000 persone), sparpagliata nell’immensa area rurale o concentrata proprio a Swakopmund. A questa si aggiungono i più numerosi Afrikaaner, di origine principalmente olandese e inglese, trasferitisi in Namibia dal Sud Africa con la fine del dominio tedesco.
A Swakopmund è infatti ancora molto evidente l’influenza della Germania: il rigorismo imperiale tedesco, riflesso negli edifici storici, si scontra con l’architettura delle costruzioni più moderne, che ospitano centri commerciali e attività d’intrattenimento. La Namibia è infatti stata parte dell’impero coloniale tedesco dal 1884 fino al 1915, quando si chiamava Deutsch-Südwestafrika. Fu poi invasa dall’impero britannico e consegnata dalla Lega delle Nazioni in amministrazione fiduciaria al Sud Africa, anch’esso sotto l’egida britannica, al termine della Prima Guerra mondiale. L’indipendenza arriverà nel 1990, quando decenni di sanguinosa guerriglia, sostenuta da cubani e sovietici, piegarono la volontà del governo sudafricano, costringendolo ad abbandonare l’occupazione. Quest’ultimo, sotto forte pressione internazionale, collasserà poco dopo e accetterà la fine della white minority rule e dell’apartheid. In Namibia prenderà il potere lo Swapo (South West Africa Popular Organization), che è tutt’ora alla guida del Paese.
UN GENOCIDIO DIMENTICATO
Di questa storia, però, il museo cittadino di Swakopmund racconta principalmente la fase coloniale, attraverso fotografie, oggetti e armamentari importati dalla popolazione bianca. L’ossessività verso questi reperti, anche piuttosto banali, oscura completamente l’ala dedicata alle popolazioni indigene, composta da una singola, piccola sala. L’accento è posto sugli aspetti legati al “progresso” importato dall’Europa, con riproduzioni di sale di farmacie, cucine e salotti. C’è anche un’intera sezione espositiva dedicata al primo macchinario a raggi X dell’emisfero australe.
In questo museo, invece, non c’è traccia del primo genocidio del XX secolo, compiuto proprio in Namibia, proprio da quei coloni che sono al centro della narrazione museale. Tra il 1904 e il 1908, quasi 100.000 Herero e Nama, popolazioni bantu arrivate in Namibia secoli prima degli europei, sono stati sistematicamente imprigionati, deportati e uccisi.
Oltre al silenzio del museo, in città ci sono anche luoghi dove i simboli della violenza coloniale sono messi in vetrina: un esempio è l’Alstadt, un ristorante di cucina tedesca. Ad accogliere i clienti all’ingresso troneggia una riproduzione della statua del Reiterdenkmal, un monumento equestre in memoria di quegli stessi soldati tedeschi che hanno compiuto il genocidio. Per questo motivo, l’originale è stato rimosso da Windhoek. Il personale di sala del ristorante, composto esclusivamente da bianchi (così come sembra essere la clientela), sostiene però che la statua faccia parte della propria “storia” e che non sia assolutamente un “simbolo d’odio”.
Nonostante i tentativi di raccontare la storia attraverso delle lenti solamente bianche, un gruppo di attivisti si oppone con fermezza. A guidarli è Laidlaw Peringanda, attivista herero e fondatore dello Swakopmund Genocide Museum.
Il suo museo ha sede in un piccolissimo edificio, grande meno di un container, situato nel giardino di casa sua, nel quartiere di Matutura, a pochi metri dalla Democratic Resettlement Community, la baraccopoli di Swakopmund. All’interno tre sedie, una scrivania, un monitor e alcune foto in bianco e nero appese sul muro. Le istantanee ritraggono nativi incatenati, teschi e coloni europei intenti ad abusare della popolazione nera locale. Una narrazione opposta rispetto a quella del museo cittadino.
«Ho aperto questo museo per amore della mia famiglia. Quando avevo dieci anni, la mia bisnonna ci ha raccontato gli orrori che ha visto e subìto. Tutto questo non può essere dimenticato. Dobbiamo ancora avere giustizia» dice l’attivista.
La maggior parte degli storici ritiene che gli eventi intercorsi in Namibia fra il 1904 e il 1908 costituiscano un genocidio. Nel 2021 il governo tedesco ha riconosciuto e chiesto scusa per i crimini commessi e ha stanziato più di un miliardo di euro da destinare in 30 anni al governo namibiano per opere pubbliche. L’accordo è stato tuttavia criticato da alcuni attivisti, tra i quali proprio Peringanda: «i soldi devono andare ai discendenti delle vittime, perché il governo li spende in progetti che non vanno a beneficio diretto delle comunità colpite» dice, accennando poi alla vicina baraccopoli: «Questo posto è praticamente un ghetto per gli herero. Qui, di quel miliardo, non vediamo nulla».
IL RAZZISMO E LA SCIENZA
L’attivista ha anche contatti con il mondo accademico e con quello istituzionale: studenti e professori universitari, di cui mostra le foto, vanno a fargli visita nel suo museo. Qui ha recentemente ricevuto una delegazione di parlamentari tedeschi: «Siamo in contatto con loro anche per far rientrare a casa le spoglie delle vittime del genocidio, portate in Europa come oggetti di studio, per “provare” le teorie razziste occidentali» dice, indicando una macabra foto rappresentante una testa mozzata. «Abbiamo riportato indietro circa trecento teschi, ma probabilmente ce ne sono ancora migliaia nelle università e nei musei europei e americani. Abbiamo anche attivato un sorta di programma di scambio, dove studenti tedeschi vengono qui al museo e prendono parte ad attività come la manutenzione dei tumuli, oltre ad imparare la propria storia coloniale».
I tumuli ai quali fa riferimento si trovano in una distesa desertica ai margini della città: lì sono seppellite le spoglie di migliaia di vittime herero e nama, gettate in quelle che erano fosse comuni. «Grazie ai volontari, siamo in grado di preservarle. Un archeologo ci ha fornito un macchinario per localizzare le ossa senza dover scavare». Gli attivisti lottano contro l’indifferenza delle istituzioni e la sabbia del deserto per dare dignità ai resti delle vittime.
UNA MEMORIA SCOMODA
«La municipalità non è interessata a mantenere queste tombe, tanto da aver permesso la costruzione di case ai margini delle stesse. Non vuole che si diffonda la storia del genocidio, e io stesso sono stato arrestato diverse volte» racconta Peringanda.
Nonostante gli sforzi degli attivisti per portare alla luce il genocidio, in città prevale un atteggiamento di disinteresse da parte delle istituzioni. Basti pensare che in un negozio per turisti è possibile acquistare, come i più innocui dei souvenir, dei piccoli ovali di metallo numerati. «Queste placche venivano appese alle catene dei prigionieri herero e nama» dice Peringanda, indicando una fotografia in bianco e nero. «A volte si fondevano per il calore sulla loro pelle». L’utilizzo di numeri identificativi ricorda le modalità di un altro genocidio, uno che si è svolto in Europa. Per molti accademici, infatti, alcune metodologie e la matrice ideologica fondativa della Shoah sono le stesse che hanno portato al genocidio in Namibia.
Il Nazismo sembra tutt’oggi appartenere almeno ad una parte della comunità discendente dai coloni tedeschi, come mostrano alcune fotografie, scattate recentemente, esposte nel museo di Peringanda: un individuo con una svastica al braccio, uomini vestiti da membri del Ku Klux Klan, carri di carnevale che rappresentano una forca, la stessa da dove, in alcune istantanee dell’epoca del genocidio, penzolano diversi corpi neri senza vita. «Ho ricevuto diverse minacce di morte per la mia attività» dice il direttore del museo, mentre riproduce dal pc un video che mostra una bandiera nazista sventolare su un edificio della città. Aggiunge che parte della comunità bianca cittadina vuole nascondere o, ancora peggio, rivendicare la propria storia di violenza razzista e coloniale.
«Perchè non si parla di quello che è successo quando Mandela è arrivato al potere? Centinaia di fattori bianchi uccisi ogni anno in Sud Africa e Namibia» afferma battagliero A., un vecchio e coriaceo autista ed operatore turistico di origine afrikaans, che abita poco distante da Swakopmund. «Se in Sud Africa la situazione è drammatica, qui in Namibia va leggermente meglio, ma non si parla mai di quello che succede alla minoranza bianca». Gli omicidi di fattori bianchi in Sud Africa e Namibia sono infatti un tema delicato nel dibattito pubblico dei due Paesi: la Destra radicale (anche in Occidente) sostiene che sia in corso una sorta di lenta pulizia etnica nei confronti dei bianchi. Tuttavia i dati sugli omicidi riflettono un elevato rischio di esserne vittima a prescindere dall’etnia. «Comunque il passato è passato, quello che conta è il presente. E le cose cambieranno presto qui, la presenza e la rappresentanza dei bianchi sono imprescindibili» continua A. «Quelli che governano oggi non hanno idea di come si gestisca un Paese. Basta guardare le condizioni delle strade; le aveva costruite mio padre» esclama orgoglioso «ma adesso le stanno facendo andare in malora. Ecco perché bianchi e neri si devono mettere insieme per dare una nuova direzione al nostro governo. Anche perché questo Paese è molto ricco».
UNA RICCHEZZA NASCOSTA
Le risorse della Namibia, infatti, sono molte e preziose. Oltre a panorami mozzafiato che attraggono turisti da tutto il mondo, il sottosuolo nasconde ingenti ricchezze. «Quelle laggiù? Sono piattaforme petrolifere» risponde Lucky, mentre allunga il braccio indicando l’oceano. Lui lavora come guidatore di quad per una azienda che offre esperienze estreme nel deserto, e conosce bene le dune a pochi chilometri a sud di Swakopmund. Dalla loro cima è possibile vedere distintamente due enormi costruzioni in mezzo all’acqua, non distanti dalla riva. «Recentemente hanno trovato il petrolio. Pare ce ne sia tanto, è una buona notizia. Tanti posti di lavoro in più» conclude, con un tono che non lascia però troppo spazio a facili entusiasmi. Le ricchezze della Namibia, infatti, raramente portano vantaggio alla totalità della popolazione: se il Paese possiede preziose risorse naturali (oro, uranio, diamanti e petrolio) resta anche il terzo stato economicamente più iniquo al mondo secondo il coefficiente di Gini. Il governo, poi, in difficoltà nello sviluppare le infrastrutture necessarie per lo sfruttamento di tali risorse, si affida e si indebita sempre di più verso l’esterno.
«Prima o poi saremo costretti a vendere tutto all’estero, questo Paese rischia di perdere la sua indipendenza» dice Peringanda, in tono rassegnato. È preoccupato per la gestione politica del Paese, dall’economia alle tensioni sociali: «Ho paura che presto, se la questione della giustizia riparativa non sarà affrontata efficacemente, la rabbia dei giovani prenderà il sopravvento e magari proveranno a riprendersi le terre dei bianchi con la forza. Non dobbiamo piacerci, ma dobbiamo trovare il modo di convivere e ciò parte dall’accettazione della comunità bianca delle sue responsabilità. Con noi collabora qualcuno di loro, nella manutenzione dei tumuli per esempio. È davvero un bel segnale, ma siamo molto lontani da una presa di responsabilità collettiva».
Dei mutamenti, però, stanno accadendo: l’attivista mostra una foto, questa volta a colori. È di un cippo, posto di fronte al cimitero di sabbia dove sono seppellite le vittime del genocidio. La targa recita «In memoria di migliaia di eroici herero e nama, morti misteriosamente durante il dominio coloniale tedesco nel 1904-1908». A partire dal 2020 il testo del cippo è cambiato e oggi queste morti hanno finalmente una causa: «Morirono nei campi di concentramento di fame, stenti, violenza e abusi sessuali perpetrati dai soldati tedeschi. La nostra terra ancestrale e la giustizia riparatrice rimangono l’ispirazione per la nostra lotta, oggi, domani e per sempre». Peringanda sorride: «La nostra lotta fa la differenza».
Foto © Leone Spallino
Leone Spallino
Giornalista




1 commento
Una notizia rara sul genocidio in Namibia. La mia passione (rafforzata da una laurea in geografia) mi hanno consentito di leggere testi sulle vicende dell’Africa meridionale, compresa la Namibia naturalmente. Grazie e complimenti per il servizio
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