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Religione è bello?

di Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.

L’orizzonte “interreligioso” domina ormai da decenni il dibattito teologico e, in misura non irrilevante, quello culturale, non senza ricadute in ambito politico. Tuttavia, sebbene sia del tutto evidente che l’incontro tra religioni sia importante, può accadere che capi religiosi abbiano la presunzione di parlare in nome dell’umanità intera sulla base dei “veri insegnamenti delle religioni”, dei quali sarebbero depositari.

L’orizzonte detto “interreligioso” domina ormai da decenni il dibattito teologico e, in misura non irrilevante, quello culturale in senso più ampio, non senza ricadute in ambito politico. Sono in molti/e, oggi, a ritenere “storico” il primo incontro interreligioso mondiale di preghiera per la pace, convocato da Giovanni Paolo II ad Assisi, nel 1986.

Un autorevolissimo esponente cattolico manifestò (sommessamente, per rispetto al papa, al quale sarebbe succeduto quasi vent’anni dopo) qualche perplessità, a mio parere non peregrina.

Ad esempio: che significa “preghiera interreligiosa”? Ognuno prega il “proprio” Dio, ma nello stesso luogo e contemporaneamente? Oppure abbiamo stabilito (ma non è affermazione da poco) che in realtà tutte le religioni si rivolgono alla stessa entità, come i deisti di ogni specie sostengono da secoli?

Che io sappia, tali domande non hanno oggi ancora ricevuto risposte convincenti. Sono invece state messe da parte, come fondamentalmente dottrinarie. Nel caso poi delle religioni dette “monoteiste” la faccenda, si dice, è più semplice, quasi risolta.

In ogni caso, è del tutto evidente che l’importante è incontrarsi, essere “inter-”, dire che le “religioni” sono buone e vogliono la pace. Qualcuno potrebbe osservare che, stando al panorama globale, una simile affermazione appare, quantomeno, azzardata: il grillo parlante verrebbe però prontamente zittito (magari su questa stessa rivista…), con l’argomento che le religioni “autentiche” (il “vero” Cristianesimo, il “vero” Islam, il “vero” Ebraismo, il “vero” Induismo ecc.) sono tolleranti, pacifiche e dialoganti. Oppressive e guerrafondaie sono le religioni male intese, dai cattivi; noi – come dubitarne? – siamo “i buoni”.

In questa chiamata a raccolta delle “schiere del Bene” si distingue (regno di Benedetto XVI a parte) la Chiesa romana, mediante il suo capo o anche, assai spesso, attraverso altre agenzie, ufficiose, ma potentissime. Le altre Chiese cristiane sembrano felici di accodarsi.

Ogni tanto, naturalmente, emerge il dubbio che il papato persegua, anche in tal modo, una politica egemonica, volta a presentarlo come il vero e unico punto di riferimento del Cristianesimo. Anche tale sospetto risulta però del tutto secondario di fronte all’esigenza di ottenere un posticino, magari laterale, nell’Assise (mediatica) dei Giusti.

Chi, come chi scrive, si è formato nel XX secolo (e chi ha letto le pubblicazioni dalle quali questa rivista deriva) ricorderà che una delle linee di forza di molto pensiero cattolico e protestante novecentesco era la critica alla “religione”, dal punto di vista della fede: si cercava, cioè, di recepire le critiche atee alla religione, in particolare quella marxista, in una prospettiva di purificazione della propria fede.

Spesso tale progetto si esprimeva ingenuamente, come se fosse possibile distillare in qualche modo una fede pura, libera dalle incrostazioni della “religione” in quanto comportamento umano, storicamente condizionato e politicamente reazionario. Il “Gesù antireligioso” era molte volte una semplificazione, non priva di tendenze antigiudaiche per noi oggi assai vistose, ma aveva dalla sua anche dimensioni significative delle tradizioni bibliche.

Se però l’idea di poter separare con l’accetta “fede” e “religione” (spesso attribuita a Karl Barth, da parte di barthiani/e e antibarthiani/e che del teologo sembrano non aver letto una riga) era assurda, il tentativo di individuare la strutturale ambiguità del religioso era, e resta, autenticamente biblico.

L’attuale entusiasmo religionistico ha rimosso questa istanza, che in fondo costituiva un contributo ebraico-cristiano al dibattito globale. Il risultato è spesso deprimente: può accadere, ad esempio, che due capi religiosi proclamino al mondo, praticamente in nome dell’umanità intera, la fratellanza universale, sulla base dei “veri insegnamenti delle religioni”, dei quali, manco a dirlo, sarebbero depositari.

E accade anche che una simile presunzione sia applaudita dai pulpiti più disparati come esempio luminoso (e profetico, naturalmente) della fecondità del dialogo. “Religione è bello?”. Il punto interrogativo costituisce, io credo, un compito cristiano.

Ph © McKenna Phillips via Unsplash

Immagine di Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.

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