di Maurizio Ambrosini. Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università di Milano.
Il surreale andirivieni della nave Libra dall’Albania può essere assunto a simbolo della politica dell’asilo del governo Meloni: tra deportazioni annunciate, trasferimento di qualche sfortunato, sentenze sfavorevoli, reiterazione dei tentativi, polemiche con la magistratura e con le istituzioni europee, la vicenda disegna un quadro in cui gli intenti comunicativi e propagandistici prevalgono sulla ricerca di soluzioni pragmatiche e ragionevoli, e alla fine sul compito di governare in modo responsabile, rispettoso delle regole costituzionali e dei trattati internazionali.
Con la lotta senza quartiere in difesa del progetto di esternalizzazione dell’accoglienza dei richiedenti asilo in Albania, il governo italiano sta cercando di affermare due istanze, entrambi cruciali nel progetto politico sovranista: il primato della politica sul sistema giudiziario, e il primato del diritto nazionale su quello dell’Unione europea.
In questa cornice va interpretato l’accordo con l’Albania per la realizzazione di centri extraterritoriali per l’esame delle domande di asilo e la sua strenua difesa da parte dell’esecutivo. Giorgia Meloni non ha esitato a parlare di una misura di deterrenza nei confronti dei potenziali partenti.
Il fatto – pure sbandierato – che nei due centri verranno trattenuti soltanto uomini adulti non fragili, tratti in salvo da navi militari e provenienti da Paesi classificati come sicuri, conferma l’intenzione punitiva del progetto, e dunque l’obiettivo di diffondere paura tra i candidati all’asilo. Non per caso, l’ispirazione è venuta dal progetto britannico di deportazione in Ruanda dei migranti sbarcati dal mare.
L’obiettivo è fondamentalmente il medesimo: deportarne qualcuno, sollevare un clamore mediatico, trarre profitto dalle stesse proteste. Tutto questo serve anzitutto a dare soddisfazione ai sostenitori poi, se possibile, ad allargare il consenso, esibendo un rigore inflessibile sulla pelle di persone indifese. Alla fine, eventualmente, si spera di dirottare parte dei flussi verso altri lidi. Quanto all’elenco dei Paesi sicuri, è già emerso il pressappochismo con cui si è mosso il governo Meloni.
Qualche mese fa la lista italiana era stata allargata a 22 Paesi, tra cui Egitto, Tunisia, Nigeria, contro nove soltanto della Germania e liste ancora diverse in altri Paesi dell’Ue. Casi dunque assai dubbi, “sbiancati” per poter accrescere i dinieghi dell’asilo e nell’immediato le deportazioni in Albania: non i rimpatri, molto più complicati e costosi, tanto da aver raggiunto nel 2023, con il governo Meloni saldamente insediato, la modesta cifra di 4.752 casi.
Poi è stata ignorata la sentenza della Corte di Giustizia europea degli inizi di ottobre, che ha condotto all’annullamento del trattenimento dei primi dodici malcapitati. Quindi è stata approvata una nuova lista, ridotta a 19 Paesi, senza la Nigeria. Per contro, Paesi come Egitto e Tunisia sono stati dichiarati sicuri per tutti, senza eccezioni.
La lunga carcerazione di Patrick Zaki, per non dire dell’omicidio Regeni, a quanto pare è stata dimenticata. Sperando di evitare altri incidenti di percorso, la controversa lista è stata inoltre incardinata in un decreto-legge, ritenuto più difficilmente attaccabile dalla magistratura, ma la mossa non è riuscita. I magistrati romani continuano a sostenere che se le norme italiane entrano in conflitto con quelle europee, sono queste ultime a dover prevalere.
I casi vanno valutati uno per uno, nella loro specificità, senza poter ricorrere alla scorciatoia della definizione di “Paesi sicuri”. Altri interrogativi riguardano sia il livello pratico-operativo, sia quello dei princìpi. Anzitutto, al di là dei costi (800 milioni di euro in cinque anni secondo Il Sole 24 Ore, ma il calcolo probabilmente è approssimato per difetto) il piano governativo si concentra su una parte dei richiedenti asilo: 39mila casi all’anno.
Il calcolo si basa sull’ipotesi di trattare le domande in quattro settimane, grazie a una procedura accelerata, mentre oggi serve mediamente più di un anno, spesso due. Si prevedono collegamenti online con Roma e altre forzature procedurali. Per accelerare i tempi, si comprimono i diritti dei richiedenti, lasciando loro pochissimo tempo per prepararsi all’audizione, raccogliere la documentazione utile a suffragare la loro richiesta, e fare appello alla giustizia in caso di diniego: una settimana soltanto è prevista per quest’ultima azione.
Non è chiaro poi che cosa succederà ai richiedenti la cui domanda verrà respinta. Data la scarsa capacità delle autorità italiane di realizzare i rimpatri, si potrebbe pensare a un rilascio in Albania, ma il presidente Rama si è già risolutamente opposto. Si profila così l’esito paradossale di un trasferimento in Italia dei richiedenti diniegati.
La ricerca di maggiore efficienza nella presunta difesa dei confini entra in conflitto con i diritti umani. La manovra trova finora un argine nel sistema giudiziario e in ciò che rimane dell’architettura liberale delle istituzioni europee. Ma senza vigilanza e mobilitazione da parte della società civile, l’argine rischia d’incrinarsi, e prima o poi di cedere.
Ph © Behzad Bisadi via Unsplash
Maurizio Ambrosini
Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università di Milano.
