di Luigi Sandri. Redazione Confronti.
«Morì in felice canizie, sazio di giorni e si riunì ai suoi padri»: così la Bibbia descrive la fine della vita dei patriarchi. E così possiamo dire noi in memoria del peruviano Gustavo Gutierrez, deceduto 96enne il 22 ottobre a Lima, dopo una vita spesa perché la Teologia aiuti il riscatto degli impoveriti.
Nato nel 1928 da genitori meticci, da adolescente fu colpito da osteomielite, e dai dodici ai diciotto anni dovette usare la sedia a rotelle: egli descriverà quel periodo doloroso come importante, per avergli insegnato le virtù della pazienza e della speranza. Si iscrisse all’università nella facoltà di Medicina ma, poi, decise di farsi sacerdote. Studiò Teologia in importanti università europee (Lovanio, Lione), e così ebbe modo di conoscere maestri come i cattolici Henri de Lubac, Yves Congar, Marie Dominique Chenu, e il protestante Karl Barth.
Tornato in patria ebbe sempre un rapporto profondo con le comunità cristiane di base e, in generale, con quanti volevano “tradurre” in latino-americano l’input del Concilio Vaticano II (1962-65) e quindi della Conferenza di Medellín che, nel 1968, fece l’opzione della scelta preferenziale dei poveri.
Con questo background alle spalle – alta dottrina e contatto con los oprimidos – nel 1971 pubblicò la sua opera fondamentale, Teología de la liberación, per la quale sarà poi considerato “padre” di quella corrente. Il suo capolavoro ebbe un impatto grandissimo non solo in America latina, ma anche in Europa. In Italia, in particolare, sia tra le comunità cristiane di base (e, allora, tra la nascente rivista Com – che nel 1974 si fonderà con la evangelica Nuovi tempi per diventare, poi, nel 1989, l’attuale Confronti) che in altri gruppi di riflessione critica sulla fede.
Ricordo bene quando il messicano monsignor Sergio Mendez Arceo, vescovo di Cuernavaca, partecipò a una celebrazione eucaristica nella Comunità cristiana di base di San Paolo e, poi, durante l’agape fraterna, ebbe un’intensa conversazione con Giovanni Franzoni, proprio sulla Teología de la Liberación: “se”, e “come”, questa poteva essere incarnata a Roma, sede del papato? Ma torniamo al nostro protagonista.
Quando, negli anni Ottanta del secolo scorso, il cardinale Joseph Ratzinger, a nome e per conto di papa Wojtyla, guidava con pugno di ferro la Congregazione per la Dottrina della fede, anche Gutierrez – come già era accaduto al teologo brasiliano Leonardo Boff – rischiò un’analoga condanna; però l’episcopato peruviano difese la sua “ortodossia”, e quindi l’ex Sant’Uffizio non osò procedere.
Comunque, per sentirsi più difeso, nel 1999 Gustavo entrerà nell’Ordine domenicano. Ma non seguirono anni tranquilli, perché da allora al 2019, per volontà di Giovanni Paolo II, l’arcivescovo di Lima sarà il cardinale “conservatore” Juan Luis Cipriani.
Gutierrez respirerà a pieni polmoni solamente con papa Francesco, che lo ricevette in un’udienza quasi riparatrice. E che, in occasione della sua morte, in un telegramma lo ricorderà così: «Un uomo di Chiesa, che ha saputo fare silenzio quando doveva fare silenzio, che ha saputo soffrire quando gli è toccato soffrire… Ha saputo portare avanti tanto frutto apostolico e tanta ricca teologia». Anche il nuovo arcivescovo di Lima, cardinale Carlos Gustavo Castillo Mattasoglio, che era in grande sintonia teologica con padre Gutierrez, lo ha ricordato con riconoscenti parole per la sua opera.
Ma che diceva, in sintesi, lo studioso scomparso? Citiamo da Esodo 3-2024, quanto alcuni decenni fa affermava l’oggi cardinale salvadoregno Gregorio Rosa Chávez: «Secondo me si dovrebbe parlare di Teologie della liberazione, al plurale. Personalmente mi aiuta sempre molto ricordare alcune parole di Gustavo Gutierrez, pronunciate nell’aula magna dell’Università di Lovanio nel 1974. Colui che era considerato il padre della Teología de la liberación, iniziò la sua lectio magistralis ricordando agli astanti che la sua nozione di Teologia era quella classica: il discorso su Dio.
Poi spiegò, però, quella che per lui era la differenza: mentre i teologi europei si preoccupavano del “non credente, i teologi della liberazione si preoccupavano del “non uomo”. Terminò poi la sua dissertazione con queste lapidarie parole: “La teologia della liberazione esiste perché questo ‘non uomo’ si metta in piedi”».
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Luigi Sandri
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