di Nicola Pedrazzi. Giornalista, editor de il Mulino, già corrispondente da Tirana per Osservatorio Balcani e Caucaso.
Di fronte alle grandi e gravi crisi internazionali la politica italiana si mostra minuta. Se questa è la realtà, fa un po’ sorridere, anzi sorridere amaro, il rito dei sondaggi settimanali in cui si misura lo zero virgola del Pd rispetto al fisiologico calo di Fratelli d’Italia, che inizia a scontare gli anni di governo.
Non a breve, ma nel 2025 le occasioni per le opposizioni non mancheranno. In autunno si terrà un’importante tornata amministrativa e regionale, che interesserà più di mille comuni (il 15% delle città italiane) e diverse Regioni pesanti, come Campania, Veneto, Toscana e Puglia. Nel mentre, a inizio anno, la Corte si pronuncerà sull’ammissibilità dei referendum che hanno superato le 500mila firme previste dalla legge: quello contro l’autonomia differenziata, quello sulla legge sulla cittadinanza, e i quesiti per cancellare quel che resta della riforma del Jobs act del governo Renzi.
L’opposizione all’autonomia differenziata targata Calderoli e la riforma della legge sulla cittadinanza (tra i primi punti programmatici della coalizione guidata da Bersani nel 2013: quando il successo e il veto dei 5 Stelle, che oggi in Europa siedono alla sinistra del Partito socialista, impedì al Pd, arrivato primo, di formare un governo di Sinistra) assumono una notevole carica politica, ma anche qualora venissero ammessi per essere validi dovrà andare a votare la maggioranza degli aventi diritto, ovvero più di 25,5 milioni di persone. Un numero molto alto se si considera le recenti affluenze nazionali (alle europee dello scorso giugno ha votato il 49%: ed eccoci tornati al problema dell’astensionismo).
Dinanzi alla numerica inoffensività dell’opposizione si è tentati di credere nella bravura di Giorgia Meloni. E questa, per molti versi, c’è. Non è facile governare l’Italia in questo frangente storico, e non è facile farlo venendo dalla sua storia politica, provenendo “da fuori” rispetto all’arco costituente. Ma va detto che Meloni ci sta riuscendo anche grazie alle dinamiche macro, sistemiche, come molto similmente accadde all’inesperto Giuseppe Conte, trasformato dalla pandemia in statista.
La Meloni di governo è una Meloni costretta a dimenticarsi tutti i giorni le sue idee politiche. Perché quando se ne ricorda fa dei pasticci: lo abbiamo visto in Europa, durante i mesi della formazione della nuova Commissione europea, quando a luglio ha commesso il gravissimo errore di confondere il sé capa di partito con il sé capo di governo, di fatto venendo esclusa dal vertice intergovernativo che indicò Ursula von der Leyen.
L’Italia, per la sua importanza in seno all’Ue, avrebbe dovuto prendervi parte e, constatata la maggioranza relativa dei moderati del gruppo del Partito popolare europeo (Ppe), indicare il suo candidato (cioè von der Leyen). Una volta fatto il suo dovere di governante, Meloni Segretaria sarebbe rimasta libera di dire agli eletti di Fratelli d’Italia di non votarla al parlamento europeo, recuperando il carattere euroscettico del partito.
Invece ha agito da subito come capa di partito, dovendosi poi rimangiare in parlamento la decisione presa come governante, recuperando in extremis un “suo” commissario (Raffaele Fitto).
Sono errori grandi, come è stato grande l’errore sull’accordo Italia-Albania per la costruzione extraterritoriale di un centro di identificazioni migranti: un progetto reso inattuabile non dalla magistratura, ma dalla sua totale mancanza di senso e di utilità pratica (a fronte di una spesa indecente di soldi pubblici).
L’impressione è che, fuori dalle piccole propagande nazionali, nella complessa arena mondiale in cui il mondo con forza e gravità ci chiama, Meloni e il suo non eccellente personale politico governino appoggiandosi alle strutture vigenti (l’atlantismo e l’Unione europea in primis), perché se ci mettono del loro vengono isolati o fanno danno.
La serietà della contingenza rende il governo Meloni un po’ meno peggio di quello che sarebbe in valore assoluto, se fosse virtualmente libero di esprimere i suoi valori politici (come in effetti fa in materia di riforme costituzionali: le quali sono talmente mal poste da essere persino difficili da criticare).
Nonostante queste debolezze, in assenza di una matura alternativa politica Meloni potrà calare solamente da sé, seguendo la parabola tipica delle Destre populiste di governo. In mancanza di alternative, dopo che i populisti si dimostrano impotenti si fanno governi tecnici migliori dei governi votati. Accadde con Monti, al tramonto del berlusconismo. Accadde con Draghi, finita la stampella pandemica all’impresentabilità dell’“avvocato del popolo”.
Oggi forse non sembra, ma in assenza di vincoli sistemici potrebbe accadere anche alla più brava Giorgia Meloni (che è più brava proprio perché sa di poter cadere solo da sola, e allora ci sta attenta). Siamo dentro al circolo vizioso occidentale: quando la Destra populista non si sconfigge con la proposta politica, ma si addomestica nelle istituzioni, nelle urne la Destra populista continua a vincere.
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Nicola Pedrazzi
Giornalista, editor de il Mulino, già corrispondente da Tirana per Osservatorio Balcani e Caucaso.
