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Da Jalta all’Apocalisse: la pace tradita e il caos globale

di Roberto Bertoni Bernardi

di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista e scrittore

Gli accordi di Jalta e Potsdam non portarono alla pace, ma a una ridefinizione degli equilibri mondiali. Oggi, con il crollo dell’ordine globale e nuove tensioni geopolitiche, il mondo rischia di precipitare in un conflitto senza ritorno.

Dopo sei anni di guerra, in sei mesi si decise il futuro. Male, purtroppo, come peggio non si sarebbe potuto, come se gli oltre 60 milioni di morti del secondo conflitto mondiale fossero stati vani o, comunque, funzionali alla ridefinizione degli equilibri globali, senza alcun rispetto per la vita, la dignità della persona e i lutti patiti da decine di milioni di famiglie in ogni angolo del pianeta. Questi sono stati i sei mesi che separarono Jalta dalle atomiche su Hiroshima e Nagasaki che, di fatto, segnarono la fine di una carneficina senza precedenti. 

Cosa resta, ottant’anni dopo, di quegli accordi? Un mondo in macerie, la fine dell’ordine globale, la distruzione di tutti gli organismi di controllo, la sconfitta, temiamo definitiva, dell’Onu, le aberranti sanzioni di Trump nei confronti della Corte penale internazionale,

la distruzione di Gaza, lo sfascio dell’Europa e l’autoannientamento dell’America. Del resto, se osserviamo i tre vertici che caratterizzano quegli anni ormai remoti (Teheran nel dicembre del ’43, la già menzionata Jalta e Potsdam nell’estate del ’45), balzerà subito agli occhi un dato non irrilevante: la pace non ebbe alcuno spazio nelle discussioni, poiché non di pace si trattava ma di un cambio degli assetti mondiali, come sosteneva Hannah Arendt, spiegando che «la guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri». Le zone d’influenza, la divisione del mondo in aree ben delimitate, l’impossibilità di uscire da logiche ferree e disumane, il mondo diviso in blocchi, la difficoltà di discutere civilmente, lo stato di tensione permanente: questo è ciò che è derivato da quei vertici, non una vera ripresa del pianeta, meno che mai una convivenza felice fra i popoli. La Nato da una parte, il Patto di Varsavia dall’altra: in mezzo, l’orrore dei carri armati sovietici a Budapest e a Praga, i colpi di Stato agevolati dalla Cia in vari Paesi, la democrazia bloccata in Italia, con il famoso “fattore K” teorizzato da Ronchey, e il rischio di un conflitto atomico di proporzioni devastanti che solo la saggezza di alcuni governanti, frutto di un periodo di effettivo benessere e di una politica ancora forte e identitaria pressoché ovunque, è riuscita a scongiurare. Se il mondo esiste ancora, lo dobbiamo infatti all’Ostpolitik di Willy Brandt, alfiere della socialdemocrazia migliore, di cui oggi si è smarrito il seme, e ai due trattati Salt per il disarmo nucleare, quando ci si illudeva di poter sostituire l’equilibrio del terrore con un confronto sereno fra universi paralleli. 

Jalta, dunque, non fu un momento esaltante, un trionfo della diplomazia e una svolta storica per l’umanità: fu l’esatto opposto. Ce lo dimostra il triste destino che ha accomunato tutti coloro che hanno tentato di forzarne le logiche: un nome su tutti, Aldo Moro, senza dimenticare Piersanti Mattarella e altri servitori dello Stato che hanno osato compiere il proprio dovere fino in fondo. 

A tal proposito, è bene ricordare chi sia stato il vero teorico di questo assetto mondiale: Winston Churchill, di cui abbiamo ricordato di recente il sessantesimo anniversario della scomparsa. Scriviamo questo tenendo conto del fatto che Franklin Delano Roosevelt sia morto di lì a poco, il 12 aprile del ’45, sostituito da Truman, il principale fautore della stretta anti-sovietica nonché il presidente sotto cui venne creata appositamente la Cia; quanto a Stalin, se ne sarebbe andato nel ’53. Churchill, invece, benché sconfitto da Attlee alle elezioni del luglio ’45, è stato senza dubbio il personaggio più influente della storia politica inglese dell’ultimo secolo, colui che coniò l’espressione “Cortina di ferro” e guidò l’Occidente verso la divisione feroce che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento. Non a caso, due studiosi di vaglia come Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino hanno scritto un saggio intitolato Il golpe inglese, nel quale spiegano con chiarezza e dovizia di particolari quale sia stato il ruolo dell’Inghilterra nei condizionamenti e nelle svolte regressive che hanno avuto luogo nel nostro Paese. E non a caso, il principale sforzo di Stalin a Jalta fu quello di scongiurare che si saldasse l’asse fra Churchill e Roosevelt, ben comprendendo la contiguità ideologica fra i due, in contrapposizione al modello sovietico. Comunismo contro capitalismo: era questa la posta in gioco e lo è stata fino all’89, quando l’abbattimento del Muro di Berlino ci ha illuso che la storia fosse finita e che il nostro trionfo avrebbe pacificato il mondo, improntandolo alla nostra visione. Peccato che si trattasse di due modelli entrambi sbagliati: lo Stalinismo (il Comunismo italiano è stato ben altra cosa ed è doveroso sottolinearlo) perché non aveva alcun rispetto per i diritti umani, il Capitalismo arrembante perché si è rivelato anch’esso pura barbarie, soprattutto là dove, a differenza dell’Italia, non è stato adeguatamente mitigato dal personalismo e dal solidarismo cattolico. 

Abbiamo perso tutti, e oggi ce ne rendiamo conto, mentre si torna a parlare di zone d’influenza e si invoca una nuova Jalta, oltre che una nuova Bretton Woods, dato che gli equilibri di allora sono definitivamente saltati e il caos globale rischia di travolgerci. Troppo tardi. L’unica via percorribile per avviare un duraturo processo di pace sarebbe abbracciare il multipolarismo,

 ma nel mondo di Trump non possiamo aspettarci nulla di buono. America first significa, difatti, nuove chiusure, nuovi scontri e, quel che è peggio, la fine del concetto stesso di globalizzazione: un sogno tradito, un’utopia venuta meno, un elemento assai positivo trasformato dal trionfo della finanza, con conseguente accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi oligarchi, in un incubo. Ebbene, quegli oligarchi oggi sono al fianco di Trump, il che significa che assisteremo a un conflitto di stampo contemporaneo, combattuto non più con i cannoni ma a colpi di dazi e ritorsioni, conducendo l’umanità in un contesto di autentica furia che segnerà l’epilogo dell’Occidente. E non si tratta di negatività ma di analisi dei dati demografici, delle risorse naturali a disposizione, delle dimensioni, della popolazione e dell’età media. Il trio di Jalta, a cominciare dal duo occidentale, ci condusse in una guerra che di freddo ha avuto ben poco ma al termine della quale ci siamo illusi di aver vinto. Trump ci sta facendo sprofondare in una guerra che, ahinoi, sicuramente perderemo, l’America in primis, al che non sono da escludere colpi di testa ed eventuali follie da parte di un sistema di potere che o vince o muore e che pur di sopravvivere al proprio declino è disposto a tutto, anche a trascinare l’umanità nel baratro della miseria, l’ambiente sull’orlo del collasso (già ci siamo) e i rapporti fra le persone nel nulla. Siamo vicini all’Apocalisse: negarlo ormai è impossibile. 

Foto: Yalta Conference 1945: ChurchillRooseveltStalin  © UK National Archives via Wikimedia Commons

Immagine di Roberto Bertoni Bernardi

Roberto Bertoni Bernardi

Giornalista e scrittore

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