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L’azzardo della militarizzazione

di Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti potrebbe spingere i Paesi europei ad aumentare la spesa militare, soprattutto in armamenti e tecnologia. Tuttavia, l’incertezza sulla reale domanda di armi rende difficile pianificare una produzione equilibrata. Per bilanciare questa spinta alla militarizzazione, è cruciale investire nella politica estera e nella formazione di una classe dirigente capace di affrontare sfide complesse.

Il ritorno di Donald Trump alla guida degli Usa segnerà una discontinuità sostanziale in merito al recente passato. Il neo presidente americano ha fatto capire che dovranno modificarsi gli impegni in ambito militare e in particolare i Paesi europei dovranno aumentare la propria spesa militare. Tale aumento in primo luogo sarà trainato dall’acquisizione di nuovi armamenti e di nuove tecnologie. Tale spinta pone un problema prima “teorico” e poi pratico. Il primo è sicuramente più importante.

Le voci degli analisti che spingono per una maggiore produzione in ambito militare non sono infatti in grado in rispondere a un quesito molto semplice: come si misura la domanda di armamenti, tecnologia ed equipaggiamento militare? Questa è una delle differenze principali dell’industria militare rispetto ad altri settori produttivi, vale a dire l’incapacità di definire e quindi quantificare la domanda di armi.

Se io fossi un produttore di frigoriferi o di telefonini, la stima della domanda sarebbe relativamente semplice. Mi basterebbe tenere in considerazione la popolazione dei Paesi in cui opero ovvero in cui vengono commercializzati i miei prodotti e potrei derivare una stima dei potenziali acquirenti. Quando parliamo di armi è chiaro che la situazione è molto più difficile.

Come è possibile stimare la domanda di armi? Quanti sono i rischi a cui dobbiamo far fronte? In particolare è ancora più difficile se abbiamo una guerra in corso. Quante armi saranno necessarie? Quanto durerà la guerra? È evidente che queste sono domande a cui non è facile dare una risposta e di conseguenza in termini strettamente economici ci troviamo di fronte all’impossibilità di stimare una domanda.

Di fronte a tale incertezza, l’industria militare si ritrova a produrre secondo la propria capacità produttiva e il rischio di una sovrapproduzione è concreto. La rinnovata spinta alla militarizzazione potrebbe non avere un limite superiore che non sia esclusivamente di sostenibilità economica quantomeno nel breve periodo.

Questo renderà ancora più evidente il nocumento economico che solitamente ritroviamo in presenza di un forte impegno militare. D’altro canto, un ulteriore problema dell’impossibilità di stimare una domanda è riscontrabile nel fatto che Paesi alleati potrebbero avere stime o quantomeno risposte diverse alle domande prima menzionate.

L’asimmetria in queste valutazioni e stime rende la cooperazione decisamente più difficile. Sovente, almeno per quanto attiene ai Paesi dell’Ue, viene portato l’esempio della cooperazione raggiunta nella produzione e offerta di vaccini in occasione del Covid-19 quale analogia a cui fare riferimento. Ebbene, tale analogia è semplicemente sbagliata, perché nel caso di una pandemia la domanda di vaccini è chiara: è esattamente pari al totale della popolazione. Come detto tale stima non è riproducibile nel caso degli armamenti e della tecnologia militare.

Se l’asimmetria nelle valutazioni della domanda di armi ostacola inevitabilmente la cooperazione allora, parallelamente alla militarizzazione purtroppo inarrestabile, è necessario fare investimenti nelle capacità di politica estera di un Paese e di un’unione di Paesi come l’Ue.

In altre parole, è necessario aumentare le risorse destinate a formare una classe dirigente in grado di comprendere e analizzare le tendenze in corso perché la base della cooperazione non rimanga esclusivamente la considerazione di obiettivi di breve periodo, pur legittimi e a volte necessari, ma piuttosto una capacità condivisa di valutazione degli interessi e dei bisogni.

Foto: © Ux Gun/Copyleft

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Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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