di Giancarla Codrignani. Giornalista, scrittrice e già parlamentare.
Fanno giusto 25 anni da quando le donne sono state ammesse a far parte delle Forze armate. Entrata in vigore la legge n. 380/1999, arrivava alla professione militare la metà della popolazione ritenuta incapace e indegna di portare le armi, anche se aveva sempre partecipato alle guerre di popolo e alle rivoluzioni; e nella Resistenza la donne non avevano fatto solo “le staffette”: avevano sparato. Solo che alla fine non solo dissero “mai più”, ma in gran parte rifiutarono il riconoscimento e i gradi: l’avevano fatto gratis il loro dovere, finalmente tornava la quotidianità e la pace. Questione di stile? Forse. Ma le figlie volevano essere “soldate”: la sola parità che obbliga a diventare “come un uomo”, anche se in 25 anni nessuna è diventata generale. Nemmeno le israeliane, soggette alla leva come i ragazzi, sono arrivate al comando. Sottovalutazione? Anche, ma l’esercito omologa al potere unico. Patriarcale.
Comunque soldate. Per i media “soldatesse”. Ed ecco la discriminazione, forse permanente, se il linguaggio fa storia rinnovando le parole. Soldato è un termine usato fin qui solo al maschile: non è indifferente se al femminile seguirà la grammatica o diventerà soldatessa. L’Accademia della Crusca ha sconsigliato la desinenza -essa, ma le parole che cambiano dopo secoli di predominio maschile, al manifestarsi sconcertano: inventarono un’anomala avvocatessa quando all’inizio del Novecento l’Ordine degli avvocati aprì le porte alle non riconosciute avvocate che già esercitavano. Dite che professoressa non ha alternative? Certo, ma si spiega: studente è addirittura un participio e ha prodotto studentessa. Quando i liberali aprirono le elementari alle bambine, queste diventarono scolare; ma non fu subito previsto che poi andassero al liceo o che la maestra diventasse professore. Un secolo prima il cardinal Lambertini aveva portato Laura Bassi [fisica italiana, nota perché una delle prime donne laureate in Italia e, in età moderna, la prima al mondo a ottenere una cattedra universitaria] alla cattedra dell’Ateneo bolognese e la definì professora.
Una volta rotti gli stereotipi discriminatori, si stabilizzarono studentessa e professoressa. Come diceva il Manzoni, l’uso fa regola. Oggi sta diventando fondativo un nuovo mestiere: il virile soldato decliniamolo in soldata. Se, poi, ci sarà da andare al fronte, vedremo insieme che cosa comporta la parità.
Non è irrilevante che Giorgia Meloni voglia essere “il” Presidente del Consiglio. Infatti governa “come un uomo”. Anche l’opposizione resta nel ruolo del leader disomogeneo al 52% dell’elettorato. Sono obbligate entrambe a seguire il “modello unico”. Non mancano conseguenze significative: dopo più di due anni di “questo” governo la classifica internazionale sul “divario di genere” elaborata dal World Economic Forum che riguarda «partecipazione e opportunità economiche, livello di istruzione, salute e partecipazione alla vita politica», vede l’Italia scesa all’87esimo posto, dietro Uganda, Emirati Arabi e Burundi. L’anno prossimo andrà meglio? Le donne stesse si sentono ormai ancora una volta rassegnate all’esistente e Trump le ha avvertite che saranno loro a sperimentare, facendo spesa al mercato, i danni dei dazi.
Quindi, che razza di Otto marzo “celebriamo”? Ha ancora il suo senso simbolico? Può averlo, se le donne si daranno da fare. Anche gli uomini ormai sanno bene che le donne hanno un’altra cultura, forse migliore della loro – peccato che non sia “forte”–, che i mariti preferiscono riservare alla domesticità. Davanti al ritorno della guerra e agli sfaceli promessi dal binomio Trump/ Musk anche l’uomo sente il limite del modello unico finito nelle mani degli autocrati: la pace o la guerra, la miseria per il popolo con l’arricchimento per i ricchi, la compressione dei diritti e il disprezzo per l’universalità della giustizia e della libertà volano via insieme con la democrazia. Responsabile è, per tutti, proprio il potere. Che va cambiato, almeno riformato, certo meglio conosciuto.
Il bisogno di visione induce a ripartire dalla cultura discriminata. Per questo è accaduto che la grammatica della soldata sia stata un pretesto per ragionare dei diritti di tutti a partire dal genere ancora privo di accesso ai tavoli negoziali come aveva ripetutamente stabilito l’Onu. Dove vorrebbe portare strategie di pace.
Giancarla Codrignani
Giornalista, scrittrice e già parlamentare
