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Quando l’America tradisce se stessa

di Paolo Naso

di Paolo Naso. Docente di Scienza politica alla Sapienza Università di Roma

Che Trump sia un elefante furioso rientrato in una cristalleria dalla quale era stato estromesso con un voto popolare, è cosa nota e prevista. Tuttavia, nella vita di un presidente rieletto – per giunta con il margine di consenso che l’elettorato gli ha tributato in queste ultime votazioni – c’è un giorno, almeno uno, nel quale ci si aspetta che egli si tolga l’armatura da Terminator, si sfili la tuta fasciante di Superman e deponga la Smith & Wesson che, almeno nella tradizione immaginaria, ogni uomo della frontiera porta sempre con sé.

Almeno per un giorno, Trump poteva esordire richiamandosi al popolo e alla forza della democrazia americana, più forte dei complotti e delle lotte intestine, del pregiudizio e delle lobby, una nazione al cospetto di Dio, invidiata e temuta. Dopo gli insulti, le menzogne e le minacce della campagna elettorale, poteva celebrare il suo trionfo dal podio di Capitol Hill, cancellando le immagini violente e triviali dei suoi sostenitori che, con tanto di sciamano al fianco, quattro anni fa avevano dato l’assalto al Campidoglio in quella che, altrove, si definirebbe insurrezione armata contro i poteri dello Stato.

Questa era l’attesa: un “alto” discorso pronunciato con timbro autorevole e istituzionale, conservatore come è ovvio e quanto basta, ma anche civilmente teso a celebrare la maggiore gloria della democrazia a stelle e strisce.

Non è andata così e i commentatori che si erano preparati a questo schema, hanno rapidamente dovuto cambiare la scaletta dei loro interventi perché, dalla seconda frase del suo discorso di insediamento, un Trump furioso e verbalmente incontinente ha cominciato ad attaccare i suoi avversari, insultandoli e denunciandoli come imbelli e sovversivi, disegnando un’America distrutta dal liberalismo e dal “politicamente corretto” e annunciando un programma di restaurazione politica e di valori che ha lasciato interdetti milioni di americani. La percezione è che diritti ormai garantiti e consolidati oggi siano a rischio. A iniziare da quello al riconoscimento della propria sessualità ma anche a quello di vivere in un Paese meno inquinato e meno responsabile della crisi globale dell’ambiente. La “tolleranza zero” nei confronti dei migranti irregolari – stimati intorno ai 14 milioni di individui – era stata annunciata da tempo ma la fotografia con la quale, qualche giorno dopo il suo discorso inaugurale, il presidente ha voluto mostrare che cosa intenda per “deportazione di massa” è la prima, empia icona di una politica xenofobica e irrispettosa della dignità di uomini, donne, minori che per anni hanno lavorato “invisibili” nelle piantagioni ortofrutticole o negli uffici delle multinazionali americane. L’immagine della fila di migranti in catene, allineati mentre si imbarcano su un volo che li avrebbe rimandati nell’inferno dal quale erano partiti, è la prima della nuova amministrazione Trump, sbattuta in faccia con la soddisfazione di chi rivendica il merito della coerenza: «Ve lo avevo promesso e l’ho fatto». Ad altri che si erano candidati ad adottare politiche analoghe non è andata altrettanto bene ma – facile previsione! – ripartiranno con rinnovato entusiasmo sull’onda del fulgido esempio americano.

Schiere di militanti cresciuti nella denuncia dell’imperialismo yankee, oggi invecchiati ma sempre votati alla causa antiamericana, applaudono a se stessi, ringalluzziti dalla presunta conferma della loro inossidabile teoria: gli Usa sono originariamente razzisti, fisiologicamente imperialisti, strutturalmente reazionari. Roosevelt e Obama, Clinton e Kamala Harris sono la copertura di un sistema di potere che Trump incarna perfettamente e coerentemente. Corollario di questo ragionamento è che allora, finalmente, con Trump alla Casa Bianca ed Elon Musk che controlla i cieli americani, gli Usa ci si dimostrano per quello che sono sempre stati: il Paese guida della reazione, dello sfruttamento ambientale e delle violazioni dei diritti umani.

Non la pensa così un’America altra, diversa e opposta a quella che ha votato Trump e che oggi si interroga sul destino della propria democrazia. Se ne è fatta interprete una “cosiddetta vescova” (parole di Trump) della Chiesa episcopale (Comunione anglicana), Mariann Budde: «La imploro di avere pietà delle persone nel nostro Paese che ora hanno paura», ha affermato guardando il presidente dritto negli occhi, esplicitando che si riferiva alle persone Lgbtq+ e agli immigrati, in evidente polemica con i progetti presidenziali di deportare milioni di individui semplicemente perché “irregolari” e di smantellare le protezioni federali per le persone transgender. Evangelicamente, ha ricordato che «un tempo eravamo tutti stranieri in questa terra». Poche battute, affermate con solennità e trasmesse in tutto il mondo che, per un attimo, hanno contraddetto la retorica barocca dell’inauguration day. Poche parole che hanno oscurato, sia pure per una manciata di secondi, l’annuncio di una nuova età dell’oro perseguita riducendo i diritti umani, trivellando milioni di pozzi petroliferi, aumentando i dazi, rafforzando il sistema militare industriale, boicottando l’Organizzazione mondiale della sanità o l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi.

Chi c’è dietro la vescova Budde? Solo qualche odiatore dell’estrema Sinistra come ha lasciato intendere Trump? No, con ogni evidenza c’è dell’altro. Ci sono innanzitutto le chiese storiche, quelle che non si sono unite al peana evangelical di glorificazione di Trump intonato dal predicatore fondamentalista Franklyn Graham, figlio del più noto e assai più moderato Billy; potrebbero esserci i gruppi di “samaritani” che lavorano lungo il confine tra Stati Uniti e Messico per sostenere i migranti; così come i sindaci che hanno dichiarato “santuari” le loro città, nel tentativo di proteggere i migranti dalle deportazioni; una nuova generazione di ambientalisti o di attivisti per i diritti umani. Potrebbero esserci quei credenti delle chiese afroamericane che hanno sobbalzato quando Trump, nel suo discorso inaugurale, ha retoricamente e apoditticamente citato Martin Luther King; ci sono artisti e intellettuali, studenti e volontari di ogni tipo cresciuti con un’altra idea dell’America: quella di un Paese che ha accolto milioni di migranti, che difende i diritti umani e la libertà di stampa; che, mentre afferma la separazione tra lo Stato e le religioni, garantisce la più ampia libertà religiosa. Non è un’alleanza politica né un fronte di opposizione, ma è anche questa l’America di cui Trump – e noi – dovremo prendere coscienza.

Foto: © Kevin Luke via Unsplash

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Paolo Naso

Docente di Scienza politica alla Sapienza Università di Roma

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