di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.
Uno dei pensieri ragionevolmente istintivi che tutti noi abbiamo in merito alla pace è che essa non possa coesistere con le disuguaglianze. Siamo tutti persuasi del fatto che le disuguaglianze di reddito o ricchezza possano essere condizioni che favoriscano violenza sociale e politica financo – in alcuni casi – a vere e proprie guerre. In queste settimane si stanno presentando le condizioni di un nuovo tipo di disuguaglianza, vale a dire una disuguaglianza nei meccanismi di sicurezza e di difesa.
Come detto diverse volte su queste pagine, nel mondo i Paesi si riarmano e fanno meno ricorso alla diplomazia, alle istituzioni internazionali e alla cooperazione; al contrario i Paesi fanno sempre più ricorso all’uso potenziale ovvero fattuale della forza per perseguire i propri interessi. In questa prospettiva, chiaramente, si acuiscono le disuguaglianze tra Paesi poiché tornano prepotenti le distinzioni tra Paesi ricchi e poveri.
Se l’uso della forza si realizza per mezzo delle dotazioni militari nella disponibilità dei governi il Paese più ricco sarà chiaramente in vantaggio rispetto ai Paesi più poveri. E se da questo peraltro facciamo discendere la capacità di sviluppo e di arricchimento nel lungo periodo della società, allora in un siffatto mondo i Paesi più ricchi diventeranno sempre più ricchi e i più poveri sempre più poveri. Si pensi al caso dell’Unione europea.
Il riarmo in corso si sta realizzando in linea con le frammentazioni esistenti e quindi anche con le disuguaglianze esistenti. Chiaramente i Paesi più grandi e ricchi, nonché produttori di armi (Francia, Italia e Germania su tutti) avranno un vantaggio nei confronti dei Paesi più piccoli. Se il riarmo non è accompagnato da una adeguata riforma in senso redistributivo e compensativo, la tanto agognata difesa comune non solo non si realizza, ma si allontana sempre di più.
Per chi ritiene che la pace e la sicurezza si realizzino con le armi, questo equivale a dire che alcuni Paesi sono destinati a essere meno al sicuro di altri, più alla mercé di potenziali nemici. Ma se in alcuni Paesi la pace non è garantita poiché non abbiamo comparabili meccanismi di difesa, allora una pace diffusa e generalizzata non sarà mai configurabile poiché la storia delle relazioni internazionali ha insegnato che sovente i conflitti armati si diffondono andando a colpire Paesi e società che si credevano “al sicuro”.
In breve, difesa e pace non sono sinonimi e peraltro neanche sovrapponibili. Basterebbe questo per tornare su una considerazione spesso ripetuta: la pace non la costruiamo attraverso i sistemi di difesa, sistemi d’arma, o come vogliamo definirli, ma piuttosto attraverso le regole e gli accordi che favoriscono una stabile cooperazione tra i governi dei Paesi.
Nel caso dell’Unione europea solamente una compattezza e un’unione di intenti evidente possono essere considerati effettivi strumenti di pace. Solamente un’Unione più coesa potrà dirsi più al sicuro rispetto ai rischi derivanti dall’aggressività russa e dalla (fino a poco fa) impensabile incertezza derivante dai mutati rapporti con l’alleato americano.
Da un lato quindi sarebbe irrazionale favorire un riarmo che amplia la disuguaglianza nella difesa, ma dall’altro, in linea generale, abbandonare l’idea che la pace si realizzi attraverso il dialogo – pur faticoso e costoso. L’assenza di dialogo non farà altro che condannare le donne e gli uomini dei Paesi (prima dei più deboli e poi anche dei più forti) a un’insicurezza che impoverisce e rende instabili.
Ph. © Chandler Cruttenden via Unsplah
Raul Caruso
Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.
