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Janusz Korczak

di Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.

Chi fu Janusz Korczak? Polacco, ebreo, pedagogista – Korczak ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’infanzia e dell’educazione, attraverso racconti e fiabe, diari e saggi. E attraverso il legame fortissimo tra le convinzioni teoriche e la pratica educativa, portata alle estreme conseguenze dall’epoca in cui egli visse.

Nato nel 1878, Korczak morì nel 1942 a Treblinka, un campo di sterminio nazista, dopo che aveva aperto a Varsavia una scuola e un orfanotrofio non riservato ai bambini ebrei, ma che, quando i nazisti occuparono la Polonia dovette trasferire nel ghetto per occuparsi solo dei piccoli ebrei. Che accompagnò alla morte, morendo con loro, nelle camere a gas di Treblinka.

A raccontare visivamente la sua vicenda è stato uno dei maggiori registi della storia del cinema, il suo connazionale Andrzej Wajda, in un film del 1990, Dottor Korczak, che purtroppo non è mai stato distribuito in Italia ma che, grazie all’Istituto culturale polacco, è stato possibile vedere in qualche rara occasione. Del tutto privi di retorica, Wajda come Korczak.

Il saggio più famoso di Korczak è Il diritto del bambino al rispetto, con una celebre affermazione, che non sono i bambini a doversi mettere al livello degli adulti ma gli adulti a doversi mettere al livello dei bambini, dai quali c’è tanto da imparare, e non solo da insegnare.

Quali diritti? Alla sua vita presente, a essere quello che è, a esprimere ciò che pensa, a prendere parte alle considerazioni che lo riguardano, al rispetto: per la sua ignoranza, per la sua ricerca della conoscenza, per le sue sconfitte, per le sue proprietà, per i colpi portati dalla crescita, per ogni momento che passa, perché morirà, per una maturità che possa dare i suoi frutti.

Se dal punto di vista di una storia della pedagogia, Korczak non ha detto cose fondamentalmente nuove, salvo nel caso di cui dirò, fu segnato fortemente nelle sue convinzioni dalle idee e dall’esempio di Johann Heinrich Pestalozzi e fu lettore di Maria Montessori e di John Dewey (e mi sembra di ricordare che con la prima sia stato anche in rapporto epistolare), egli invitò a sentirsi complici dei bambini, a considerare che il tempo dei bambini non è quello degli adulti, che occorre costruire con questi un legame di solidarietà, nella comprensione e nella condivisione della delicatezza dei loro sentimenti. Stimando il bambino ribelle, dando gran peso al gruppo, e alla partecipazione del bambino alla vita di una comunità.

Sui modi in cui Korczak praticò queste convinzioni vi sono molte testimonianze degli allievi sopravvissuti, quelli fuori dal ghetto. Le scene finali del film di Wajda sono angoscianti e indimenticabili, con Korczak che accompagna i suoi bambini al loro – ma anche al proprio – atroce martirio. E il bianco e nero della fotografia, la crudezza delle immagini ne accentuano la loro sacralità.

Nel 1958 venne pubblicato a Varsavia il suo Diario del ghetto, messo in salvo prima dell’ultima sortita, che andrebbe letto nelle scuole insieme al libro Die weisse Rose di Inge Scholl e al film La Rosa Bianca – Sophie Scholl di Marc Rothemund, che hanno ricostruito la storia del piccolo gruppo di giovani che osarono ribellarsi, in Germania, all’ideologia e alle pratiche del Nazismo, e che ne furono puniti con l’impiccagione – il gruppo che si chiamò Rosa bianca, di cui fece parte Sophie Scholl, da ricordare insieme ad Anna Frank e al suo Diario.

Tra le convinzioni di Korczak mi sembrano di particolare attualità quelle sul “diritto dei bambini alla morte”. È dovere degli adulti, genitori ed educatori, non tacere al bambino che tutto ha una fine, gli animali e le piante, i genitori e le persone amate. E questo mi sembra più attuale che mai, in tempi di crisi ecologica e di guerre, e di nuovo con l’incubo dell’atomica, perché è bene che essi sappiano che tutto ha una fine. Derivandone anche la forza della rivolta, la possibilità di dire ancora “no” al disastro ecologico, alla guerra.

È dovere dell’adulto non mentire sulla condizione umana e sui suoi limiti ma anche, oggi come al tempo del ghetto e di Treblinka, sapere che si può reagire prima che sia troppo tardi, e lottare perché il mondo continui. Anche quello degli uomini.

Illustrazione © Doriano Strologo

Immagine di Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista

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