di Nicola Pedrazzi. Giornalista, editor de il Mulino, già corrispondente da Tirana per Osservatorio Balcani e Caucaso.
«Non si può accettare qualsiasi pace, pace e pacifismo non coincidono». Tra tutti gli intervenuti nella piazza europeista del 15 marzo, è il cantante Roberto Vecchioni a essersi assunto l’onere di dire la verità più scomoda. Nell’aprire la manifestazione, l’ispiratore Michele Serra aveva provato a fondere le diverse anime di Piazza del Popolo in questa sorta di paradosso dell’europeista, oggi scisso tra le ragioni della pace e le ragioni della libertà.
Se questo è il dilemma, che fare? Dinanzi al ritorno dell’unilateralismo americano, che ci lascia a diretto contatto con l’imperialismo di Putin, la Commissione europea, cui gli Stati membri dell’Ue hanno ceduto solo alcuni poteri, ha fatto quello che può fare. La formula trovata è quella del Next generation EU lanciato per uscire dalla pandemia, e cioè quella di un finanziamento con due serbatoi, comunitario e nazionale. ReArm Europe, con questo nome che spaventa molti (ma che ha almeno il “pregio” di dire la verità: cosa doverosa in democrazia) è infatti un piano di finanziamento strutturato su due linee: fatto da 150 miliardi di euro, garantiti dall’emissione di debito europeo, più altri 650 miliardi ipotetici, garantiti dagli Stati membri cui la Commissione dà la possibilità, per un periodo di quattro anni, di sforare il Patto di stabilità allo scopo di investire nella Difesa.
Non è ancora chiaro quanti Stati investiranno nella Difesa o utilizzeranno i fondi del Piano, né se e quando ripartirà il dibattito sull’esercito europeo, che richiederebbe una Difesa delegata a un comando sovranazionale. Tuttavia, il Parlamento europeo, rappresentante del popolo dell’Ue, ha espresso un ampio sostegno al Libro bianco sulla difesa della Commissione, con 419 voti favorevoli (62,6%), 204 contrari (30,5%) e 46 astenuti (6,9%) nella plenaria del 12 marzo. Tra gli astenuti ci sono metà degli eurodeputati italiani del Pd, divisi tra 11 che hanno seguito le indicazioni della Segretaria Elly Schlein appunto astenendosi e 10 che hanno votato a favore, allineandosi con il gruppo dei Socialisti.
Sebbene non si tratti di un voto vincolante – il piano ReArm EU sarà attivato via articolo 122 del Trattato sull’Ue, che stabilisce che in particolari condizioni di emergenza alcune misure possono essere approvate solo dal Consiglio su proposta della Commissione – la risoluzione con cui il Parlamento europeo ha voluto appoggiare il piano, mettendo nero su bianco che l’Europa sta affrontando «la più profonda minaccia militare alla sua integrità territoriale dalla fine della Guerra fredda», restituisce bene la geografia del dibattito europeo: da un lato le famiglie politiche della maggioranza che ha votato la nuova Commissione, cioè i Popolari, i Socialisti, i Liberali e i Verdi, cui si è aggiunta una maggioranza dei Conservatori e Riformisti (cui appartiene Fratelli d’Italia); dall’altra il gruppo dei Patrioti (cui appartiene la Lega), una minoranza dei Conservatori e Riformisti e la Sinistra (dove da questa legislatura siede il Movimento 5 Stelle). Vista dal Parlamento europeo, la linea della Segretaria Schlein risulta quindi sospesa tra la maggioranza europeista cui si appartiene insieme alle omologhe “Sinistre di governo” continentali e le sirene “pacifiste” dei 5 Stelle senza i quali in Italia non si hanno i numeri per competere con Meloni, ma che tra gli europeisti non ci sono voluti andare.
Ma il voto sul ReArm Europe non va drammatizzato come posizione unica sul conflitto in corso: sul tavolo ci sono ben altre iniziative politiche, a cominciare da quelle che sta prendendo il Regno Unito, con Starmer che a seguito dell’ignobile agguato a Zelensky nello Studio ovale della Casa Bianca sta riscoprendo lo storico ruolo britannico di mediatore tra le due sponde atlantiche, e che proverà a tenere insieme Macron e il nuovo cancelliere tedesco Merz in una “coalizione di volonterosi” con il difficile compito di non giungere a una “pace senza Europa” con la Russia (dopo la Brexit è un paradosso, ma il motore franco-tedesco ha il volante a Londra).
Il punto da tener presente, dentro e fuori il Pd, è che nei prossimi mesi, a tutti i livelli, la durezza della realtà internazionale obbligherà la politica a tornare alla politica: alla asprezza del dover prendere decisioni, alla necessità di dover ricomporre valori diversi per i valori considerati superiori, al dovere della complessità in luogo delle rivendicazioni identitarie, al dovere della responsabilità in luogo di calcoli elettoralistici. Le brutte faccende da cui l’ombrello americano ci ha per lungo tempo esentato – concedendoci il lusso, anche quando pioveva, di rimanere critici verso l’ombrello – stanno tornando nelle nostre mani. Dopo l’illusione della “fine della Storia”, stiamo tornando a contatto con il suo senso tragico. In fin dei conti, là dove erano Altiero Spinelli e i suoi compagni di confino, che sempre citiamo, soprattutto quando siamo in difficoltà, ma senza mai volerci ricordare che quegli uomini pensarono alla libertà e alla pace mentre erano dentro alla dittatura e alla guerra.
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Nicola Pedrazzi
Giornalista, editor de il Mulino, già corrispondente da Tirana per Osservatorio Balcani e Caucaso
