di Luigi Sandri. Redazione Confronti
Ѐ bifronte il rapporto di papa Francesco –“tornato alla casa del Padre” il 21 aprile – con l’ecumenismo. Così, forse, si può riassumere, in quell’ambito, il pensiero e l’azione di Bergoglio.
Non sono mancati gesti audaci: tra essi, si potrebbe citare il discorso del pontefice a Lund, in Svezia, nell’ottobre del 2016, come introduzione al “Giubileo” dei 500 anni dalla Riforma iniziata nel 1517. Oppure il suo incontro a Cuba, nel febbraio del 2016, con il patriarca ortodosso di Mosca, Kirill.
Questi gesti, però, non ebbero conseguenze concrete: cioè, non si fece – parliamo delle attese dei “protestanti” – nessun passo avanti almeno per l’ospitalità eucaristica: cioè cattolici che si accostano pubblicamente all’Eucaristia in occasione della Santa Cena, e luterani o riformati che fanno la comunione durante la messa cattolica. E sì che a Lund il papa aveva partecipato ad un culto nel quale anch’egli ringraziava il Signore per i doni che la Riforma ha portato alla Chiesa tutta!
Ancora più drammatica – ma per motivi etico-politici – la lacerazione con Kirill. La tragica vicenda ucraina li ha insanabilmente divisi: il patriarca è arrivato a definire “guerra santa” quella intrapresa dal Cremlino contro l’Ucraina: affermazione inconcepibile per Francesco.
Se fosse stato vivo, e in salute, Francesco, adesso, a fine maggio, avrebbe partecipato alla celebrazione dei 1700 dal Concilio ecumenico di Nicea (Iznik in turco). Ma sarebbe stato un gesto assai problematico: infatti, Kirill e il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, dovrebbero trovarsi là insieme ad altri capi di Chiese d’Oriente e d’Occidente. Ma dal 2019, a causa della autocefalia della Chiesa ucraina, sostenuta da Costantinopoli, ma giudicata “scismatica” da Mosca, pare certo che il capo della Chiesa russa diserterà Nicea. Dunque, le Chiese, insopportabilmente divise, saranno pubblicamente frantumate in questa eccezionale occasione. L’ecumenismo ufficiale appare segnato a morte.
Prima che l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, fosse costretto a dimettersi per aver lui tollerato un violentatore di bambini, i rapporti tra il papa e lui erano eccellenti; e Bergoglio aveva voluto che il primate anglicano fosse con lui quando andò a visitare il Sud-Sudan.
E i valdesi? Con loro il papa fece uno straordinario gesto ecumenico; quando, il 22 giugno del 2015, fu a Torino, andò anche nel tempio della Chiesa valdese: e, nel suo discorso, domandò espressamente perdono per i tempi – secoli! – durante i quali la Chiesa cattolica perseguitò brutalmente i seguaci di Valdo.
E che dire del fatto, stupefacente, che il pastore valdese Paolo Ricca sia stato invitato a parlare, nella basilica vaticana, proprio della missione di Pietro?
Tuttavia, malgrado i molti gesti ecumenici disseminati nei suoi dodici anni di pontificato, nemmeno Francesco è riuscito a superare lo scoglio che impedisce radicalmente, ai valdesi, e agli altri cristiani non cattolici, la piena riconciliazione ecclesiale e teologica con i cattolici romani. Questo sogno si avvererà con il nuovo pontefice che, a metà maggio, uscirà dal conclave riunito nella Cappella Sistina? Chissà.
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Luigi Sandri
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