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Quel giorno rinacque l’Italia. Riflessioni sul 25 aprile 80 anni dopo

di Roberto Bertoni Bernardi

di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista.

Il 25 Aprile è più di una ricorrenza: è un momento di lotta per la democrazia, contro ogni forma di Fascismo vecchio e nuovo. Dalla Resistenza di ieri alle ingiustizie di oggi, il suo significato resta vivo e necessario.

Che cos’è, dunque, il 25 aprile? Una festa, un giorno da celebrare, l’epifania della Nazione dopo vent’anni di orrori, certo, ma è soprattutto un momento di riflessione. Una riflessione collettiva, tanto più importante se si considera la fase storica in cui cade questo anniversario. È bene, pertanto, partire dalla riflessione di un giovane partigiano, pronunciata poco prima di essere fucilato in quel di Pessano. Consolando un compagno di lotta, anche lui avviato alla fucilazione e preso da una crisi di pianto, gli disse: «Non moriamo mica per niente, moriamo per qualcosa». Ecco, quel qualcosa si chiama democrazia. 

NON UNA MERA QUESTIONE DI FUCILI

Il 25 aprile, quest’anno, dovrebbe essere considerato un momento di analisi sullo stato della nostra democrazia, sull’importanza della Costituzione, sul ruolo del parlamento, sulla funzione dei corpi intermedi, sul valore della libertà d’informazione: tutto ciò che il Fascismo aveva umiliato e calpestato, tutto ciò che segna uno spartiacque fra il prima e il dopo. 

Ridurre la Resistenza a una mera questione di fucili, infatti, significa non averne capito lo spirito o, peggio ancora, volerlo piegare alla propaganda guerrafondaia purtroppo dilagante. La generazione che salì sui monti, che rischiò, e spesso perse, la vita, che subì torture indicibili e fu costretta ad affrontare ogni sorta di sacrificio, quella generazione venne ben descritta da Enzo Biagi nell’editoriale che scrisse il 22 dicembre 1944 su Patrioti, il giornale della Brigata Giustizia e Libertà – Divisione Bologna che aveva fondato e diretto nei quattordici mesi in cui era stato partigiano. «Un’Italia più giusta e più buona» scrisse Biagi, citando il poeta Giosuè Borsi, morto nel 1915 sul Podgora, e quell’ideale è stato la sua vita, la ragione del suo impegno giornalistico e la sua bussola nelle tante tempeste che ha dovuto affrontare, senza mai lasciarsi travolgere né dalle onde della moda e della convenienza (Agnelli le chiamava “fedeltà generazionali”) né dall’arroganza di una certa politica, che sempre gli ha messo i bastoni fra le ruote. 

Un’Italia migliore, una rinascita etica, una rigenerazione della dignità, il coraggio di declinare la Patria in termini di apertura e non di mero nazionalismo con tendenze autarchiche, un’altra idea di società e di mondo: questo è stata la lotta di Liberazione, quei ventuno mesi che hanno riscattato il popolo italiano da ventuno anni di silenzio, acquiescenza e – ahinoi – consenso nei confronti di un male assoluto che oggi sta rinascendo nell’indifferenza di molti e nella minimizzazione di troppi. 

Una sera, ospite di Che tempo che fa, sempre Biagi rispose così a una domanda di Fabio Fazio: «Sono contento di essere italiano. Non per Fermi o per Marconi ma per l’umanità della mia gente, che si rivela quando le cose vanno male. Noi siamo un grande popolo nei momenti difficili». Ed è, dunque, umanità l’altra parola preziosa con la quale siamo chiamati a confrontarci. L’umanità che attualmente manca, l’umanità di cui avremmo bisogno, l’umanità nei confronti degli ultimi, dei deboli e degli esclusi, l’umanità nei rapporti di ogni giorno, l’umanità nelle scuole e nelle carceri, l’umanità ovunque, testimoniata in maniera mirabile dagli ultimi reduci dei lager nazisti, tra i quali spicca, a mio giudizio, Edith Bruck, la quale, rifiutando il concetto stesso di rancore, ha dato un senso di bellezza a un’esistenza inimitabile.

RESISTENZE, SOSTANTIVO PLURALE

Una risposta ferma la merita, inoltre, chi sostiene che il 25 aprile ci si dovrebbe limitare a celebrare la vicenda italiana. Chi sostiene questa tesi la Resistenza forse l’ha studiata, ma di sicuro non l’ha capita. Partigiani e staffette, difatti, non combatterono per vanagloria ma per dare un valore a quel “mai più” che troppe volte ci ripetiamo e che spesso siamo i primi a tradire. E una dimostrazione di quanto sia vero questo principio, l’universalità della lotta di Liberazione, la diede Teresa “Chicchi” Mattei, la madre dell’articolo 3 della Costituzione, che nell’estate del 2001 si recò a manifestare a Genova contro i potenti della Terra, asserragliati nel loro bunker nel tentativo di spartirsi nuovamente il mondo e il suo futuro, in una parodia di Jalta di cui tuttora stiamo pagando le conseguenze. La Resistenza di ieri e le resistenze di oggi, dunque, come testimoniò ancora Biagi nel 2007, tornando su Raitre con RT – Rotocalco Televisivo, una delle sue grandi invenzioni, e coniugando una figura eroica come don Giovanni Fornasini, anche lui di Pianaccio e parroco di Sperticano, massacrato dai nazisti nell’ottobre del 1944, con le battaglie di chi resiste nella società contemporanea, incredibilmente oppressa dalle ingiustizie. “Resistenza, resistenze”, ribadiamo: nuovi diritti e nuove frontiere del progresso, tenendo ben presente il filo rosso che lega le singole vicende. Senza dimenticare la dignità della persona e la capacità di ampliare la Costituzione e renderla accogliente, a cominciare dall’articolo 21-bis tanto caro a Rodotà, padre della tutela e della valorizzazione del web: tutto questo e molto altro ancora è il 25 aprile, guai a minimizzarne il significato!

Ci sia spazio per la memoria e per il domani, per la protesta e per la proposta, per una sana reazione di popolo alle censure e ai bavagli e per le rivendicazioni di chiunque avverta il bisogno di esprimere, pacificamente, il proprio dissenso. È vero, il 25 aprile è una festa magnificamente divisiva: divide i democratici dai fascisti, chi si riconosce nella Costituzione e vuole difenderne l’eredità e chi intende calpestarla, chi ripudia la guerra da chi la esalta, chi rifiuta l’ipocrisia e chi ne è campione, chi pensa che la seconda parte sia l’attuazione concreta della prima e chi non capisce, o finge di non capire, che stravolgere la seconda parte della Carta significa, sostanzialmente, rendere la prima una mera enunciazione di princìpi anziché “il programma politico della Resistenza”, come sosteneva Calamandrei. E qui torniamo a quei ragazzi che morirono per qualcosa. Se potessi abbracciarli, direi loro: «Voi siete morti per qualcosa e noi, grazie a voi, per quel qualcosa viviamo»

Immagine di Roberto Bertoni Bernardi

Roberto Bertoni Bernardi

Giornalista e scrittore

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