di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.
Don Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, ha dedicato la sua vita all’educazione dei giovani svantaggiati, offrendo formazione professionale e un ambiente positivo, che ha permesso a molti ragazzi di integrarsi attivamente nella società, apprendendo mestieri e valori solidali.
Venendo da una famiglia di analfabeti e semi-analfabeti, e di conseguenza amando il cinema come la mia prima vera scuola, vidi più di una volta, in una sala parrocchiale del mio paese dotata di un apparecchio per la proiezione di film, le solite quattro comiche di Stanlio e Ollio, Ridolini e la collana della suocera (un film antologico del 1952 che raccoglie sette cortometraggi comici muti di Larry Semon, noto in Italia come Ridolini), e un film sulla vita di san Giovanni Bosco, diretto nel 1935 da un regista di buon mestiere, Goffredo Alessandrini, e – scoprii più tardi – prodotto da un grande industriale torinese maniaco di cinema Riccardo Gualino, che più tardi fondò a Roma la più solida e duratura delle case di produzione italiane: la Lux Film.
Non era un gran film: si trattava decisamente di un’opera di propaganda cattolica. E, tra parentesi, è bene ricordare che don Giovanni Bosco – vissuto tra il 1815 e il 1888 – fu spesso, molto spesso, in polemica con i protestanti italiani, a cominciare dai valdesi, anche perché li vedeva come forti rivali nella sua azione pedagogica e culturale.
I santi e beati piemontesi, piuttosto che mistici, sono santi “sociali” come Giuseppe Cafasso e Giuseppe Benedetto Cottolengo, il fondatore di un istituto per le persone più abbandonate di tutti, i “mostri”, coloro che nascevano e nascono con deformazioni spesso davvero estreme (e si legga cosa ne ha scritto Italo Calvino in Il diario di uno scrutatore).
Don Bosco è il più noto tra loro, perché fondatore di un ordine religioso di indubbia solidità e di grandi benemerenze. In sostanza, l’ordine dei Salesiani, da lui pensato e fondato, ha fatto moltissimo per i ragazzi e per i giovani che ha accolto nelle sue scuole e nei suoi collegi perché, molto concretamente, ha insegnato loro un lavoro e li ha avviati a una partecipazione attiva all’interno della società. E questo non solo in Italia. Accogliendo tanti ragazzi e giovani nei laboratori di apprendimento di un mestiere, e occupandosi anche di tutto il resto della vita di un giovane…
A Torino, dalle parti di piazza Statuto, è ancora oggi attiva una comunità, in un grande palazzo dove, già dalle origini, chi vi era accolto doveva accettare regole e orari precisi, ma avendone tanto in cambio: la possibilità di vivere in una grande città (ché si trattava spesso di ragazzi di campagna selezionati e inviati dalle parrocchie), di studiare e di imparare un mestiere in appositi laboratori, e infine di trovare un lavoro non generico, specializzato.
Ho conosciuto diversi operai della Fiat che vi erano entrati grazie alla formazione avuta dai Salesiani… e li ho incontrati attivi nelle lotte, e a volte anche leader sindacali. Questo modo di intendere il compito di un ordine religioso è presente anche in altri Paesi, per esempio in Francia attraverso i collegi della Joc, l’organizzazione che si occupava e si occupa dei Jeunes ouvriers catholiques cioè i “giovani operai cattolici”.
Don Bosco ha scritto tantissimo ed è stato certamente un prete ossequiente all’autorità vaticana, che ha bene accolto la sua opera sulla scia di quel “Cattolicesimo sociale” che ha avuto in Italia tutta una storia, dando vita a uno dei partiti politici fondamentali nella nostra storia, la Democrazia cristiana.
Di don Bosco mi impressionò positivamente che fosse amico e difensore del “profeta dell’Amiata” Davide Lazzaretti, fondatore del movimento religioso e sociale dei “giurisdavidici” e animatore sindacale e politico decisamente radicale, al punto da venire ammazzato dai carabinieri durante una manifestazione-processione.
In definitiva: quanti giovani italiani hanno trovato un loro posto nella società grazie ai Salesiani? Nel mondo del lavoro e in tanti campi diversi. Grazie all’aver studiato nella loro università, che non insegna soltanto un mestiere, ma è tra le migliori in generale, nel nostro Paese, anche nel confronto con quella statale… Non sono dei rivoluzionari, gli ex-allievi dei salesiani, ma una presenza socialmente rilevante e fondamentalmente attiva. Aiutano molti a stare nel mondo attivamente, donando al mondo qualcosa di buono nella direzione del giusto e del solidale, anche se non intervenendovi in modo radicale, e anzi accettando – ed è questo il loro limite politico – il contesto capitalistico come naturale se non ovvio.
Illustrazione © Doriano Strologo
Goffredo Fofi
Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.
