di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Il dibattito occidentale sulla pace e il riarmo ha attraversato diverse fasi, con le Chiese divise tra il sostegno all’uso delle armi e l’opzione nonviolenta. Nonostante la prevalenza storica dell’opzione militare, negli ultimi decenni anche il magistero cattolico e molte Chiese evangeliche hanno abbracciato la nonviolenza, sollevando interrogativi sulla convivenza di queste visioni contrastanti e sulle implicazioni morali ed esistenziali dei conflitti armati.
Il dibattito occidentale sulle tematiche relative a pace, riarmo e nonviolenza ha vissuto, dopo la Seconda guerra mondiale, diverse stagioni. Semplificando alquanto, si possono menzionare: la fase della costituzione della Nato e della deterrenza nucleare (quest’ultima, peraltro, mai venuta meno); la mobilitazione a favore e contro l’installazione dei missili di teatro (“euromissili”) nei primi anni Ottanta; l’epoca degli interventi di “mantenimento” o “instaurazione” della pace da parte di forze internazionali, in diversi casi (ma non sempre) con un mandato Onu.
In quei primi anni Duemila si pensava ancora che un’autorità internazionale avrebbe potuto, in qualche modo, esercitare una funzione moderatrice almeno in alcune delle grandi situazioni di crisi. Tale prospettiva è tramontata negli anni successivi, fino all’attuale caos globale. In ognuna di queste occasioni, le Chiese cattolica e protestante si sono divise trasversalmente tra coloro che continuavano ad attribuire un ruolo inevitabile allo strumento militare e quanti ritenevano giunta l’ora della testimonianza di un rifiuto totale delle armi.
Si tratta, come abbiamo più volte rilevato anche in questa sede, di un’alternativa che attraversa l’intera storia del Cristianesimo. La differenza è che, fino al secondo Novecento, la linea ampiamente prevalente è la prima; negli ultimi decenni, sia il magistero cattolico, sia molti ambienti evangelici, sia le organizzazioni ecumeniche, hanno ripreso con forza l’opzione nonviolenta.
Un documento delle Chiese tedesche del 1959, le Tesi di Heidelberg (ovviamente da non confondere con quelle di Lutero del 1518!), largamente ispirato dal fisico Carl Friedrich von Weizsäcker, afferma la necessità, per la Chiesa, di convivere con questo dualismo (che, nel 1959, riguardava anzitutto la deterrenza nucleare), suggerendone l’analogia con quello che, nella fisica delle particelle, sussiste tra i modelli ondulatorio e corpuscolare: due approcci alla realtà, tra loro non compatibili, senza però che risulti possibile eliminarne uno.
Naturalmente, si tratta solo di un’analogia che, coinvolgendo ambiti completamente eterogenei, risulta discutibile: molti l’hanno considerata un banale stratagemma pseudo teorico per aggirare un’alternativa ineludibile. Chi però parla di convivenza potrebbe, per incominciare, fare i conti con quella tra tesi radicalmente diverse, ma entrambe autorevolmente sostenute.
Recentemente, le Tesi di Heidelberg si sono riaffacciate nella discussione ecclesiale tedesca: è certamente un segnale, anche se non rassicurante. Le Tesi si concludono con quello che è quasi un grido, a mio avviso di grande attualità in questi mesi: in ogni caso «guai ai superficiali!». I superficiali, secondo il testo, sono coloro, in entrambi gli schieramenti, che banalizzano il punto di vista altrui, semplificando indebitamente la propria argomentazione.
Tra coloro che considerano essenziale lo strumento militare, sono superficiali coloro che, richiamandosi sbrigativamente al “realismo”, tendono a tacere una quantità di elementi quantomai “reali”. Il più clamoroso, naturalmente, riguarda l’eventualità di un’escalation bellica incontrollabile, che, almeno per l’Europa, potrebbe essere irrimediabile anche se mantenesse un livello “convenzionale”; se poi si passasse all’orizzonte nucleare, si prospetterebbe una “fine della storia” assai diversa da quella immaginata solo pochi decenni fa da Francis Fukuyama.
Le armi, inoltre, sia convenzionali, sia nucleari, sono mortifere anche quando non sono impiegate in guerra, in quanto sottraggono risorse a impieghi ben altrimenti umanizzanti. Coloro che, invece, rifiutano in linea di principio forme di difesa armata e di dissuasione, non dovrebbero tacere le conseguenze prevedibili di questo atteggiamento, in presenza di interlocutori internazionali che non fanno mistero dei loro progetti imperialisti.
Presentare il problema, come accade assai spesso, come semplice alternativa tra scuole e ospedali da una parte e bombe nucleari dall’altra, costituisce una banalizzazione demagogica. Un ricorso coraggioso all’onestà intellettuale potrebbe costituire un contributo microscopico, ma reale, delle cristiane e dei cristiani alla discussione oggi nuovamente esplosa.
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Fulvio Ferrario
Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
