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It is not the economy, stupid!

di Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

L’espressione «It’s the economy, stupid!» suggerisce una certa predominanza dell’economia, ma è tecnicamente imprecisa, poiché essa dipende anche dalle regole stabilite dalla politica. L’amministrazione Trump, ad esempio, con le sue guerre commerciali, ha aumentato l’incertezza economica e minacciato la pace, dimostrando quanto la politica sia influente, nel bene e nel male.

«It’s the economy, stupid!» è un’espressione comunemente usata per sottolineare che, in ultima analisi, tutto può essere spiegato attraverso le dinamiche economiche o, più semplicemente, attraverso gli interessi economici. In realtà questa espressione di cui spesso si sono fatti vanto, nelle loro conversazioni, spocchiosi manager è tecnicamente scorretta poiché l’economia raggiunge determinati risultati solo se consideriamo le regole che i policy-maker hanno stabilito per il mercato.

La dimostrazione fin troppo evidente è ciò che sta accadendo all’economia in seguito alle decisioni dell’amministrazione Trump. Nel giro di poche settimane infatti i mercati finanziari hanno aumentato in maniera significativa i livelli di volatilità e incertezza, in seguito alla guerra commerciale lanciata dall’amministrazione americana.

La conseguenza è che avremo un calo degli investimenti produttivi a livello mondiale. Gli investimenti in nuove attività manifatturiere o l’espansione di quelle esistenti risentono profondamente dell’aumento dell’incertezza e delle frizioni commerciali.

Quindi non è l’economia ma è la politica che cambia le regole del gioco e che quindi determina i risultati economici. Quando la politica non è orientata a una pace genuina ma all’espansione del potere, sovente del potere personale, allora anche le più elementari regole dell’economia vengono sovvertite. La rinuncia al libero scambio non ha alcun senso economico in un modello di sviluppo che abbia come fine l’aumento del benessere diffuso.

Il libero scambio è stato sovente criticato e sicuramente un libero scambio senza regole non è desiderabile, ma il protezionismo senza regole, fondato solo sull’uso della forza, è decisamente meno desiderabile.

Le guerre commerciali in particolare non sono mai desiderabili perché da un lato aumentano i livelli di povertà e di disuguaglianza e dall’altro creano le condizioni per conflitti armati veri e propri. La relazione tra commercio, conflitti e pace è del resto studiata da sempre e oramai l’evidenza empirica mostra una chiara associazione positiva tra commercio e pace.

L’associazione tra interdipendenza economica e pace è sicuramente più forte quando a essere coinvolte sono le economie manifatturiere che quindi si legano in maniera più profonda in virtù dell’intrecciarsi degli interessi produttivi delle imprese. L’amministrazione americana ha deciso di spezzare legami e relazioni che hanno favorito pace e benessere ponendo le basi, purtroppo, per nuove guerre nel futuro.

È evidente che la domanda è se sia possibile tornare indietro. La risposta nel momento in cui questo articolo è scritto non la conosciamo, ma è evidente che a fare la differenza non saranno le diplomazie, ma gli effetti delle lacerazioni che andranno ad ampliarsi in seno agli Stati Uniti.

Il paradosso di questa fase, infatti, è che a Washington stanno implementando politiche che colpiscono in particolare chi ha sostenuto questa amministrazione, vale a dire le fasce della popolazione americana (in particolare quella bianca) che si sono viste più povere negli ultimi anni e che quindi hanno trovato – purtroppo – a domande giuste risposte sbagliate.

Ma purtroppo «it is not the economy, stupid! It is the power, stupid!», una ricerca così sfrontata di un potere pressoché assoluto che impoverisce financo chi ha sostenuto democraticamente la transizione. Oggi non abbiamo di che essere ottimisti e non ci resta che continuare a utilizzare per quanto possibile i nostri legami con l’altra sponda dell’oceano a tutti i livelli perché tutto questo cambi.

Ph © Acton Crawford, via Unsplash

Immagine di Raul Caruso

Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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