Home ReligioniLa periferia e il centro. Una riflessione sul papato

La periferia e il centro. Una riflessione sul papato

di Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.

Un tempo il papato parlava spesso di periferie, richiamandosi alla figura di Gesù come “ebreo marginale”. Ma lo faceva dal centro del potere religioso, in un costante alternanza  tra umiltà proclamata e visibilità mediatica. E oggi il confronto tra centro e margine interroga ancora il senso della testimonianza cristiana nella realtà postmoderna.

C’era una volta un papa che parlava spesso di periferia e marginalità: lo faceva richiamandosi, direi con ragione, al Signore Gesù, che era appunto, per citare un’opera di un grande esegeta cattolico, un ebreo marginale: lo faceva, però, dal centro del potere religioso, utilizzando con competenza, o forse con innato talento, tutte le risorse che la multimedialità del nostro tempo, probabilmente la più pervasiva della storia umana, mette a disposizione. Questo indubbio primato, che non ha nemmeno bisogno di dogmi, perché si nutre di spettacolare evidenza, non solo è sopravvissuto alla morte di questo papa, ma ne è stato, se possibile, enfatizzato: assai spesso, il ricordo affettuoso trasfigura persino i comuni mortali, figuriamoci i potenti della terra.

UN COMPITO IMPOSSIBILE

Anche il disincanto della saggezza popolare (morto un papa, se ne fa un altro), tuttavia, vuole la sua parte. E fu così che arrivò Leone XIV, il quale disse, iniziando il proprio ministero, che chi, nella Chiesa, ha un compito di autorità, deve sparire, affinché appaia Cristo. Una formulazione potentissima, quasi una parafrasi, oltre che di Giovanni Battista, di alcune espressioni dell’apostolo Paolo: compito in un certo senso impossibile, eppure descrizione precisa della struttura profonda del servizio nella Chiesa. L’invito a “sparire, però, è stato formulato al termine di una spettacolare messa in scena dell’intronizzazione del nuovo Capo e all’inizio delle celebrazioni delle sue straordinarie qualità, che non moltissime persone conoscono, ma che certamente devono essere, ex officio, straordinarie.

UN’ISTITUZIONE GLOBALE

La morale di questa, che non è una favola, è che il papato è, se non l’unica, certo la più vistosa tra le istituzioni globali della post-modernità. Certo, anche Trump è un uomo-istituzione molto vistoso; lo sono anche Putin e Xi Jinping, per lo meno dal punto di vista degli Ucraini e degli abitanti di Taiwan. Essi sono però percepiti, non a torto, come figure di parte, mentre il papa si presenta come istituzione super partes, al quale tutti riconoscono autorità e saggezza. La strapotenza mediatica, in effetti, produce efficacia, che spesso è realmente al servizio della pace e del dialogo (la famosa foto di Trump e Zelensky al funerale di Francesco), a volte con successo, a volte no, come sempre accade alla diplomazia, che è un’istanza umana, che vive di potere, ma senza la quale il potere risulterebbe ancora più pericoloso.

UNA TESTIMONIANZA MARGINALE

Quale sia il rapporto di tutto ciò con il nome di Gesù di Nazareth, è questione che non vorrei affrontare in questa sede: non intendo dire che non ci sia, naturalmente, ma che è complesso e che non è semplice riferirlo a periferie e marginalità. Marginali, invece, sono, in molti contesti le Chiese, anche la Chiesa cattolica, che sarebbe miope identificare semplicemente con il “papato: non esiste Cattolicesimo senza papato, certamente (e senza il papato reale, non quello che vorrebbero immaginarsi le apologete e gli apologeti); però il Cattolicesimo non coincide con il papato. E la testimonianza di Gesù, che non ha rilevanza mediatica, né potere diplomatico, è effettivamente periferica. Non perché lo desidera, né perché la retorica della periferia possa coprire la realtà che le corrisponde, che si chiama povertà economica, modestia numerica, assenza di prestigio sociale; la testimonianza cristiana, molto spesso, non ha nemmeno bisogno di sparire, perché non dispone di alcuna particolare visibilità, se non, in alcune particolarissime occasioni, le briciole che chi è al centro lascia cadere dal proprio tavolo, attendendosi, non raramente con successo, di essere debitamente ringraziato.

Accade spesso che Chiese diverse da quella cattolica, e in particolare quelle evangeliche, che in fatto di visibilità se la passano davvero male, si affannino a conquistarsi un posticino al tavolo che conta, in modo, appunto, da apparire. Si tratta di un tentativo comprensibile, perché è facile chiacchierare di periferie, ma essere periferia è, quando va bene, scomodissimo; ma è anche un tentativo patetico: è vero, infatti, che anche i camerieri vivono noi palazzi, ma le stanze padronali e quelle della servitù si distinguono facilmente.

Non è un appello anti-ecumenico, anzi, è l’esatto contrario. L’incontro tra cristiane e cristiani si realizza quotidianamente, fuori dal fascio di luce dei riflettori, nell’ombra della periferia reale. Periferia è la comunità locale dove risuona l’Evangelo, che appare in-credibile e im-plausibile anche a chi lo testimonia e a chi lo ascolta, ma che ogni santa volta trova la via dei cuori, come sussurro, come gemito forse, mediante la potenza non mediatica dello Spirito santo. Periferia è il fragile tentativo di recare aiuto a chi ne ha bisogno, sopportando la frustrazione per il fatto che il mare non si può svuotare con i secchielli delle Chiese, così come Gesù non ha guarito tutti i lebbrosi e tutte le donne con il flusso di sangue; e che però ne vale la pena, perché il nome del Nazareno continua a suscitare energie. Periferia, addirittura, è l’aula dove si fa teologia, una forma di pensiero così spesso considerata delirio, che però non cessa di interrogarsi, con una passione che assorbe la vita e che non si spaventa troppo se, proprio questo, può essere scambiata come il più pericoloso dei sintomi. Periferia non è bello, ma può essere vita autentica, se è nel nome di Gesù.

Ma di nuovo, tutto ciò c’entra col papato? Non voglio dire di no, ma non mi sento in grado di dire in che senso. Finché però il papato non lo impedisce, posso convivere con esso. Preferibilmente a una certa distanza.

Ph © Caleb Miller via Unsplash

Immagine di Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati

Scrivici
Send via WhatsApp