Home ReligioniL’Africa e Francesco. L’eredità (anche “geopolitica”) di un pontificato

L’Africa e Francesco. L’eredità (anche “geopolitica”) di un pontificato

di Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore.

Tra le eredità del pontificato di papa Francesco, la centralità dell’Africa emerge come segno forte e politico. Con viaggi, nomine cardinalizie e appelli netti, Bergoglio ha ridato voce a un Continente spesso marginalizzato. Un’impronta che peserà anche sul conclave chiamato a scegliere il suo successore.

Tra le tante eredità che Jorge Bergoglio lascia al termine dei suoi dodici anni di pontificato, oggetto di discussione aperta in ogni angolo del mondo in questo periodo di sospensione tra la sua morte e il conclave, c’è un processo che potremmo definire di “africanizzazione” della sua Chiesa. Francesco, che veniva dalla «fine del mondo», come disse rivolgendo il suo primo saluto alle folle appena eletto Papa, ha voluto promuovere una concezione di Chiesa “in uscita”, capace di spingersi fino alle «periferie del mondo», fisiche ed  esistenziali. E lo ha subito manifestato plasticamente con il suo primo viaggio apostolico fuori dalla diocesi di Roma, destinazione Lampedusa. Una trasferta a cui deve aver pensato già qualche giorno dopo la sua nomina a pontefice visto che si realizzò l’8 luglio 2013, neanche quattro mesi dopo.

Quell’isola di approdo disperato, più vicina all’Africa che all’Europa, fu un mix di segnali lanciati alla Chiesa e al mondo: intanto l’attenzione – sempre mantenuta e negli anni condita di denunce e appelli reiterati all’infinito – per i migranti, poi la volontà di realizzare una Chiesa sempre più simile a un «ospedale di campo», senza tralasciare quel desiderio di mischiarsi, toccare, incontrare direttamente chi sperimenta sulla propria pelle le sofferenze della storia, più volte manifestato. Ma, soprattutto, con quella scelta Francesco chiarì subito che lo sguardo della sua Chiesa era rivolto verso Sud. «Essendo originario dell’America Latina – ha dichiarato al New York Times il cardinale John Onaiyekan, ex arcivescovo di Abuja, Nigeria, uno degli elettori nel conclave del 2013 – ha sentito le nostre difficoltà come continente del Sud globale che lotta in un mondo controllato da lontano».

AFRICA: UNA CHIESA IN ESPANSIONE

Jorge Bergoglio salì al soglio pontificio ben consapevole di ereditare una Chiesa africana in piena espansione. Dal 1980 a oggi ha fatto registrare cifre da record sfiorando un incremento nel numero di battezzati del 250%. In Africa vive il 20% dei cattolici del Pianeta e, solo per citare dati recenti, tra il 2022 e il 2023 il numero di fedeli è passato da 272 milioni a 281, un aumento del 3,31%. Nessun’altra area geografica sta facendo meglio, anzi, da tutti gli altri Continenti arrivano segnali meno incoraggianti se non decisamente negativi. Ma, sebbene il contributo quantitativo e qualitativo sia stabilmente importante ormai da decenni, l’Africa fino a Francesco godeva di poca attenzione e ancor minore peso. Bergoglio ha innescato una netta inversione di tendenza. 

Ha cominciato rendendo più “nero” il collegio cardinalizio creando 18 cardinali provenienti o residenti in Africa: più lui in 12 anni che i suoi due predecessori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II in 35 (18 contro 16). Tra questi ci sono figure che vengono da Paesi tribolati, in conflitto e, soprattutto, totalmente fuori dalle agende geopolitiche internazionali, come il maliano Jean Zerbo, il centrafricano Dieudonné Nzapalainga, il burkinabè Philippe Nakellentuba Ouédraogo e il sudsudanese Stephen Ameyu Martin Mulla. 

Nel suo “cerchio magico”, il cosiddetto “C9” – cioè il Consiglio dei nove cardinali suoi collaboratori più stretti istituito poco dopo la sua nomina –, ha voluto prima Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo emerito di Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo, e poi, dal 2020, Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa ed esponente di spicco di una Chiesa africana che comincia ad avere una voce distinta e che qualcuno si spinge a proporre come “papabile”. 

Quando decretò il Giubileo straordinario della misericordia, Francesco non scelse la Porta santa della Basilica di San Pietro per inaugurarlo, ma volò a Bangui, capitale del Centrafrica. Era il 29 novembre 2015, il Paese viveva la fase probabilmente più spaventosa di un conflitto iniziato anni prima e che prometteva sangue ed emergenze umanitarie.

Ma al di là di viaggi – in 12 anni è andato cinque volte in Africa e visitato 10 Paesi:  Kenya, Uganda, Repubblica Centrafricana, Egitto, Marocco, Mozambico, Madagascar, Mauritius,  Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo – di scelte e gesti – si potrebbe citare il famoso bacio, nell’aprile del 2019, ai piedi del presidente e del vice del Sud Sudan Salva Kiir e Riek Machar, sanguinari artefici di una guerra terribile, conclusasi con un’accorata esortazione a «cercare ciò che vi unisce, a partire dall’appartenenza allo stesso popolo, e superare tutto ciò che vi divide» –, papa Francesco ha voluto trasmettere un’idea nuova dell’Africa e promuovere un approccio decisamente decolonizzato e una visione geopolitica più afro-centrica.

«GIÙ LE MANI DELL’AFRICA!»

La summa di questa sua visione si realizza nel corso del viaggio in Sud Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo del 2023. Nel discorso pronunciato nell’incontro con le autorità e la società civile a Kinshasa il 31 gennaio, passato agli atti come una sorta di manifesto panafricanista e antischiavista, l’ultimo papa riassunse la posizione che la Chiesa e il mondo dovrebbero finalmente assumere nei confronti dell’Africa, affrancata da sfruttamento, schiavismo, colonialismo e razzismo.

In quel disperato «Giù le mani dell’Africa!», lo slogan ripetuto e gridato dalla capitale del grande Stato Centro-africano, il più ricco di risorse del mondo, ma confinato alle ultime posizioni di ogni statistica di benessere, pace, stabilità e qualità della vita, c’è un’impostazione politica e geopolitica chiara, maturata e ponderata grazie a una propria storia ma, soprattutto, grazie ad anni di contatto fisico e morale con il Continente. «Basta soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare», la frase susseguente dà il via a un discorso denso e per nulla formale che, al termine, risulterà un programma pastoral-politico. Una denuncia che nessun leader, nell’emisfero occidentale, ha mai pronunciato con una tale nitidezza nell’era contemporanea.  

Certo, l’Africa, ha aperto anche una delle questioni più problematiche e spinose del pontificato di Francesco. Nei primi mesi del 2024, all’indomani della pubblicazione della dichiarazione Fiducia Supplicans. Sul senso pastorale delle benedizioni che autorizzava la benedizione delle coppie dello stesso sesso e la possibilità per persone di altri orientamenti sessuali, di fare da padrino o madrina nei sacramenti, in Africa ci fu una vera e propria sollevazione.

Quasi tutte le conferenze episcopali insorsero, alcuni vescovi minacciarono scenari scismatici. In quell’occasione intervenne il cardinal Ambongo. Prima prese nettamente posizione contro il documento e poi volò a Roma per mediare un compromesso. Alla fine il Papa dovette cedere: «La Chiesa d’Africa è un caso speciale per loro, l’omosessualità è qualcosa di brutto da un punto di vista culturale; Non lo tollerano» disse con parole che rinfocolarono polemiche su vari fronti sia in Africa che in altre parti del mondo. 

Ma il legame tra Francesco e il grande Continente che più di tutti simboleggia il Sud del mondo, resta unico. Nella sua epoca l’Africa è emersa da quell’anonimato dal sapore coloniale e razzista, in cui era relegata  da secoli. I 18 cardinali africani votanti, sebbene ancora pochi (circa il 14% dei 133 elettori) avranno di sicuro un peso maggiore nell’imminente conclave rispetto ai precedenti, non solo in termini matematici ma anche da un punto di vista di peso politico.

Ciò anche grazie al recente Sinodo sulla Sinodalità convocato da Francesco tra il 2021 e il 2024 in cui hanno preso parte un numero importante di preti, vescovi, laici, donne africani/e e nel quale la loro voce è stata particolarmente udita. Su alcuni temi come giustizia sociale, liberazione da visioni coloniali ed eurocentriche, sfruttamento degli uomini e delle terre, ambiente, guerre e armamenti, così come i migranti, potrebbero essere molto in linea con Francesco e favorire scelte verso una  continuità. Ma su argomenti più dottrinali, teologici o pastorali, alcuni esponenti africani, primo fra tutti l’iper tradizionalista guineano Sarah, faranno valere posizioni molto più conservatrici. 

Che siano progressisti, tradizionalisti o curiali, però, i cardinali africani, ma, più in generale, la Chiesa d’Africa, devono una nuova rilevanza proprio a papa Francesco.

Papa Francesco in Mozambico © Julia Grahl, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Immagine di Luca Attanasio

Luca Attanasio

Giornalista e scrittore.

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