di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Per secoli il pensiero cristiano ha cercato di limitare la brutalità della guerra con la teoria della “guerra giusta”, oggi messa in crisi da armamenti moderni e contesti geopolitici instabili. La nuova prospettiva della “pace giusta” punta alla prevenzione e a soluzioni condivise, ma fatica a reggere nell’attuale scenario globale frammentato.
Per secoli, il pensiero cristiano, in materia di pace e guerra, è stato dominato dalle teorie dette della “guerra giusta”. In Occidente, esse si richiamano ad Agostino, ripreso poi in forma sistematica anzitutto da Tommaso d’Aquino. Il primo obiettivo di queste dottrine non è la giustificazione della guerra (anzi, esse concordano sul fatto che la guerra sia sempre e comunque una realtà negativa), bensì il tentativo di limitare da un lato il ricorso allo strumento militare (jus ad bellum, diritto alla guerra), dall’altro di stabilire un diritto di guerra (jus in bello, diritto nella guerra), teso a contenere il carattere ferino dello scontro.
Poiché la guerra è il terreno ideale (anche se non l’unico) sul quale si scatena la disumanità degli uomini, il tentativo di contenere tale dimensione è sempre stato altamente precario. Per tale ragione, chi sostiene il rifiuto totale dello strumento militare lo ha costantemente criticato, ritenendolo inadeguato alla radicalità dell’appello evangelico, e, per di più, inutile, visti gli esiti. Dall’altra parte, chi sosteneva quello sforzo affermava il dovere di cercare di limitare almeno alcuni effetti del male: in fondo, è quanto, secondo Genesi 9, fa Dio stesso, dopo il Diluvio ed è, secondo Lutero, la prima funzione della legge.
Lo sviluppo tecnologico, tuttavia, ha prodotto armamenti e generato pratiche che hanno fatto collassare l’idea della “guerra giusta”. Già nella Seconda guerra mondiale, per fare un solo esempio, il dovere di risparmiare i civili, fondamentale per lo jus in bello, è completamente saltato. Con le armi nucleari, poi, la stessa difesa in caso di aggressione rischia di provocare la distruzione di ciò che si vuole difendere.
La fine della Guerra fredda ha favorito la nascita, in ambito cattolico e protestante, specie tedesco, di teorie diverse, dette della “pace giusta”. Esse si incentrano su due pilastri: a) il primato assoluto della prevenzione, da ottenersi con strumenti civili, cioè investimenti massicci, cooperazione, aiuti economici, diplomazia; b) l’autorità internazionale (alla fine e per forza di cose: l’Onu, con tutti i suoi limiti), come istanza regolatrice anche dell’uso residuale dello strumento militare, per l’interposizione o per imporre della pace.
Questo tipo di prospettiva guardava a conflitti locali e, senza dirlo, supponeva una sorta di stabilità mondiale di base, nel segno della “pace americana”. Tutti questi presupposti hanno avuto vita breve. La Russia è tornata a essere una potenza imperiale, la Cina lo è diventata, gli Stati dotati di armamenti atomici si sono moltiplicati, gli Stati Uniti sembrano ritenere vantaggiosa un’elevata tensione nelle relazioni internazionali.
La “guerra mondiale a pezzi” della quale parlava Francesco ha messo in mora ogni velleità preventiva e ha certificato l’impossibilità dell’Onu di intervenire nella maggior parte delle situazioni critiche (non una novità, ripetiamolo: ma certamente oggi più clamorosa).
Il linguaggio della “pace giusta” resta comunque in circolazione. Va segnalato, però, che esso indica ora una realtà assai diversa rispetto al primo decennio del XXI secolo. Prendiamo, ad esempio, l’aggressione russa in Ucraina: “pace giusta” indica qui l’atteggiamento di coloro che ritengono iniquo ciò che Francesco chiamava «il coraggio [degli ucraini] di alzare bandiera bianca», e che in fondo, per qualche settimana, sembrava essere la prospettiva di Trump (chissà quale sarà quest’ultima quando queste righe usciranno): cioè la resa incondizionata dell’Ucraina a Putin.
“Pace giusta” non significa ora (né può significare, in effetti) relazioni meno inique che prevengono il conflitto, bensì condizioni di pace accettabili per tutte le parti belligeranti: guardando alla storia, un obiettivo difficile in assenza di un equilibrio almeno minimale delle forze.
Ciò rafforza le ragioni di chi, nelle Chiese e al di fuori, respinge in assoluto lo strumento militare? La domanda andrebbe forse riformulata, alla luce della situazione in essere: sarebbe ragionevole che tale strumento fosse utilizzato unicamente da potenze ostili alla democrazia classica? Una risposta affermativa è possibile, ma non ovvia.
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Fulvio Ferrario
Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
