di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale
Partendo dal mito di Apollo e Dafne è urgente che la società contemporanea rifletta sulla natura del desiderio e sull’educazione sentimentale. La metamorfosi della ninfa, simbolo di fuga e libertà, diventa metafora della distanza necessaria nelle relazioni. Una lettura che denuncia la radice patriarcale della violenza di genere e la deriva “fascista”– per dirla con Foucault – del desiderio totalizzante.
Nel primo libro delle Metamorfosi, Ovidio racconta una storia che ha a che fare con il desiderio e la distanza: la storia dell’amore mancato tra Apollo e Dafne. All’origine della vicenda c’è Eros, il giovinetto munito d’arco e di frecce, pronto a trafiggere i cuori degli innamorati e a tramare intrighi per dare vivacità all’esperienza amorosa. Mentre si esercitava al tiro con l’arco, viene dileggiato dalla boria spocchiosa del dio Apollo: «Tu che hai a che fare, petulante fanciullo, con le armi degne dei forti? Tu accontentati di attizzare con la tua fiaccola amori da poco e non tentare di rivendicare una gloria che spetta a me!». Al che Eros, permaloso e indispettito, decide di rendere pan per focaccia: «Trasse dalla faretra due frecce dotate di opposto effetto: l’una metteva in fuga l’amore, l’altra lo provocava»; con la freccia d’oro colpisce Apollo, facendolo innamorare perdutamente della ninfa Dafne, trafitta invece da una freccia di piombo, che la rendeva maldisposta verso ogni relazione amorosa, desiderosa di «nascondersi nelle selve e cacciare animali», restando per sempre casta e indisponibile al matrimonio.
Sotto l’incantesimo della freccia dispettosa di Eros, Apollo – dio dell’ordine, dell’armonia e dell’equilibrio – contraddice se stesso e perde completamente la testa: inizia a inseguire senza tregua la povera Dafne, fanciulla di inenarrabile bellezza, al fine di convincerla a non fuggire via «come l’agnello fugge il lupo», a cedere all’impeto del suo desiderio amoroso. Ma più Apollo le sta addosso «per farla sua preda», più Dafne continua a dileguarsi impaurita e in cerca di salvezza, disperandosi, chiedendo aiuto, disposta infine a rinunciare alla propria irresistibile bellezza fisica, per eludere le molestie di Apollo. Ed ecco compiersi la straordinaria metamorfosi: «Un pesante torpore le invade le membra: il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia; i capelli si allungano fino a divenire fronde, le braccia rami; i suoi piedi, prima così veloci, sono inceppati da inerti radici; il viso diviene la cima dell’albero. Solo il suo splendore resta». Dafne si è trasformata in un magnifico albero di alloro, che diventerà l’albero preferito da Apollo.
«Chi fa del desiderio un’esperienza di conquista e di unificazione totale con l’altro, finisce nella spirale della violenza, cade nel vortice totalitario del desiderio».
Il mito dell’amore molesto
Nella vulgata popolare, questo racconto rappresenta il mito dell’amore non corrisposto, una non corrispondenza che fa disperare Apollo “per colpa” del rifiuto ostinato di Dafne. Siamo in genere propensi a immedesimarci nella sofferenza di chi ama senza essere ricambiato, assegnando la responsabilità a chi si sottrae: è Dafne che, non abbandonandosi all’amore sincero di Apollo, non ci concede il rassicurante lieto fine delle favole: “…e vissero insieme felici e contenti”. Solo in un secondo momento, riflettendo più a fondo, cominciamo a intravedere nel desiderio di Apollo qualcosa di eccessivo, di petulante, una pretesa possessiva, caparbia, asfissiante, egoista, del tutto incapace di rispettare il rifiuto e la libertà di Dafne. Oggi – senza voler applicare impropriamente i “nostri” criteri ad altre epoche e culture – Apollo sarebbe considerato uno stalker, autore di un comportamento vessatorio, persecutorio, e una storia del genere non si chiamerebbe “amore non corrisposto”, ma “amore molesto”, all’insegna dell’ossessione amorosa, della dipendenza psicologica, del narcisismo e della violenza.
Questo mito potrebbe essere inserito come argomento di discussione in un serio programma scolastico di educazione alle emozioni, all’affettività, alla sessualità, al desiderio e alla relazione: programma che in Italia è purtroppo lontano dalla realizzazione a causa di un’ostinata miopia politica, e nonostante l’incremento significativo dei casi di violenza di genere, dallo stalking al femminicidio. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Nazionale del Movimento “Non una di meno”, nei primi sei mesi de quest’anno sono stati commessi 40 femminicidi, e altri 29 sono stati tentati (dati aggiornati al 8 giugno 2025). Ed è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che comprende altre forme di violenza (fisica, sessuale, psicologica, economica), spesso sommerse e non denunciate ma che fanno parte – in maniera ormai sistemica – di una cultura patriarcale, maschilista e sessista fondata sul “mito della forza” (cfr. l’articolo di G. Codrignani, in Confronti, 05/2025, p. 9): una cultura nient’affatto tramontata e anzi radicata anche nelle giovani generazioni, vittime spesso di una concezione equivoca del desiderio che tende a esaltare il possesso anziché il respiro della distanza, la tossicità adesiva dei rapporti anziché la libertà del legame amoroso.
Il 29 maggio 2025 scorso Martina Carbonaro, di appena 14 anni, è stata uccisa dal suo ex-fidanzato Alessio Tucci, di anni 18. Nell’interrogatorio, il giovane ha confessato di aver infierito con una pietra sul corpo di Martina nel momento in cui si è sottratta al rapporto e gli ha negato un abbraccio, ritraendosi da lui: quel gesto di distanziamento ha scatenato la violenza femminicida, come se in quella scelta di dire “no” ci fosse un attentato insopportabile all’identità stessa dell’altro. Investita dalla furia maschile, Martina non ha potuto – come Dafne – trasmutare le proprie fattezze umane in foglie, rami, radici: è stata raggiunta, afferrata, spezzata nel suo desiderio d’essere altra.
Limite del desiderio e valore della distanza
La storia antica ma attualissima di Apollo e Dafne ci offre allora alcuni spunti di riflessione che possono illuminare le pieghe non indagate delle dinamiche amorose. Intanto, ci dice il limite del desiderio, che non è sufficiente – pur con il suo fuoco e la sua veemenza – ad afferrare l’altro, a ricondurlo nella sfera della nostra volontà di appropriazione, come accade invece quando sentiamo il “bisogno” di un “oggetto” a nostra disposizione: nel “bisogno” (tutt’altra cosa dal “desiderio”) avvertiamo un vuoto, una mancanza (fame, sete), che ci porta a “prendere” l’oggetto (il pane, l’acqua), consumarlo e assimilarlo affinché il buco si richiuda e il bisogno si saturi. Nel desiderio questo è impossibile: l’altro non è una cosa a mia disposizione, è un “soggetto libero” che non coincide con le mie pretese, non si fa consumare, non è lì per soddisfare il mio desiderio; semmai lo mantiene aperto, chiamandomi a una relazione che è sempre relazione con l’inappropriabile. Il desiderio mi espone alla relazione con una soggettività che non potrò mai avere a mia disposizione, che mi trasporta fuori di me, mi decentra alla ricerca incessante del segreto di chi desidero e amo. Il limite finito del desiderio si dischiude così all’esperienza infinita dell’altro che mi eccede e mi trascende: l’amore, l’eros, l’amicizia, l’intimità profonda, la condivisione della vita.
Se l’altro resta inappropriabile malgrado la passione del mio desiderio, vuol dire che c’è una distanza che ne impedisce la presa: l’altro ci mancherà sempre, non sarà mai dove vorremmo che fosse, si sposta, cambia, segue il “suo” divenire. È questo un secondo aspetto del desiderio, la distanza e la mancanza. Dafne è in diaspora, fugge via e resta fino alla fine al di fuori della portata di Apollo, che – malvolentieri – deve fare esperienza della distanza e della mancanza, senza le quali non ci sarebbe desiderio. Saper desiderare e saper amare significa fare i conti con qualcuno che è sempre più in là di noi e che ci mancherà sempre. Educarsi al desiderio significa aprirsi alla bellezza di questa inafferrabilità dell’altro, scoprire che in questa impossibilità di avere tutto si cela un percorso di liberazione dal proprio Io predatorio, dai propri fantasmi, dal proprio narcisismo: colui o colei che resta a distanza e ci manca, ci sospinge fuori dal nostro asfittico universo personale e privato, ci provoca, ci chiama a uscire fuori di noi, esponendoci al rischio e alla scommessa della relazione, ci invita a entrare in un campo aperto dove tutto è da costruire e da sperimentare, nel gioco vivo e mobile dell’avventura amorosa e del rapporto tra l’uno e l’altro.
«Vivere una relazione non fascista […] significa “sapere e amare” che l’altro resti “inafferrabile”, affinché Dafne possa continuare a vivere da donna libera».
L’amore, oltre la tentazione totalitaria
E questo vuol dire – terzo elemento di riflessione sul mito – che l’amore (ma anche l’amicizia e le relazioni affettive profonde, come quella tra un genitore e un figlio/figlia) è sempre esperienza di una dualità e mai di un’unità. L’amore è un’esperienza di democrazia a due. Nell’amore e nei rapporti intensi prevale sempre la logica del Due e mai la simbiosi, il ritorno nella sfera dell’Uno. Desiderio-mancanza-distanza significa proprio questo: il Due è l’unica legge dell’amore. Guai a chi pensa che l’altro sia davvero raggiungibile, che il suo segreto sia decifrabile, guai a dare all’altro il potere di turare i nostri buchi e di sopperire alle nostre mancanze e fragilità. L’esperienza amorosa è un incontro tra solitudini, una messa in comune della solitudine, la scelta di condividere la propria mancanza e la propria ricerca, e l’amore (come diceva Lacan) è “dare all’altro ciò che non si ha”, cioè la propria insufficienza.
Chi fa del desiderio un’esperienza di conquista e di unificazione totale con l’altro, finisce nella spirale della violenza, cade nel vortice totalitario del desiderio. Perché la storia di Apollo e Dafne ci dice ancora una cosa: nell’esperienza del desiderio – insieme alla bellezza e al sublime – si annida anche un fondo opaco, una pulsione mortifera che potremmo definire “fascista”, che vuole l’altro pronto a soddisfare le nostre attese, che considera l’altro una preda da conquistare e l’amore un incollamento adesivo che non lascia vuoti né intervalli. Qualcuno si sorprenderà che la parola “fascismo” venga usata per parlare d’amore e di relazioni affettive: in realtà il fascismo non è solo un fenomeno politico, ma è – prima ancora – un virus psichico inconsapevole, è il desiderio senza limiti, senza mancanze e senza distanze, che vorrebbe Tutto. Ogni volta che si è tentati di sacrificare il Due all’Uno, di ricondurre la dualità/pluralità all’unità assoluta, c’è pulsione fascista. Molti pensatori contemporanei (Deleuze, Pasolini, Foucault) ci hanno messi in guardia da questa declinazione psicologica del fascismo, il «fascismo che è in noi tutti, che abita il nostro spirito e la nostra condotta quotidiana», chiedendosi: «Come sbarazzare dal fascismo il nostro discorso e i nostri atti, i nostri cuori e i nostri piaceri? Come rimuovere il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento?» (M. Foucault, Introduzione alla vita non fascista, Feltrinelli 2025, p. 22).
Vivere una relazione non fascista (d’amore, d’amicizia, di condivisione profonda) significa rinunciare alle proprie pretese, essere consapevoli del limite, della mancanza e della distanza che accompagna sempre il desiderio; significa “sapere e amare” che l’altro resti “inafferrabile”, affinché Dafne possa continuare a vivere da donna libera, non più costretta all’esilio volontario nel regno silenzioso degli alberi.
[Per approfondimenti: Salvatore Piromalli, L’inafferrabile. Desiderio e distanza nelle relazioni amorose, Mimesis 2025, recensito da Claudio Paravati su Confronti” 06/2025, p. 39].
Ph. © Mateus Campos Felipe via Unsplash
Salvatore Piromalli
Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale
