di Giorgio Gomel. Economista, è membro dell'Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell'organizzazione Alliance for Middle East Peace.
Il conflitto israelo-palestinese si è incrudito in un’orgia di brutalità in questo anno e mezzo dall’aberrante eccidio di massa di israeliani da parte di militanti di Hamas. Nel governo di Israele, le fazioni più oltranziste hanno spinto a una ritorsione massiccia senza distinguere tra i mandanti del terrore e i palestinesi come popolo, percepito come un nemico che non merita fiducia, che non può essere interlocutore di un negoziato, che deve essere domato con la forza delle armi.
Hamas ha condotto da Gaza per anni una sciagurata guerra di guerriglia che ha esposto gli abitanti alle ritorsioni di Israele e non ha abdicato al principio del rifiuto dell’esistenza di quello Stato. Mossa da un’ideologia fra il nichilismo e la jihad integralista ha fatto della strage di civili un metodo di lotta nell’illusione di piegare Israele con la violenza.
Israele molto avrebbe potuto fare e forse ancora potrebbe con un futuro governo nella Striscia di Gaza formato – come il piano di pace proposto da Paesi arabi prefigura – da una possibile leadership locale o con il ritorno a Gaza dell’Autorità palestinese. Si era formata, nei fatti negli anni trascorsi, una “malefica alleanza” fra Hamas, e Netanyahu, che resta l’artefice primo di una strategia rivolta da anni a separare Gaza e Cisgiordania, al fine di evitare un negoziato di pace che contempli la fine dell’occupazione e la nascita di uno Stato palestinese sovrano.
È misura inquietante di tutto ciò l’isolamento politico del Paese rispetto a governi e opinioni pubbliche mondiali; la coscienza di sé di parti rilevanti della società israeliana sgomente per il degrado della democrazia e le violazioni ripetute dello Stato di diritto; i moniti allarmanti circa il pericolo di guerra civile espressi dall’ex Primo ministro Olmert e dall’ex presidente della Corte suprema Barak; le condanne degli organismi internazionali; l’ostracismo talora vistoso e irritante in campo culturale e accademico di istituzioni israeliane da parte di enti, università.
La gravità del trauma, le deficienze nel prevedere-prevenire l’eccidio di Hamas – il tutto sarà forse oggetto di commissioni di inchiesta per ora posposte indefinitamente per volere del premier Netanyahu – hanno concorso a innescare forme di ritorsione massiccia. La spinta a “restaurare” una deterrenza messa in forse dall’aggressione di Hamas, fino a imporre costi alla popolazione di Gaza perché insorga contro il suo potere dispotico hanno prodotto eccessi, per usare un eufemismo, fino al divieto imposto all’ingresso di cibo, risorse, aiuti umanitari, e la devastazione di strutture civili solo perché attigue a quelle militari.
La sicurezza esige la sconfitta di Hamas ma anche la convinzione della popolazione che dall’azione non-violenta e dalla trattativa può scaturire un futuro decente. È quindi interesse preminente di Israele agire per dissociare la società palestinese dall’estremismo.
Le azioni militari al più agiscono da deterrente nel breve periodo, ma mietono vittime civili e isolano Israele dalla comunità delle Nazioni per l’eccesso di violenza pur nell’esercizio del diritto di autodifesa. Diritto legittimo, ma la questione è come esercitarlo, così come prescrivono le leggi di guerra e le Convenzioni di Ginevra. Lo sottolineano le accuse rivolte a Israele da Onu, Unrwa, Oms e molteplici organizzazioni attive sui diritti umani, e l’istruttoria svolta dal Tribunale penale internazionale che ha emesso un ordine di arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant con l’imputazione di crimini di guerra e contro l’umanità per le distruzioni, privazioni, omicidi di civili.
Lo stesso sopravvivere di Israele come democrazia è oggi in forse: esso esige un accordo per il “cessate il fuoco”, violato da Israele dal 18 marzo con l’intento esplicito di occupare larghe “zone di sicurezza” di Gaza lungo i confini con l’Egitto e Israele, la liberazione degli ostaggi ancora prigionieri di Hamas e la ripresa di una trattativa che conduca alla nascita di uno Stato palestinese.
Insisto su un punto. Il principio cui ispirarci come “mondo progressista” è quello della “doppia lealtà”: invece di infliggere punizioni, il compito che ci spetta è quello di offrire ponti, spingere le parti in lotta al dialogo, riprendere la logica degli Accordi di Oslo del 1993 basati sull’esigenza di conciliare il diritto alla pace e alla sicurezza per Israele con quello a uno Stato indipendente per i palestinesi.
Soprattutto, è essenziale, come impegno della società civile in sostegno “dal basso” all’attivismo della diplomazia “dall’alto”, affermare l’illiceità della violenza contro i civili, da una parte e dall’altra; rigettare la disumanizzazione del “nemico”; riconoscere, pur con fatica, le ragioni dell’altro.
Ph © Mohammed Al Bardawil via Unsplash
Giorgio Gomel
Economista, è membro dell'Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell'organizzazione Alliance for Middle East Peace.
