di Paolo Naso. Politologo, Centro Studi Confronti.
L’onda di emozione che ha accompagnato la fine di papa Francesco si è riversata sul conclave che ha deciso di eleggere un uomo che apparisse di continuità con quello che Bergoglio aveva detto e fatto.
Ma la dichiarazione della continuità, per quanto rassicurante rispetto alle sfide che il papa ha di fronte a sé, deve essere comprovata da fatti e gesti molto concreti per i quali avremo bisogno di tempo. Definire la cifra di un papato agli esordi a partire da qualche frase e dalla sua postura liturgica è un azzardo. Ma intanto possiamo provare a definire alcuni dei dossier “geopolitici” sul tavolo di papa Prevost.
Uno è già stato esplicitato sia dalla prima apparizione in abito bianco dal balcone di San Pietro. L’impegno per la pace globale che, nell’immediato, rimanda a due scenari incandescenti: il Medio Oriente e l’Est europeo.
Quanto al primo, anche in ragione delle sue evidenti implicazioni “geo- religiose”, è difficile che il papa possa immaginare un intervento diretto. La strada resta quella, stretta e sdrucciolevole, che corre su un crinale; da una parte deve considerare i diritti umani e la rivendicazione di uno Stato per i palestinesi; dall’altra, deve assumere la complessità dei rapporti con Israele, la storia pesante dell’antigiudaismo di matrice cristiana e dell’antisemitismo. Persistono, inoltre, tensioni tra la Santa Sede e Israele su proprietà ecclesiastiche, accesso ai luoghi santi e rilascio di visti per religiosi, questioni condivise anche con le Chiese ortodosse.
Insomma, un dossier consistente e delicato che, almeno in parte, ricade sotto la responsabilità di mons. Pierbattista Pizzaballa, e cioè di uno dei cardinali su cui il conclave deve avere ragionato. La sua “giovane” età, 60 anni, potrebbe farne una pedina strategica della geopolitica di papa Leone XIV.
Secondo dossier. Si ipotizza un ruolo della Santa Sede nella mediazione tra Russia e Ucraina, ma i rischi di una sovraesposizione vaticana sono alti. Agli occhi russi – e del Patriarcato ortodosso di Mosca che ha benedetto la guerra di Putin – la Santa Sede non è parte terza e neutrale ma un’alleata dell’Ucraina cattolica e quindi di Zelensky.
Sostituirsi all’Onu, inoltre, è un rischio enorme che, in caso di fallimento del negoziato, screditerebbe la Santa Sede e ne indebolirebbe il suo soft power di autorevolezza morale e politica.
Il terzo dossier sul tavolo di papa Leone è quello dei rapporti con il Sud globale. È il più “bergogliano” dei temi, strettamente legato alle questioni del clima, della giustizia economica, delle migrazioni.
I rapporti con l’amministrazione Trump sono stati tesi, ma la recente presenza in Vaticano del vice- presidente Vance, cattolico convertito dall’Evangelicalismo, potrebbe indicare un cambiamento, sebbene non sia detto che il suo profilo personale incida sulla linea politica. Salvo una drastica correzione di rotta vaticana, i rapporti con l’America di Trump resteranno tesi.
Da capire, invece come papa Leone gestirà questa Chiesa cattolica sempre più globale e quindi sempre meno italiana, europea e occidentale. Il suo lungo ministero in Perù è certamente indicativo di un’attenzione ai temi dello sviluppo e della giustizia ma questi temi si possono declinare in modi diversi e con diversa intensità politica.
Gli ultimi due dossier riguardano i rapporti con le altre religioni. Quelle cristiane in primis, e quindi quell’agenda propriamente ecumenica. La delicatezza del nodo dei rapporti tra Roma e Mosca è ben nota.
Quanto ai rapporti con il mondo protestante papa Leone eredita un patrimonio di fiducia e di buone intenzioni che però non hanno prodotto significativi passi in avanti sul piano, ad esempio, della intercomunione. Spesso uniti nell’azione pubblica e nella missione umanitaria, cattolici e protestanti restano invece divisi al tavolo eucaristico, è cioè nel momento centrale della loro relazione con Cristo.
Sul piano etico ed ecclesiologico – pensiamo alla consacrazione dei ministeri femminili – le distanze restano molto ampie anche negli Usa dove sembra affermarsi un ecumenismo più pragmatico che teologico, dettato cioè della logica della convivenza più che dalla vocazione all’unità. A questo proposito, la ricorrenza dei 1700 dal Concilio di Nicea offrirà un’occasione significativa per misurare la temperatura ecumenica di questo pontificato.
Infine il dialogo interreligioso, tanto più cruciale in un mondo che si divide e si scontra anche lungo confini confessionali. L’eredità del dialogo interreligioso promosso da Giovanni Paolo II, come gli incontri di Assisi e il rifiuto dello “scontro di civiltà”, resta importante ma appartiene a una stagione passata.
Eppure fondamentalismi e nazionalismi religiosi conquistano nuove aree del mondo e mettono a rischio la pace mondiale.
La fama che lo precede vuole che papa Leone sia un uomo che sa ascoltare. Ma, dopo le aspettative di riforma suscitate dal papato di Francesco e non tutte realizzate, l’attesa si concentra soprattutto sui gesti che saprà esprimere.
Ph © Edgar Beltrán, The Pillar, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Paolo Naso
Politologo, Centro Studi Confronti.
