di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale
Vivere insieme è essenziale per l’essere umano, ma altrettanto lo è il bisogno di solitudine. Trovare un equilibrio tra appartenenza e autonomia è una sfida antica e attuale. L’idea di “comunità idiorritmica” di Roland Barthes offre un modello per coniugare libertà individuale e convivenza.
L’uomo – diceva Aristotele – è un “animale sociale”, che realizza compiutamente la propria natura umana insieme agli altri, nelle relazioni di amicizia, nella famiglia, nella partecipazione alla res pubblica, nell’appartenenza alla comunità-polis. Da solo, la sua esistenza è monca, amputata, de-privata, in un certo senso triste, le sue energie vitali implodono in una forma di entropia esistenziale. Per certi versi Aristotele ha ragione: non siamo in-dividui ma siamo con-dividui, e lo stare insieme può essere un’esperienza appassionante, un’apertura della vita privata verso il mondo, un’esperienza della parola e del dialogo, un’azione condivisa per una causa comune. L’essere-in-comune ci consente di trascenderci, di andare oltre il confine del nostro piccolo Ego, di prendere la parola sulla scena pubblica interagendo con agli altri, come diceva Hanna Arendt.
Tuttavia, ciascuno di noi sa per esperienza due cose. Prima cosa: non è sempre facile vivere insieme agli altri, che si tratti di amici, amanti, familiari, condomini, compagni di scuola o colleghi di lavoro, sodali di gruppo o di comunità, concittadini; non è facile perché lo stare insieme mette a confronto somiglianze ma anche differenze, provoca empatie ma anche avversioni, e perché accompagnarci agli altri non è sempre una scelta, gli altri non ce li scegliamo, spesso siamo costretti per necessità ad averli accanto e a frequentarli, distraendoci dal nostro ritmo singolare e dalle nostre vere esigenze. Ci sono modi di stare insieme completamente diversi: un gruppo di condomini non è la stessa cosa di una comunità religiosa, stare in compagnia di amici è cosa assai diversa che fare la fila alla posta o rimanere seduti cinque ore in un vagone affollato del treno.
SOLITUDINE COME CURA DI SÉ: IL RITMO INTIMO DEL SINGOLO
Seconda cosa: ci sono momenti e fasi della vita in cui vogliamo starcene nella nostra sacrosanta solitudine, ad assecondare indisturbati il nostro ritmo, i nostri pensieri vaghi, le nostre emozioni indistinte, le nostre abitudini monotone, senza che nessun altro interferisca. Vivendo in un mondo in cui siamo per lo più assediati dagli altri, a volte avvertiamo il bisogno di sottrarci, sentiamo che la vita solitaria ci fa bene, è una “cura di sé” che ci mette in contatto con le nostre profondità, ci permette di stare in ascolto dei nostri movimenti intimi, di dialogare con noi stessi (a rigore, non siamo propriamente soli, ma in compagnia del nostro “altro” interno), di leggere, scrivere, dipingere, o più semplicemente trastullarci e persino annoiarci. Una mia amica insegnante mi diceva che passa lunghe ore pomeridiane in solitudine – dopo il faticoso stare con gli altri a scuola – a “fare l’uncinetto”, un movimento ripetitivo in cui si rilassa e si ricontatta, sprofondando in lente meditazioni senza metodo e senza risultato. E l’amico filosofo Tommaso Tuppini, nel suo ultimo libro, scrive: «Esistono solitudini capaci di abbracciare il mondo», e «non c’è pensiero degno di essere pensato che non è stato cucinato dentro il calderone della solitudine» (Senza gli altri. Esperienza assoluta e solitudine, Solferino, 2025, pp. 25-26).
Ma allora Aristotele aveva ragione solo in parte, e di certo anche lui trascorreva lunghe ore solitarie per “cucinare” i suoi pensieri e scrivere la Metafisica. Forse l’uomo è sì un “animale sociale”, ma è anche un “animale anacoretico”, che sente la necessità di abbandonare la vita con gli altri per tornare a sé (anachoresis vuol dire questo: ritirarsi in disparte per ritrovare il proprio ritmo, lontano dal frastuono del mondo, ma per vederlo e capirlo meglio, quel mondo). Forse la natura umana è complicata, ambivalente, anfibia, non riconducibile a una sola caratteristica.
Se le cose stanno così, allora la vera questione è: come contemperare il desiderio di vivere insieme agli altri con il desiderio di assecondare il proprio ritmo solitario? Dove si trova il baricentro (ognuno ha il suo) tra l’esigenza anacoretica del singolo e l’appartenenza a una comunità? Come accordare armonicamente il ritmo interiore e singolare di ciascuno con le regole esteriori del vivere associato? È possibile, insomma, quella che Derrida chiamava una “comunità anacoretica”? Su questi interrogativi si sofferma un singolare libro di Roland Barthes intitolato proprio Come vivere insieme? (Mimesis, 2024), che raccoglie le lezioni tenute al Collège de France nel 1976-77, e che ci dice alcune cose interessanti.
LA COMUNITÀ IDIORRITMICA: UN MODELLO POSSIBILE DI CONVIVENZA
Nei primi secoli della nostra era, gli eremiti del monte Athos e gli anacoreti del monachesimo orientale avevano tentato di sperimentare un punto di equilibrio tra singolo e comunità, uno stare insieme nella “giusta” distanza, in cui il singolo non rinuncia né alla riservatezza della propria vita personale, né al legame sociale con gli altri confratelli: ciascuno poteva vivere una solitudine senza esilio e una socialità senza alienazione. Questi monaci abitavano un territorio limitato, in cui ciascuno aveva la propria dimora rustica e solitaria, non troppo distante da quella degli altri. Gli incontri tra confratelli e i momenti di socialità erano affidati al libero desiderio dei singoli, senza prescrizioni canoniche, etiche comunitarie, regole monastiche (i grandi monasteri, con la loro rigida disciplina di vita cenobitica, appaiono solo più tardi, nel IV secolo, e cambiano completamente le regole del gioco tra singolo e comunità). Ciascuno poteva alternare a suo piacimento il proprio desiderio di solitudine o di convivialità, il bisogno di ritirarsi come quello di uscire e andare verso l’altro che sentiva lo stesso bisogno, l’esigenza di starsene in meditazione e in silenzio, così come quella della parola e del dialogo, o della preghiera e del pasto in comune.
In queste forme di vita il ritmo proprio e particolare di ciascuno non era considerato disfunzionale e antisociale, ma era anzi il fulcro virtuoso dello stare insieme, del sentirsi in comunità con gli altri: lo stare insieme era fondato sulla capacità di ciascuno di saper vivere autonomamente, la comunità nasceva dall’incrocio spontaneo tra i ritmi dei singoli, e non dalla loro forzatura e alterazione. Un’utopia concreta in cui ciascuno era – al tempo stesso – solitario e integrato, autonomo e membro di una comunità più ampia: proprio il delicato equilibrio che cerchiamo nelle nostre esperienze di con-vivenza (dall’amicizia alla polis), e che spesso non troviamo, finendo per credere che la soluzione sia o l’isolamento e la fuga dal mondo, o il sacrificio di sè in favore della comunità. Un aut aut che esclude le cose, anziché una “e” che congiunge e tiene insieme solitudine e appartenenza comunitaria.
Le comunità studiate da Barthes erano comunità “idiorritmiche”, una parola che unisce il termine idios (il proprio, il particolare) e il termine rhytmos (ritmo): ognuno secondo il proprio ritmo, e il vivere insieme come risultato della cadenza e del desiderio di ciascuno. Un vivere comunitario che non richiede la rinuncia al proprio desiderio, ma che lo promuove come necessario. Un vivere insieme che non teme la distanza tra l’uno e l’altro, ma la mantiene come valore per libere relazioni. Un’indicazione molto potente anche per le nostre forme convivenza attuali, per evitare di cadere da una parte nel comunitarismo totalitario, in cui il singolo è omologato e i suoi desideri sacrificati all’organismo collettivo, dall’altra nella logica individualistica, nemica di ogni forma di condivisione e appartenenza.
Ma l’idea di Barthes tocca da vicino anche le nostre relazioni quotidiane, domestiche, quelle che si vivono nelle famiglie e nei rapporti di prossimità affettiva, in cui spesso facciamo fatica a stare in ascolto del ritmo dell’altro, presi dall’urgenza del “nostro” ritmo che si impone come l’unico. Prendiamo ad esempio la scena quotidiana che Barthes ci racconta: una madre stressata cammina tenendo il suo bambino per mano e mantenendo imperturbabile il proprio passo concitato, mentre il piccolo viene «tirato, sballottato, costretto a correre per tutto il tempo, come un animale o una vittima sadiana che si castiga. Lei va al suo ritmo, senza sapere che il ritmo del bambino è un altro. E tuttavia è sua madre!» (p. 50). Due ritmi che non si incontrano nonostante il profondo legame affettivo, una sfasatura di ritmi (dis–ritmia) che diventa emblema di un potere sottile ma reale che gli adulti esercitano (senza accorgersene?) sui bambini, ma anche sui cani legati al guinzaglio, strattonati o portati a fare i loro bisogni secondo i tempi e i ritmi del padrone, di cui sono totalmente in balia (etero-ritmia).
In questo e in molti altri esempi che costellano la nostra vita e le nostre relazioni, quella che sembrava una riflessione teorica e astratta, quasi utopica, si fa allora più stringente, mette in gioco la microfisica dei nostri comportamenti quotidiani, i risvolti inconsapevoli delle nostre abitudini di vita, l’intimo delle nostre pulsioni egocentriche e autoritarie. L’interrogativo “Come vivere insieme?” diventa una questione etica che ci interpella: quanto sappiano fare spazio al ritmo dell’altro e ai suoi desideri? Quanto riusciamo a essere ospitali rispetto al suo modo di essere, di fare, di condurre la propria vita? Quanto siamo davvero in relazione con l’altro, con cui pure conviviamo e che amiamo?
Con un’apertura politica più ampia, invece, le domande e le questioni di Barthes arrivano a insinuarsi nel cuore stesso della democrazia, che oggi subisce nel mondo intero uno svilimento e una torsione autocratica. Non intendo la democrazia come mero “potere del popolo”, tantomeno come stolida “dittatura della maggioranza”, ma la democrazia come ispirazione e scommessa, in cui ciascuno/ciascuna dovrebbe poter vivere rispettando il proprio ritmo e quello degli altri/altre. La democrazia non come una condizione garantita una volta per tutte, ma come una costruzione fragile, sempre a venire, «indefinitamente perfettibile e dunque sempre insufficiente e futura» (J. Derrida, Politiche dell’amicizia, Cortina, 1995, p. 361).
Come scriveva Jean-Luc Nancy, la democrazia «è spirito prima ancora di essere forma, istituzione, regime politico e sociale» (Verità della democrazia, Cronopio, 2009, p. 31). Spirito che soffia e si trattiene proprio lungo il confine poroso tra idios e polis, tra singolo e comunità, tra anacoresi e appartenenza, per ispirare gli umani nella ricerca incessante di forme sempre più “idiorritmiche” di vivere insieme.
Salvatore Piromalli
Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale
