di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.
Maria Montessori, pioniera dell’educazione scientifica e rispettosa dell’infanzia, ha influenzato profondamente i pedagogisti di tutto il mondo con un metodo centrato sull’autonomia e la meraviglia del bambino.
La rivista statunitense Time mise tanti anni fa, all’inizio del nuovo secolo, il nome di Maria Montessori tra quelli dei personaggi più significativi e più influenti del Novecento, e i nomi delle donne erano ancora una stretta minoranza.
Qualche anno fa lo Stato italiano emise una banconota delle più importanti con su stampato il suo volto (e fu una cosa che entusiasmò Colin Ward, il grande educatore e urbanista anarchico inglese, che ho avuto la fortuna di conoscere abbastanza da vicino quando scendeva in Italia con la moglie; del suo grande saggio su Il bambino e la città si avrà modo di riparlare, ricordando intanto il debito di Ward nei confronti di Montessori).
Ma chi tra gli educatori degli ultimi cento e più anni può dire di non avere dei debiti nei confronti della grande marchigiana?
I suoi lavori sull’educazione dell’infanzia, il suo “metodo” di insegnamento basato sul risveglio e il potenziamento nel bambino di tutte le sue capacità di stupore e di investigazione nei confronti della vita – della natura, della società – e che si volle scientifico e non solo genericamente umanistico, hanno nutrito generazioni e generazioni di pedagogisti e insegnanti, abituandoli all’analisi affettuosa delle capacità di apprendimento e di socializzazione dell’infanzia.
Tra i suoi primi amici e maestri vi furono un medico, Angelo Celli e la sua amica Sibilla Aleramo, altra grande marchigiana, ben nota per il suo autobiografico “manifesto femminista” Una donna. Furono tra coloro che in Italia inventarono la Medicina sociale e tra quelli che, con l’aiuto del chinino fatto diventare “monopolio di Stato” e fatto diffondere in quanto tale al più basso costo possibile, riuscirono a sconfiggere il flagello della malaria nelle campagne laziali e via via dovunque.
Fu forse per loro tramite che “la Montessori” diventò amica di Leopoldo Franchetti, uomo politico umbro (autore con Sonnino dell’inchiesta sulla povertà nell’Italia a cavallo di secolo…). Ma sin da subito il primo oggetto delle sue attenzioni fu l’infanzia – “il bambino mio signore” ebbe a scrivere una volta.
Muovendosi tra Scienza medica e Pedagogia, straordinaria osservatrice delle attività e curiosità infantili, ebbe molto da imparare – e anche questo è significativo – dal medico del tardo Settecento francese Jean Itard, reso celebre alla fine del Novecento da un grande film diretto e interpretato da François Truffaut, Il ragazzo selvaggio. Studiò i modi in cui Itard era riuscito a recuperare alla civiltà umana un “bambino lupo”, cresciuto lontano da ogni umano consorzio, e ne trasse principi educativi validi per ogni infanzia, per ogni apprendistato alla vita sociale.
Il centro pedagogico sperimentale che riuscì, avvalendosi della sua capacità di convinzione nei confronti di eventuali finanziatori, ad aprire nel popolare quartiere romano di San Lorenzo divenne ben presto famoso anche oltre l’Italia, e attirò ovviamente, negli anni Trenta del Novecento, l’attenzione del Fascismo, che ebbe nei suoi confronti un atteggiamento molto ambiguo, perché quel modo di intendere lo sviluppo dell’infanzia era diventato celebre nel mondo e questo inorgogliva Mussolini, ma che era allo stesso tempo contrario a quei modelli di disciplina che il Fascismo imponeva a grandi e a piccoli.
Era dai primi anni Dieci che Montessori aveva diffuso nella pratica pedagogica di un’associazione destinata a crescere i suoi principi, il suo “metodo”. E tuttora molti vi si richiamano, non soltanto nelle scuole definite “montessoriane”, gestite dall’associazione che porta il suo nome. La sua pervicacia e la sua capacità persuasiva – ma soprattutto l’efficacia del suo metodo – hanno finito per conquistare o l’adesione o il rispetto di tanti grandi studiosi dell’infanzia, di tanti pedagogisti che – anche quando critici in parte verso il suo “metodo” – hanno dovuto riconoscerne l’efficacia e la qualità.
Il limite delle “scuole montessoriane” è forse soltanto quello di non aprirsi abbastanza al dialogo con altri rami della “scuola attiva”. Ma basta sfogliare i molti scritti di esemplare chiarezza che una sua allieva, Grazia Honegger Fresco le ha dedicato, e aprire la più ampia e ricca delle sue opere, il pionieristico La scoperta del bambino (ora nelle edizioni economiche Feltrinelli – 426 fitte pagine a 13 euro) per restare conquistati dalla sua persuasa lucidità e dalla sua lungimiranza, dalla sua franchezza e dalla sua capacità di convincere… dalla sua assenza di pregiudizi sociali o moralistici – nei confronti dei figli dei poveri come in quelli dei figli dei garantiti e dei ricchi.
Dal suo rispetto nei confronti del bambino… e cioè della sete del bambino di sapere e di crescere, del suo bisogno di affrontare il mondo adulto anche difendendosene, di apprendere senza violenza. “Il bambino mio signore” è una formula rivoluzionaria che niente ha perduto della sua forza, della sua novità in un mondo che, in modi diversi tra i diversi Paesi, si ostina tuttavia a non rispettare il bambino – non ultimo con le guerre – e a creare, di conseguenza, adulti insoddisfatti e disarmonici, infelici.
Illustrazione © Doriano Strologo
Goffredo Fofi
Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.
