di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore.
Padre Gabriel Romanelli, parroco cattolico a Gaza, racconta la quotidianità surreale di una popolazione costretta a vivere tra bombe, fame e disperazione. La parrocchia della Sacra Famiglia da lui presieduta è diventata rifugio per centinaia di persone in una situazione sempre più catastrofica.
Il dramma epocale che si vive a Gaza, si percepisce anche al telefono. Dall’altra parte del filo c’è Padre Gabriel Romanelli, il parroco cattolico della Striscia di Gaza. La sua parrocchia, dedicata alla Sacra Famiglia, si trova nel quartiere al-Zaitoun, nella zona settentrionale dell’inferno gazawi ed è l’unica chiesa cattolica dell’area. Si odono in sottofondo grida felici di bambini che giocano, alternate a boati e silenzi. E poi di nuovo risa e voci divertite di ragazzini. «È surrealismo puro – dice sconfortato il sacerdote – qui ormai le bombe fanno parte della quotidianità, sono la normalità, per cui i bambini che sente ora vociare e ballare al ritmo della musica, fuggono via di corsa a ripararsi quando odono un’esplosione e cinque minuti dopo tornano a giocare. E sempre più frequentemente, capita di vedere persone che non interrompono le attività che stavano facendo, neanche in presenza di raid o esplosioni. Qualche giorno fa, per farle un esempio pratico, eravamo in chiesa a recitare il rosario e a pregare, c’era un gruppo piuttosto nutrito perché in genere vengono da noi anche gli ortodossi. A un certo punto abbiamo sentito una forte esplosione proprio vicino al luogo dove eravamo riuniti, ma nessuno ha mosso un ciglio, abbiamo tutti proseguito nelle nostre preghiere e nei canti. È assurdo, ma è così».
LA VITA NELLA PARROCCHIA SOTTO LE BOMBE
Padre Gabriel Romanelli, argentino di origini italiane, religioso, appartenente alla congregazione del Verbo Incarnato, è a Gaza dal 2019. La sua parrocchia oltre a fedeli cattolici è riferimento per centinaia di ortodossi e accoglie un gran numero di profughi di ogni fede e provenienza. I cristiani, prima dello scoppio del conflitto erano una piccola ma significativa percentuale dei 2,3 milioni di gazawi: 1020 circa, di cui, la netta maggioranza, ortodossi. Ora, ora tra cattolici e ortodossi della vicina parrocchia greco-ortodossa di San Porfirio, ce ne sono 500. «Abbiamo perso più del 5% dei fedeli cristiani da quando è iniziato il conflitto, una ventina sono deceduti a causa della guerra, altri, quelli che se lo sono potuto permettere, sono fuggiti e hanno trovato rifugio a casa dei parenti o amici in altri Paesi. Non c’è una famiglia, cattolica, ortodossa o musulmana che sia, che qui a Gaza non pianga i propri morti o quanto meno feriti, siamo allo stremo». Padre Gabriel, quando Hamas compì la serie di terribili attentati, era fuori di Gaza. Le stragi e l’inizio del conflitto, portarono alla decisione, da parte della autorità israeliane, di sospendere tutti i permessi di ingresso nella Striscia e il sacerdote, che aveva in progetto di rientrare l’8 ottobre 2023, rimase bloccato a Gerusalemme per sette mesi senza possibilità di movimento. Approfittando della visita a Gaza del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Padre Romanelli è potuto tornare nella sua parrocchia, dalla sua gente, solo a maggio 2024. «Noi siamo in mezzo al popolo, proviamo con tutti i mezzi a rendere la vita delle persone intorno a noi la più normale possibile. Quella musica che sentiva all’inizio della telefonata, proveniva da uno stereo che ho acceso io per fare divertire un po’ i bambini nell’oratorio, che è aperto tutti i giorni. Ma a volte è impossibile. La situazione continua a essere molto grave, ogni giorno che passa diventa peggiore. La popolazione deve convivere con le bombe ma anche con la carenza di beni primari. Gli aiuti non arrivano, neanche quelli preparati per noi e per le persone che assistiamo, dal Patriarca Latino di Gerusalemme, il cardinal Pizzaballa. Da più di tre mesi non passano neanche quelli. E qui ormai facciamo fatica ad aiutare le decine di migliaia di persone che assistiamo dall’inizio del conflitto. Tenga presente che qui da noi alloggiano circa 500 profughi. Da tempo abbiamo dovuto ridurre le razioni che distribuiamo, ma qui c’è il rischio che dovremo sospenderle».
Le attività di sostegno delle Ong o degli organismi transnazionali sono sempre di meno, la fame, che fino a qualche tempo fa si immaginava possibile, comincia a essere una realtà: gli assalti agli sporadiche consegne di aiuti, corredate spesso da attacchi dell’Idf, sono la più evidente testimonianza. «Una volta qui operavano centinaia di Ong che sostenevano la popolazione, ora sono sempre di meno. È noto che questa zona abbia sempre avuto una scarsa produzione di beni alimentari e le dure condizioni di vita sono state il pane quotidiano per tanto tempo. Ma ora un kg di farina costa 40/50 dollari, un kg di zucchero lo stesso, qui non ci sono soldi, le persone ormai praticano il baratto, scambiano un po’ di riso con qualche vegetale ma parliamo di quantità irrisorie, e tutto questo causa una sensazione di disumanità. E poi, non possiamo neanche lamentarci perché rispetto a quelli che sono stati evacuati, a chi vive in tenda o tra le macerie delle proprie case, qui dove siamo noi va un po’ meglio ma di ora in ora la situazione peggiora. Qualche giorno fa hanno distribuito un minimo di aiuti a Sud, a una trentina di km da qui e ovviamente nessuno delle nostre parti è riuscito a ottenere nulla: nessuno può pagarsi i trasporti e 30 km sono tanta strada, inoltre, il tragitto potrebbe essere molto pericoloso».
UNA VOCE NEL DESERTO
La Chiesa cattolica per bocca di Papa Francesco, del Patriarca di Gerusalemme, Cardinal Pizzaballa, e dello stesso Segretario di Stato cardinal Parolin, è stata tra le pochissime realtà internazionali a far sentire la propria voce in difesa della popolazione civile. Oltre a chiedere ripetutamente la cessazione delle operazioni militari, il rilascio degli ostaggi, ha condannato in alcuni casi duramente la perpetuazione dei bombardamenti e dei raid sulla popolazione inerme. Nel silenzio assordante dell’Occidente con un’Europa quanto meno timida e un’America in alcuni casi compiacente, emerge quale voce autorevole quanto quasi unica
«La gente ha percepito la vicinanza della Chiesa che parla chiaro. Ha condannato le violenze di ambo le parti e invoca l’ingresso degli aiuti umanitari e la fine delle operazioni militari. Tutti sanno che la chiesa si interessa, e consideriamo molto significativo che Leone XIV fin dalla sua elezione, abbia parlato di pace e abbia fatto riferimento anche a Gaza. Si ricorderà che papa Francesco, ogni singola mattina dallo scoppio della guerra fino ai suoi ultimi giorni, mi telefonava alle 8.00, le 7.00 da voi, per avere notizie. Io al primo squillo, facevo suonare le campane, era l’“Ora del papa”, e tutti capivano. La Chiesa non vuole infilarsi in questioni politiche ma avere un profilo umanitario. Ma è sempre più difficile, viviamo in una situazione troppo drammatica. Nella nostra piccola realtà di parrocchia vogliamo sempre essere un luogo aperto a tutti, cristiani, musulmani, atei, chiunque, cerchiamo di aiutare materialmente e spiritualmente, la chiesa è un luogo dove la gente viene a pregare regolarmente e anche a sperare. Nonostante tutto, non possiamo permetterci di abbandonare la speranza, non ci sono guerre eterne. Ma il tempo scorre sotto le bombe e bisogna fare presto, imploriamo tutte le parti, per il bene di tutti, di Israele e Palestina, prima si ferma questa atrocità e prima potremo iniziare a fasciare le immense ferite».
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Luca Attanasio
Giornalista e scrittore
