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Aldo Capitini

di Goffredo Fofi

di Goffredo Fofi. Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.

Il pensiero nonviolento di Aldo Capitini, ancora oggi attualissimo, ha influenzato profondamente la pedagogia italiana del Dopoguerra, intrecciandosi con l’impegno civile e la costruzione di una democrazia educativa. La sua eredità vive nel legame tra etica, politica e formazione, ben oltre i confini accademici.

Se c’è bisogno di tornare a parlare il più spesso possibile di Aldo Capitini (Perugia 1899-1968) è perché il suo pensiero e la sua azione aventi al centro la nonviolenza, come modo attivo di agire nella realtà, non perdono certamente di attualità, nei nostri atroci tempi di guerre e disastri.

Il 10 giugno scorso a Perugia, nell’anniversario molto sentito della difesa risorgimentale della città dall’assalto delle truppe del papa, si è celebrata ufficialmente la sua memoria, tuttora assai viva soprattutto in chi era giovane negli anni Sessanta.

Sono stato suo amico e gli debbo molto, ma l’ho deluso non studiando pedagogia come egli avrebbe desiderato – era la materia che insegnava a Perugia e che insegnò per qualche tempo anche a Cagliari, nella cui università un ministro democristiano l’aveva confinato, confinandovi al contempo Ernesto De Martino e Cesare Cases. E si imparava da loro (il primo antropologo e il secondo grande esperto di letteratura tedesca e non solo, sulle orme di György Lukács) qualcosa di utile e che andava oltre la loro scienza.

Capitini era stato cacciato dalla Normale di Pisa perché antifascista (fu uno dei pochi professori universitari a rifiutare di giurar fedeltà al regime mussoliniano) ma nonostante si volesse isolarlo e impedirgli di diffondere le sue idee insieme contrastando le sue concrete iniziative di lotta è stato instancabilmente presente del dibattito politico e sociale italiano del Dopoguerra.

Fu lui a diffondere e difendere l’obiezione di coscienza al servizio militare, fu lui a organizzare bellissime marce della pace tra la sua Perugia e la non lontana Assisi in tempo di Guerra fredda.

I suoi scritti direttamente pedagogici sono in realtà un approfondimento delle sue idee filosofico-religioso- politiche, legate al tema dominante della nonviolenza, del rispetto per la vita, di un pacifismo invero integrale di cui il modello (per un tempo vincente) era stato Gandhi nella lontana India.

Il “rispetto della vita” di cui parlò assiduamente anche Albert Schweitzer era avvertito da tanti, in rapporto al danno portato alla natura da uno sviluppo economico inconsulto e predatore, e in rapporto alle vite umane sacrificate dalle guerre. Si usciva da anni di guerra mondiale (sessanta milioni di morti!) e di due “modelli” terribilmente angoscianti come quello hitleriano di Auschwitz e quello americano di Hiroshima.

Capitini fu in rapporto molto stretto con un altro intellettuale radicalmente nonviolento, Lamberto Borghi, che però aveva scelto proprio la pedagogia come suo campo specifico di intervento. Lamberto è un altro amico, di cui sono felice di avere curato, lui vivo, una scelta dei suoi scritti pedagogici per la casa editrice anarchica Eleuthera (perché Borghi si dichiarava “anarchico”).

Nella pedagogia di Borghi aveva il suo peso quella di John Dewey, che lui aveva conosciuto nel suo esilio americano (Borghi era ebreo) ma anche per lui era stato importante il modello offerto da Gandhi, basato appunto sul “rispetto della vita”.

La loro influenza sulla pedagogia (a lungo minoritaria) italiana passò soprattutto attraverso il loro rapporto con il Movimento italiano di cooperazione educativa, che aveva avuto in Freinet il primo ispiratore, con il Centro educativo italo-svizzero di Rimini, con Scuola e città – rivista e scuola sperimentale insieme – di Firenze, dove Borghi viveva e dove agiva il pedagogista ma anche editore (La nuova Italia) Ernesto Codignola.

Mi sembra inutile insistere sul fatto che tutte queste iniziative, compreso il Movimento di cooperazione educativa, che aveva base a Roma, erano in rapporto stretto, non solo alla base, con il gruppo di insegnanti comunisti che si riconosceva nelle posizioni della rivista Riforma della scuola diretta da Dina Bertoni Jovine e da Lucio Lombardo-Radice.

Sì, la nuova pedagogia cresciuta dopo la guerra aveva una diretta influenza sul dibattito politico del tempo, ché la scuola era un terreno di ricerca e di costruzione di una nuova democrazia. Il contributo di Capitini fu quello di allargare il discorso o di aprirgli dimensioni senza le quali la pedagogia non poteva che languire. Dimensioni politiche ma anche morali, filosofiche e in definitiva religiose.

Illustrazione © Doriano Strologo

Immagine di Goffredo Fofi

Goffredo Fofi

Scrittore, critico letterario e cinematografico, giornalista.

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