di Giancarla Codrignani. Giornalista, scrittrice e già parlamentare.
Che cosa collega gli esami di maturità di quest’anno con un decreto governativo? Una parola, suggerita dal titolo di uno dei temi assegnati per la prova scritta di italiano per tutte le scuole piaciuto a uno dei funzionari del ministero dell’Istruzione e del Merito – ahimè non più “pubblica” – che l’aveva trovata come parola-chiave e che l’Enciclopedia Treccani aveva scelto come buon auspicio per il 2025: “rispetto”.
Basta passare al ministero dell’Interno e il governo sconfessa la parola bella, evidentemente estranea al suo linguaggio, volgarmente detto “da questurini”. Infatti il recente Decreto sicurezza «recante nuove disposizioni in materia di sicurezza pubblica, ordine pubblico e contrasto alla criminalità organizzata», oltre a misure per la «tutela del personale delle forze di polizia e delle vittime di usura», è stato convertito in legge il 9 giugno 2025. Non è la prima volta, ma i decreti che diventano legge per voto in forza della maggioranza rendono il parlamento ormai invisibile al popolo sovrano (che se non va a votare si trova poi queste sorprese).
Intanto gli studenti – una bella notizia – sembra che abbiano molto apprezzato il tema: ci dicono che il messaggio educativo a fine corso di studi è stato recepito e civilmente rimandato agli educatori e alla società. Che di rispetto, da ricevere e da dare, ha davvero bisogno. In quest’epoca non possiamo permetterci l’indifferenza. Invece il ministro Piantedosi non solo non si cura del rispetto chiamato “umano” che dovrebbe contraddistinguere l’uomo civilizzato, ma del rispetto dei diritti di libertà e dello spirito della Costituzione.
Prima di vedere i contenuti della legge, un primo assaggio della volontà del governo di privilegiare la repressione era partito da uno di quei casi fatti apposta per confondere le idee dei cittadini: non dimentichiamo l’altro decreto diventato legge alla fine del 2022 che introdusse il «reato specifico di organizzazione e promozione di rave-party». Contestato dai giovani, sordamente approvato dai genitori, nella pratica è rimasta una norma poco applicata (e trasgredita), ma è servita come “atto intimidatorio” che però ha subito allarmato i lavoratori sull’illegittimità di occupare gli spazi pubblici, come nel caso recente dello sciopero con blocco dei binari che ha confermato tali timori.
Siamo all’escalation: 14 nuovi reati, tra cui «detenzione di materiale con finalità di terrorismo»; altri inaspriti e aggravati: esteso il Daspo urbano, restrizioni per la cannabis di produzione legale, reclusione da 2 a 7 anni per l’occupazione arbitraria di case, maggiori aggravamenti per istigazione a disobbedire alle leggi, madri rom in carcere con bambini, obbligo di obbedienza ad agenti e pubblici ufficiali con aggravanti per violenza o minacce o resistenza.
Assolutamente inaccettabile il peggioramento della condizione carceraria, già in emergenza suicidi: anni in più di penalità per atti violenti, resistenza agli ordini, resistenza passiva, rivolte punite da 1 a 5 anni (se provoca un morto 20 anni). Non bastano le carceri (e costruirne di nuove potrebbe non essere escluso dalle intenzioni del governo); ma qui siamo del tutto fuori da ciò che la Costituzione prescrive come finalità della giustizia carceraria.
In un Paese in cui i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) fanno vergogna e gli avvocati da sempre denunciano ostacoli ai diritti per rifugiati e migranti. Da parte sua nemmeno la polizia è contenta: lamenta l’insufficienza di uomini e mezzi.
Come cittadini sappiamo solo di essere diventati più insicuri. E condizionati nelle nostre libertà. Non è un caso se per questo decreto tutti gli organi della magistratura e tutti gli apparati della giustizia si sono mossi: «Siamo alle prove pratiche [della] criminalizzazione del dissenso» diceva il giurista e costituzionalista Enzo Cheli intervistato da Repubblica.
Dietro questo decreto si nasconde la voglia di censure, sospetti e repressione: il Sole24Ore del 22 giugno scorso denuncia la segnalazione da parte della Polizia penitenziaria del difensore dell’anarchico Alfredo Cospito perché l’avvocato si è congedato dal suo assistito salutandolo con una stretta di mano e un abbraccio. O un detenuto non ha più diritto al rispetto? Eppure con i nostri migliori giuristi eravamo arrivati a parlare di diritto mite, di diritto alla pace.
Ph. Robert Klank via Unsplash
Giancarla Codrignani
Giornalista, scrittrice e già parlamentare.
