di Rebecca Molteni. Giornalista freelance
Nel quartiere romano di Torpignattara a Roma, la comunità bahá’í ha creato un centro educativo aperto a tutti, dove si intrecciano spiritualità, volontariato e impegno sociale. In un contesto multiculturale, si coltivano valori universali come il servizio e la solidarietà. Poco conosciuti in Italia, i bahá’í si fanno ponte tra le differenze e voce contro le discriminazioni.
Mimetizzato tra i palazzi e gli edifici residenziali di Torpignattara, un quartiere di Roma Est, l’Istituto Bahá’í di formazione non si trova facilmente. Negli anni, l’Istituto si è trasformato in uno spazio frequentato da giovani e famiglie del quartiere. «Anche prima dell’apertura organizzavamo incontri con i giovani, classi per i bambini, camp e festival, ma ogni volta dovevamo affittare un locale diverso». Poi la partecipazione è cresciuta, e si è deciso di trovare uno spazio fisso. «Così è nato questo centro», spiega Thomas Ciarfuglia, uno dei volontari dell’Istituto, membro del Consiglio ausiliare Bahá’í e professore alla facoltà di Ingegneria informatica alla Sapienza Università di Roma.
Non è un caso che il centro educativo sia nato proprio a Torpignattara. Con circa 50.000 abitanti e quasi il 22% di residenti stranieri nel 2024, il quartiere è tra i più multietnici di Roma. La comunità bengalese è la più numerosa, seguita da indiani, cinesi, egiziani e cittadini dell’Europa orientale. Nelle scuole locali, oltre il 40% degli alunni ha cittadinanza non italiana. Ma oltre alla pluralità culturale, Torpignattara è anche un microcosmo religioso, dove convivono chiese cattoliche e pentecostali, almeno cinque moschee – tra cui il Muslim Center di via Carlo Della Rocca –, due templi hindu, un tempio buddhista e, dal 2022, anche il Centro educativo bahá’í. I luoghi di culto spesso sono ospitati in locali adattati, ma sono vivaci centri di aggregazione, spiritualità e inclusione. Un tessuto religioso e culturale che si avvicina a principi cari alla visione bahá’í, come dialogo e servizio alla comunità.
«C’è un buonissimo livello di comunicazione», racconta Ciarfuglia ripercorrendo il periodo antecedente l’apertura dell’Istituto, nel 2022. «Qui le persone escono di casa. Se si va al parco, si incontrano con facilità le famiglie». Pochi in Italia conoscono la fede bahá’í, che oggi conta circa 5mila fedeli. «Ci sono diverse ragioni per cui non siamo conosciuti», riflette Ciarfuglia, «come il fatto che a definirci bahá’í non siamo tanti. Inoltre, per precetto, non possiamo fare proselitismo». In questo quartiere di Roma Est, giovanile e multietnico, però, i fedeli bahá’í sono ormai una presenza consolidata.
UN AMBIENTE NON ESCLUSIVO
Il Centro di “Torpigna” non è molto grande: ci sono due saloni principali, dove i giovani si riuniscono per gli incontri di riflessione o durante lo “Spazio compiti” del venerdì. Sui muri, bigliettini e fotografie ne testimoniano il passaggio con preghiere, pensieri, condivisioni. Sul retro dell’edificio, una stanza è adibita a sala-giochi per i più piccoli. Infine, una piccola cucina permette di preparare insieme pasti e merende. Non è un ambiente esclusivo: c’è spazio per tutti, dai bambini delle elementari ai giovani universitari fino agli adulti lavoratori. Spiega Thomas Ciarfuglia: «le attività che facciamo sono con e per chiunque. Quando Baha’u’llah, fondatore della nostra fede, ha scritto che “ciascuno è creato per contribuire al progresso della società”, intende proprio ogni essere umano». Nel gruppo che si riunisce il sabato pomeriggio, per esempio, c’è un ragazzo musulmano; ogni settimana, molti dei frequentatori abituali invitano amici o conoscenti a partecipare, e il cerchio si allarga.
Le attività educative seguono il modello dell’Istituto Ruhi. Nato in Colombia negli anni ’90, «è un istituto di formazione che si è poi ampliato in tutto il mondo. È basato sui principi della fede bahá’í, e predilige l’educazione spirituale per i bambini fin da piccoli», spiega Nathalie Lattanzi, fedele, volontaria e responsabile delle attività al Centro di Torpignattara. Un’educazione per far scoprire quali sono i talenti di ciascuno, e come possano essere usati «per contribuire al miglioramento del mondo, a partire dai semplici rapporti famigliari».
«Io sono bahá’í dall’età di 15 anni», racconta Lattanzi, dopo aver trascorso il pomeriggio ad aiutare un gruppo di studenti a fare matematica. Fino a pochi attimi prima, il salone principale del centro brulicava con le voci squillanti dei bambini, che ripetevano a voce alta le lezioni e si confrontavano sugli esercizi svolti. Qualcuno cercava di sgattaiolare in cucina per raggiungere i biscotti incustoditi sul tavolo, lo stesso dove ora Lattanzi si versa un bicchiere d’acqua, e racconta: «Dal 2022 mi sono trasferita a Roma per servire qui». Ha seguito le orme della madre, nonostante il padre sia cattolico. Uno dei valori bahá’í che cerca di trasmettere e che ha fatto proprio è l’eccellenza, «intesa come dare il nostro meglio sapendo che Dio ci assiste nella fede, e che ogni nostro più piccolo sforzo è importante».
Come quelli che la comunità italiana, anche se inosservata, compie ogni giorno. Nel resto dell’Europa e del mondo, dove ci sono contesti diversi, la presenza dei fedeli è invece più riconosciuta. Don Lorenzo Maggioni, docente di Teologia delle religioni e dell’ecumenismo al Seminario arcivescovile di Milano, dove si formano i sacerdoti della diocesi ambrosiana, spiega: «In Italia siamo totalmente provinciali. Altri Paesi europei, come il Regno Unito, hanno un contatto molto più forte con il Medio Oriente, dove questa fede ha le sue radici. Inoltre, la “conversione” dei fedeli bahá’í italiani è piuttosto fresca», risale infatti alla metà del Novecento.
Le storie dei fedeli sono spesso recenti. Tra di loro, c’è Massimo Meluzzi. Ha scoperto la religione bahá’í solo da qualche anno: «Ne ho sentito parlare in radio durante il periodo del Covid. Mi ha incuriosito, così appena possibile ho preso contatti con la comunità». «Io vengo da una famiglia cattolica, ma non mi sono mai trovato in sintonia con il Cristianesimo», racconta. La sua difficoltà era accettare la presenza di un clero, non avere un contatto diretto con Dio. La religione bahá’í, al contrario, fa capo ad assemblee e consigli amministrativi, punti di riferimento a più livelli: locale, nazionale, continentale. A capo di tutti, c’è la Casa Universale di Giustizia. Don Maggioni spiega che la loro «è una forma di organizzazione sociale ben definita, che funziona, a differenza di un ordine clericale, attraverso dinamiche democratiche che determinano l’incarico della guida della comunità».
Ogni ruolo, anche quello più istituzionale, è inteso dai bahá’í nell’ottica di un “servizio”. «Penso che mettersi al servizio degli altri sia fondamentale. Facendo il volontario imparo ogni giorno ad ascoltare l’altro», racconta con tono convinto e speranzoso Meluzzi, che dà una mano nello Spazio Compiti ogni venerdì che può. «Un vecchio detto africano dice che “per educare un bambino serve un intero villaggio”, e infatti io voglio dare un esempio ai più giovani. Insegnare che aiutarsi, anche nel semplice completamento di un esercizio, fa la differenza».
INTERCONNESSIONI
I bahá’í si incontrano al Centro anche per pregare. È un momento particolarmente meditativo, ma per il quale non serve né un luogo di culto, né pompose cerimonie. «Esistono dei templi bahá’í, ma sono dei luoghi aperti a chiunque. Noi siamo abituati a pregare ovunque», spiega Greta Sammito, una delle educatrici del gruppo Giovanissimi. Bastano una chitarra, un libro di preghiere, e la voglia di stare insieme. Un’altra giovane, Vittoria B., decora il tavolo al centro della stanza con un vaso di fiori, mentre Louis P.C. accorda la chitarra. La preghiera si apre con un canto, poi ciascuno legge un’invocazione, lasciando brevi momenti di silenzio tra l’una e l’altra. Infine, si canta ancora: è una delle cose che i bahá’í amano più fare perché, come spiega Vittoria, «la musica unisce». Infatti, le canzoni cantate non sono in italiano, ma in inglese e «in chichewa. È una lingua che si parla nel Malawi», rivela Louis. «Conosciamo canzoni in tante lingue diverse perché la comunità bahá’í è parecchio interconnessa. A volte, gli amici stranieri che passano da Roma si fermano qui e ci insegnano preghiere o canzoni nella loro lingua. E noi facciamo lo stesso, in italiano», racconta Vittoria. Il repertorio musicale della comunità è infatti vastissimo, e rivela quanto la religione si sia fatta strumento di unità e cambiamento.
Cambiare il mondo è la missione che il profeta Baha’u’llah ha lasciato ai suoi fedeli. Tale impegno si riflette anche nelle iniziative promosse a livello istituzionale. Il Centro nazionale Bahá’í d’Italia, nel quartiere Parioli, è il luogo in cui si svolgono le funzioni amministrative della comunità, in dialogo con interlocutori esterni. È la sede dell’Assemblea Nazionale, uno degli organi democraticamente eletti della comunità. Il Centro nazionale bahá’í è anche sede dell’ufficio affari esterni della comunità bahá’í e, tra i suoi membri c’è anche Celine Gherardini. Il compito dell’ufficio affari esterni è «portare il contributo bahá’í nei discorsi prevalenti della società», spiega. Uno dei temi è l’immigrazione. «Durante la tavola rotonda del 17 dicembre 2024, a cui hanno partecipato associazioni come l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, abbiamo sostenuto che dobbiamo impegnarci a costruire ponti, invece che muri». Concretamente, «pensiamo che sia importante cambiare la narrazione, renderla più inclusiva, e stiamo lavorando con alcuni media per farlo». Altro ambito di lavoro è quello della difesa dei diritti bahá’í dalle discriminazioni. «Qualche mese fa abbiamo tenuto una lezione in Parlamento sulle persecuzioni che i bahá’í subiscono in Iran», in atto fin dalle origini della fede, perché il clero sciita li considera una minaccia all’ortodossia islamica. Il 24 gennaio a Ginevra si è tenuto l’esame periodico sulla situazione dei diritti umani in Iran, durante il quale, racconta Gherardini, «l’Italia ha fatto una raccomandazione sulle condizioni dei bahá’í».
Nonostante nel nostro Paese i fedeli siano poche migliaia, «la religione bahá’í è oggi la seconda più diffusa al mondo a livello geografico», ricorda Celine Gherardini, facendo riferimento alle nazioni in cui i fedeli si trovano, indipendentemente dal numero effettivo. Nella piccola realtà di Torpignattara, spiega Thomas Ciarfuglia, «riusciamo a intercettare nell’anno qualche centinaio di persone con regolarità. Settimanalmente sono qualche decina». Massimo Meluzzi confida: «Sarebbe bello che anche i bambini italiani partecipassero a questa iniziativa. La maggioranza dei genitori degli studenti che vengono qui dopo la scuola non parla italiano. Per questo si affidano a noi. Però il sogno sarebbe riuscire a coinvolgere davvero tutti».

Alcuni giovani e fedeli baha’i con uno dei responsabili, Thomas Ciarfuglia, attendono l’inizio dell’incontro al Centro educativo Baha’i di Torpignattara.
FOCUS: le origini della fede
La fede bahá’í nasce in Iran nel XIX secolo. Il Báb, precursore di Bahá’u’lláh, annuncia in quel periodo l’avvento di una nuova Manifestazione divina. Discepolo del Báb fu Bahá’u’lláh (“Gloria di Dio”), che nel 1863 a Baghdad dichiara l’avvento della sua missione. Dopo la sua morte, gli unici interpreti designati delle sue scritture furono il figlio ‘Abdu´l-Bahá, e il e il nipote di quest’ultimo, Shoghi Effendi (1897-1957). I bahá’í sono accusati dal governo e dal clero sciita iraniano di apostasia, ossia di rinnegare il credo. Fin dalla loro nascita i bahá’í hanno conosciuto una persecuzione pressoché istituzionalizzata, che nel corso dei decenni si è intensificata. Nel pieno della rivoluzione iraniana (1979), il regime di Khomeini li accusò di essere spie e nemici dell’Islam. In anni recenti la discriminazione si è intensificata soprattutto nei confronti delle donne bahá’í. La religione conta attualmente circa sette milioni di fedeli. Si trovano in tutto il mondo, e in ogni continente c’è un loro tempio (in Europa è a Francoforte), ma la Casa Universale di Giustizia, l’organo eletto più importante, è ad Haifa, in Israele: dopo la sua morte, Baha’u’llah, fu sepolto ad Acre, vicino ad Haifa e il suo successore, Abdu’l-Bahá, si stabilì ad Haifa, trasformandola in un importante centro di pellegrinaggio.
Ph Comunità bahá’í di Roma © Rebecca Molteni
Rebecca Molteni
Giornalista freelance
