di Ilaria Giglioli. Studiosa di migrazioni, confini e razzializzazione (Università di San Francisco)
Intervista a cura di Nadia Addezio
Nel Mediterraneo come negli Stati Uniti, passando per l’Africa occidentale fino ad arrivare in Medio Oriente, i respingimenti delle persone migranti sono diventati la politica migratoria di predilezione. Ilaria Giglioli, studiosa di migrazioni, confini e razzializzazione (Università di San Francisco), analizza le “geografie della deterrenza” e le connessioni di questa tendenza a livello globale.
Nel Mediterraneo come negli Stati Uniti, passando per l’Africa occidentale fino ad arrivare in Medio Oriente, i respingimenti delle persone migranti sono diventati la politica migratoria di predilezione. Negli Usa, il presidente Donald Trump ha lanciato sin dalla sua campagna elettorale il “più grande piano di deportazione della Storia”, un piano che mira a espellere un milione di persone residenti in territorio statunitense e senza documenti validi.
L’ultima novità presentata dal presidente statunitense è stata la costruzione dell’Alligator Alcatraz, un centro temporaneo di detenzione in Florida, nella riserva di paludi delle Everglades, che ospiterà fino a 3mila persone migranti. Sebbene gli alligatori che popolano la riserva siano generalmente innocui per gli esseri umani, il centro presenta molteplici criticità. Tanto che associazioni per i diritti dei migranti, rappresentanti delle comunità indigene Seminole e Miccosukee – popolazioni indigene che abitano storicamente la riserva – e gruppi ambientalisti, hanno denunciato i gravi rischi per l’ecosistema.
Pezzo dopo pezzo, negli Stati Uniti si assiste, così, allo smantellamento dei diritti dei migranti, dove il diritto all’asilo e al giusto processo sono diventati impossibili da far valere. Infatti, se prima si poteva almeno prenotare un appuntamento per presentare la propria richiesta d’asilo via app o esprimere i propri timori di persecuzione mediante la Credible Fear Interview, ora l’unica cosa ancora dichiarabile è la “propria” intenzione a lasciare il Paese.
In Europa, tuttavia, lo scenario non sembra migliore se si considera la costruzione di centri di detenzione in Albania per scelta del governo presieduto da Giorgia Meloni. I due centri si trovano: uno a Shengjin che funge da hotspot per l’identificazione; l’altro a Gjader che si avvale – a sua volta – di un centro per richiedenti asilo, di un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e di una struttura penitenziaria. La loro edificazione è stata formalizzata con il protocollo tra Italia e Albania, firmato nel 2023. Nonostante la Corte di Cassazione abbia sollevato dubbi circa la compatibilità di tali centri con la Costituzione italiana e il diritto internazionale – sottoposti alla Corte di Giustizia europea –, il governo Meloni non sembra propenso a interrompere il suo piano di trasferimento ed espulsione delle persone migranti.
Come siamo arrivati a questo punto? Quali modelli si sono imposti e quali connessioni esistono tra le due sponde dell’Atlantico? Ne abbiamo parlato con Ilaria Giglioli, docente di Geografia umana all’Università di San Francisco, che sta conducendo uno studio comparato tra il Mediterraneo e il confine sud degli Stati Uniti.
Perché, nell’era della globalizzazione, assistiamo alla costruzione di nuovi muri, ai respingimenti e alla proliferazione di centri di detenzione per migranti?
A partire dagli anni Novanta fino ai primi anni Duemila, abbiamo assistito al trionfalismo della globalizzazione con la sua libera circolazione di capitale e merci, nonché di persone economicamente avvantaggiate. Tuttavia, la libertà di movimento effettiva non si è mai realizzata. Un momento chiave nella costruzione di fortificazioni di frontiera è stato l’11 settembre 2001. Dopo l’attacco alle Torri gemelle, i processi in corso di liberalizzazione delle migrazioni entrarono in crisi. Negli Stati Uniti, sotto la presidenza Bush, si stava discutendo di un’“amnistia migratoria”, che si risolse in un nulla di fatto. Si ebbe, al contrario, la militarizzazione dei confini a Sud degli Stati Uniti. Parallelamente, spostandoci nel Mediterraneo, si adottò un medesimo discorso di antiterrorismo, che portò a un approccio securitario.
Credo che tutto questo abbia accelerato la militarizzazione dei confini, un processo che continua ancora oggi in un contesto politico molto diverso rispetto agli anni Novanta. D’altronde, la fortificazione dei confini è un po’ la manifestazione fisica della rinascita dei nazionalismi, e non solo nei Paesi del Nord. Si tratta di una questione globale.
Quali sono stati i momenti salienti che hanno gettato le basi della politica di esternalizzazione delle frontiere e quali interessi guidano i Paesi non europei a sostenerla?
Un momento chiave è stato il 1995. Con il Processo di Barcellona, i Paesi dell’Unione europea e i Paesi del bacino del Mediterraneo si riunirono per cooperare economicamente. Si cercava, inoltre, la cooperazione dei Paesi nordafricani e dell’Est del Mediterraneo con l’Europa in questioni migratorie. In tal senso, i primi accordi tra l’Italia e la Tunisia in materia di cooperazione di polizia e rimpatrio dei migranti irregolari risalgono al 1998. Lo stesso è avvenuto con la Libia che firmò nel 2008 il Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione con l’Italia, il primo accordo ufficiale tra i due Paesi.
Credo sia importante non interpretare questi accordi come imposizioni unilaterali dall’esterno: si tratta, piuttosto, di processi negoziati, dove anche i Paesi partner hanno margini di scelta. Consideriamo, per esempio, la Tunisia: cooperare con l’Italia e l’Unione europea in materia migratoria presenta diversi vantaggi. Tra questi, vi sono l’accesso a fondi per lo sviluppo, le facilitazioni commerciali e le concessioni sui visti per categorie selezionate, come studenti o lavoratori qualificati. Tuttavia, dietro la retorica della cooperazione si cela spesso una dimensione più strumentale. Un esempio rilevante è la legge tunisina del 2004 che criminalizza severamente qualsiasi forma di assistenza alla migrazione irregolare [art. 38]. Questa normativa rispondeva anche alle pressioni di Italia e Unione Europea, ma s’inseriva perfettamente nella logica autoritaria del regime di Zine El-Abidine Ben Ali. Infatti, rafforzava gli strumenti statali di sorveglianza e repressione, sia nei confronti dei migranti sia della popolazione tunisina.
Da questo punto di vista, in un contesto nuovamente autoritario come quello odierno, la cooperazione migratoria può diventare un dispositivo funzionale all’espansione del controllo statale. Le autorità possono, così, legittimare pratiche repressive sotto la copertura della sicurezza e della cooperazione internazionale.
Si può individuare, infine, un interesse secondario: la volontà della Tunisia di mantenere una sfera di autonomia decisionale. È significativo, per esempio, che il Paese eviti di adottare una legge nazionale sull’asilo. In tal modo, non si assume formalmente il ruolo di “Paese terzo sicuro”, ma preferisce posizionarsi come attore strategico nella gestione esternalizzata delle frontiere europee.
Con il governo Meloni, abbiamo assistito alla costruzione dei centri di permanenza per il rimpatrio in Albania. Si tratta di un precedente che implica un’evoluzione della politica di esternalizzazione delle frontiere, o è un fatto a sé stante?
Il discorso di “deportazioni rapide” in località offshore non è una questione nuova. I primi ad adottare politiche simili furono gli Stati Uniti degli anni Novanta con le persone migranti cubane o haitiane. All’epoca, usarono la base di Guantanamo come spazio offshore per determinazioni di asilo. La stessa pratica era adottata in Australia, nella Christmas Island, un’isola nel Pacifico abbastanza distante dalla costa australiana. Chiaramente, ciascun caso ha la sua specificità, come con la Remain in Mexico Policy degli Stati Uniti, introdotta da Donald Trump nel 2019: chi chiede asilo politico, lo può fare dal Messico e deve attendere in territorio messicano finché non verrà ascoltato il proprio caso. Si tratta di politiche che si somigliano, dove uno spazio di eccezione del territorio nazionale viene usato per gestire le questioni legate all’immigrazione. L’utilizzo degli spazi offshore è un modo per evitare di affrontare la questione legale che si apre quando una persona entra nel territorio nazionale e chiede asilo.
Quali potrebbero essere, nel lungo periodo, le conseguenze di queste pratiche sulla mobilità umana e sul diritto d’asilo?
Su questo tema esiste un ampio dibattito: evitare che il richiedente asilo entri fisicamente nel territorio nazionale è da alcuni considerato un segno di forza del sistema di protezione, da altri una sua fragilità strutturale. Secondo questa lettura, la forza starebbe proprio nel fatto che, se non esistessero norme di diritto internazionale contro il respingimento [principio di non-refoulement], non ci sarebbe nemmeno la necessità di bloccare l’accesso ai richiedenti asilo.
In questo senso, è un bene. Tuttavia, proprio perché gli Stati vogliono tutelarsi dal violare il diritto internazionale, cercano di impedire che le persone migranti arrivino sul proprio territorio. Il caso statunitense è emblematico: le persone migranti che si trovavano in territorio messicano, dovevano fissare un appuntamento sull’app statunitense CBP One per sottoporre la propria domanda di asilo. Tale applicazione presentava innumerevoli difetti tecnici. L’attuale amministrazione Trump l’ha sostituita con CBP Home, che non permette più di prenotare appuntamenti per le richieste d’asilo, ma invita le persone senza status legale a lasciare volontariamente il Paese.
Si tratta di modi che nel concreto limitano la capacità di chiedere asilo. E che trasformano in modo informale alcuni Paesi di transito in “Paesi terzi sicuri”, senza dichiararlo ufficialmente. L’idea, infatti, del “Paese terzo sicuro” verte sul fatto che, se si è rifugiato e si transita per un altro Paese sicuro, si dovrebbe chiedere asilo in quel Paese. Il Messico non ha ufficialmente questa designazione, però, con queste politiche informali che gli Stati Uniti adottano, si cerca praticamente di trasformarlo come tale.
Per concludere, l’impatto di queste politiche sulla mobilità umana varia a seconda della prospettiva da cui le si osserva. Per esempio, assistiamo alla trasformazione di città di frontiera o di interi Paesi come il Messico: da luoghi di emigrazione o transito sono diventati Paesi di immigrazione. Il numero di richieste d’asilo accolte in Messico è aumentato significativamente rispetto al passato. Ad oggi si contano intere comunità che sono cresciute in città di frontiera, come Tijuana, dove risiede una grande comunità haitiana. Tali città di frontiera sono in questo momento poli globali, multiculturali. Al contempo, i numeri degli attraversamenti del Southern Border diminuiscono: con il secondo mandato Trump e la politica di deportazione di massa di migranti lanciata all’indomani del suo insediamento, gli agenti del Border Patrol hanno segnalato a giugno poco più di 6mila arresti di migranti entrati nel Paese senza autorizzazione. Il numero mensile più basso mai registrato dalla guardia di confine statunitense.
Connettendo i punti, il riorientamento di alcune rotte migratorie verso gli Stati Uniti – passando per il Messico o altri Paesi latinoamericani con meno vincoli di visto – rappresenta una conseguenza indiretta della crescente militarizzazione del Mediterraneo.
Ph. Tijuana (Messico) © Barbara Zandoval/Copyleft
Ilaria Giglioli
Studiosa di migrazioni, confini e razzializzazione. Docente di Geografia umana - Università di San Francisco
