Home DirittiIndia. Quando, per le minoranze, pregare è un crimine

India. Quando, per le minoranze, pregare è un crimine

di Harsh Mander

di Harsh Mander. Attivista per i diritti umani, scrittore e direttore del Centre for Equity Studies di Delhi

In India, il semplice atto di pregare può trasformarsi in un crimine se sei musulmano. Questo accade in un clima di crescente ostilità, alimentato dal silenzio complice della maggioranza, in cui la preghiera islamica viene criminalizzata, ostacolata o persino repressa con la violenza. La libertà religiosa, pilastro costituzionale, appare sempre più fragile.

Nell’autunno del 2022, una donna stese un tappetino da preghiera fuori dalla corsia di un ospedale pubblico a Prayagraj, l’antica Allahabad, nello Stato dell’Uttar Pradesh. Non sappiamo se il paziente fosse suo marito, suo figlio, suo fratello o suo padre. Sappiamo però che gli era stata diagnosticata la dengue, e che lei, angosciata per la sua vita, si chinò in silenzio sul pavimento dell’ospedale per pregare.

Alcuni presenti la notarono, la fotografarono mentre recitava la namaz (sinonimo di ṣalāt è la preghiera islamica obbligatoria) e diffusero le immagini sui social. L’indignazione esplose rapidamente: molti gridavano che “pregare nei luoghi pubblici era illegale”. Anche il Direttore sanitario dell’ospedale governativo Tej Bahadur Sapru si unì al coro: «Abbiamo emesso un severo avvertimento contro tali attività nei reparti», dichiarò ai giornalisti. «Questo è un luogo pubblico. Abbiamo dato istruzioni a tutti i responsabili di non permettere simili gesti. Abbiamo detto alla donna di non farlo di nuovo. Ulteriori azioni verranno decise in base all’esito dell’indagine».

Anche la polizia aprì un’inchiesta. Fortunatamente, annunciò in seguito che la donna «stava pregando senza alcuna intenzione negativa e senza ostacolare il lavoro o il traffico, per augurare pronta guarigione al paziente. Il gesto non rientrava in alcuna fattispecie di reato».

Ma molti altri in India non sono stati così fortunati. Per i musulmani nella nuova India, pregare sta rapidamente diventando un crimine. Emblematico, in questo senso, un video emerso nella primavera del 2024 da Inderlok, a Delhi. Alcuni uomini si erano radunati per la preghiera del venerdì alla moschea del quartiere, ma, trovandola piena, alcuni fedeli si erano inginocchiati sulla strada.

Il video mostra un agente della polizia di Delhi che prende a calci e bastona gli uomini in preghiera. Il parlamentare d’opposizione Imran Pratapgarhi ha commentato con angoscia: «Questo poliziotto che prende a calci una persona in preghiera forse ignora i principi fondamentali dell’umanità. Che odio deve avere nel cuore?».

Al Lulu Mall di Lucknow, inaugurato dal capo ministro Adityanath, nell’estate del 2022 alcuni militanti Hindutva inscenarono una protesta dopo la diffusione di un video in cui alcuni uomini pregavano in un angolo del centro commerciale. Interruppero la preghiera recitando ad alta voce l’Hanuman Chalisa (invocazione rivolta a Hanuman, il fedele compagno dal volto di scimmia del Dio Rama, considerato una sorta di intermediario con la divinità). La polizia dell’Uttar Pradesh incriminò gli uomini con l’accusa di incitamento all’odio religioso e altri reati. A casa di uno dei giovani, Rehaan, studente di farmacologia, si presentarono decine di agenti nel cuore della notte. Furono arrestati anche i suoi amici Luqmaan e Nomaan, venditori di tè.

Nello stesso periodo, tre uomini – due di Hyderabad e uno di Azamgarh – furono arrestati per aver pregato nella moschea del Taj Mahal, con l’accusa di incitamento all’odio religioso. Durante l’Eid (festa di fine Ramadan) del 2022, ben 1.700 persone furono incriminate per aver pregato fuori dalle moschee di Kanpur senza il permesso della polizia.

In diversi casi, militanti Hindutva (ideologia ispirata all’ultranazionalismo religioso hindu) hanno interrotto con la forza anche preghiere collettive all’interno delle moschee. All’inizio del 2022, nel villaggio di Mora (Gujarat), una folla di circa 100 uomini, al grido “Jai Shri Ram”, fece irruzione in una moschea e costrinse i fedeli ad andarsene. L’imam Aaqib Ansari raccontò a Clarion India: «Hanno buttato fuori i tappeti e detto che la moschea doveva chiudere. Da allora, le preghiere non si sono più svolte».

Il 18 marzo 2022, durante la Shab-e-Baraat, la polizia di Delhi vietò improvvisamente la preghiera in 16 moschee storiche, senza alcun ordine scritto.

Durante il mese sacro del Ramdan, i musulmani celebrano le preghiere Tarawih, una tradizione lunga diciassette secoli. Queste possono svolgersi in casa, in moschea o in gruppo. Ma anche queste pratiche, dal 2022, vengono spesso interrotte.

A Moradabad, la polizia incriminò 26 persone che si erano riunite in due abitazioni private per pregare le Tarawih (preghiera spontanea raccomandata durante il Ramadan). L’anno successivo, il commerciante Zakir Hussain fu interrotto mentre pregava con la sua famiglia nel proprio magazzino. I militanti del Bajrang Dal (gruppo giovanile dell’estrema Destra hindutva) fecero irruzione. La polizia intervenne, disperse i militanti e permise il completamento della preghiera, ma ordinò che in futuro le Tarawih si tenessero solo in moschea o in casa.

«Stavamo pregando in famiglia, nella nostra proprietà. Perché dovrebbe essere un problema?», chiese Hussain. Poco dopo ricevette un avviso da un magistrato: secondo l’autorità, le preghiere «potevano disturbare la pace». A lui e ai suoi familiari fu imposto di firmare una garanzia da 5 lakh (500mila rupie) ciascuno.

L’avvocata della Corte Suprema Shahrukh Alam ha definito tutto questo un «veto del disturbatore», ovvero: «La sola esistenza dei musulmani provoca fastidio. Chi disturba la pace non viene punito: si chiede invece alle vittime di non provocare».

Anche nei complessi residenziali di fascia alta di Noida e Greater Noida, città satelliti di Delhi, durante il Ramzan del 2023, le preghiere furono ostacolate. A Supertech Ecociti, il quartiere di Noidea appena costruito, alcuni residenti fermarono otto-dieci persone che stavano pregando in una sala eventi. La polizia giustificò l’intervento sostenendo che fosse in vigore la Sezione 144 del codice penale, che vieta gli assembramenti di oltre quattro persone. Ma l’avvocata Alam replicò: «Se così fosse, dovremmo vietare anche i ristoranti o i centri commerciali».

Pochi giorni dopo, a Supertech Eco Village-2, nella zona residenziale altoborghese di Noida, altri musulmani furono fermati mentre pregavano in una stanza sopra un mercato. Anche in questo caso, la preghiera fu interrotta.

Il professor Apoorvanand, dell’Università di Delhi, cita Munshi Premchand, celebre scrittore del Novecento, che nel suo racconto Eidgah descriveva le preghiere collettive musulmane con meraviglia e rispetto: «Migliaia di teste si inchinano insieme e poi si rialzano, come lampadine che si accendono e si spengono… Che vista eccezionale, con i suoi movimenti collettivi e l’espansione infinita – riempie il cuore di riverenza, orgoglio e gioia interiore».

Ciò che un tempo suscitava rispetto nei cuori induisti, ora spesso genera risentimento. E talvolta, incita alla violenza.

Quando nei condomìni piccoli gruppi di persone si oppongono alle riunioni di preghiera musulmane e riescono a interromperle, perché migliaia di altri residenti tacciono?

Negli ospedali indiani è comune vedere familiari pregare per i propri cari. Alcuni ospedali hanno persino piccoli santuari hindu. Perché, allora, solo una donna musulmana viene ammonita?

Nell’India della mia infanzia, se qualcuno su un treno affollato voleva pregare, gli altri facevano spazio e si preoccupavano di rimanere in silenzio per non disturbare la preghiera. Oggi invece ci vuole coraggio per “rivelarsi” come musulmano e pregare in treno, e chi lo fa, rischia che un gruppo di ragazzi inizi a provocarlo recitando a voce alta l’Hanuman Chalisa.

Per un musulmano, l’atto di pregare rischia costantemente di essere considerato un reato. E sono poche le voci che si levano per chiedere in base a quale principio giuridico e umano si possa accusare chi prega di fomentare l’odio contro persone di altre fedi.

Perché oggi il semplice atto di pregare da musulmano provoca in molte persone risentimento e violenza e induce la polizia a considerarlo un reato?

Faccio fatica a riconoscere l’India di oggi. Rispetto al Paese in cui sono cresciuto è irriconoscibile.

Articolo pubblicato su Scroll.in il 3 gennaio 2025

Ph Delhi (India) © Naveed Ahmed via Unsplash

Immagine di Harsh Mander

Harsh Mander

Attivista per i diritti umani, scrittore e direttore del Centre for Equity Studies di Delhi

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati

Scrivici
Send via WhatsApp