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Israele riapre i villaggi, ma Gaza resta un buco nero

di Davide Lerner

di Davide Lerner. Giornalista

Il governo israeliano riapre i villaggi colpiti il 7 ottobre, mentre Netanyahu cavalca i “successi” contro l’Iran per rilanciarsi politicamente. Ma Gaza rimane in una situazione disperata, e – sebbene con qualche importante eccezione – la società israeliana fatica a guardare in faccia l’altra parte del conflitto.

Domenica 29 giugno, lontano dai riflettori della stampa internazionale, il governo israeliano ha dato il via libera al ritorno immediato dei residenti in sette delle tredici comunità più colpite dall’invasione di Hamas nel Sud di Israele il 7 ottobre 2023. 

In alcuni di questi villaggi una parte dei residenti erano già rientrati da tempo, ma l’archiviazione formale dei divieti è una misura non priva di una sua importanza politica. Fa parte del tentativo del premier Benjamin Netanyahu di far passare nell’opinione pubblica l’idea di un cerchio che si chiude: dal grande fallimento all’inizio della guerra, fino alla completa restaurazione di Israele come potenza regionale. 

«Cittadini di Israele, il 7 ottobre eravamo sull’orlo del baratro. Abbiamo subito la peggiore catastrofe nella storia dello Stato. Ma […] abbiamo reagito. Circa 20 mesi dopo abbiamo preso il controllo dei cieli sopra l’Iran e abbiamo fatto pagare [ai nostri nemici] un prezzo che non avrebbero mai immaginato», ha detto Netanyahu in un discorso lo scorso 24 giugno, il giorno del “cessate il fuoco” con l’Iran. 

NETANYAHU RAFFORZATO

Per la prima volta quest’anno, una maggioranza relativa di israeliani, interrogati su chi volessero come primo ministro, indicavano proprio l’attuale premier. A rafforzarlo è la consapevolezza generalizzata del significativo indebolimento, rispetto a prima della guerra, del cosiddetto “asse sciita” a guida iraniana, che ha notevolmente migliorato la posizione strategica di Israele nella regione.

«Non c’è dubbio che dal punto di vista politico lo scontro con l’Iran abbia fatto il gioco di Netanyahu», spiega per telefono dal New Jersey negli Stati Uniti Nadav Eyal, noto commentatore israeliano e autore di Revolt. La ribellione nel mondo contro la globalizzazione (La nave di Teseo, 2021). «Il premier ha mantenuto una delle promesse chiave della sua carriera: affrontare di petto Teheran. E dal punto di vista militare, l’operazione ha avuto esiti abbastanza buoni». Però, continua Eyal, «se non agisce in fretta, l’effetto della guerra verrà diluito dalla situazione di Gaza, dove Israele rimane impantanato». 

LA QUESTIONE DEGLI OSTAGGI TORNA CENTRALE

Dopo il blackout mediatico provocato dalla guerra con l’Iran, l’attenzione internazionale sta tornando sulla Striscia di Gaza. Due dati possono bastare per restituire in maniera palpabile la gravità della situazione umanitaria. 

La popolazione di circa due milioni di persone è circoscritta a un territorio equivalente a un quinto della Striscia, che già nella sua interezza prima della guerra si configurava come una delle regioni più sovraffollate al mondo. A questo si aggiunge la stima di diverse centinaia di persone uccise dall’esercito israeliano nell’ambito della distribuzione di pacchi alimentari da parte della Gaza Humanitarian Foundation, un’organizzazione opaca fondata in collaborazione fra l’esecutivo israeliano e i suoi sostenitori negli Stati Uniti. E il conto delle vittime che continua a salire.

C’è però qualche speranza che si vada verso la fine, perlomeno, di questa fase. Bibi ha cominciato a parlare del ritorno degli ostaggi israeliani come obiettivo principale di Israele, una svolta retorica rispetto a quando citava prima di tutto l’annientamento dei militanti di Hamas e una non meglio identificata “vittoria totale”. 

Alcuni analisti israeliani ipotizzano che Bibi possa fare tesoro del dividendo politico dell’operazione Leone che risorge in Iran per finalizzare un nuovo accordo per il “cessate il fuoco” e il rilascio degli ostaggi, superando l’ostruzionismo degli alleati di estrema Destra che in passato hanno più volte bloccato le trattative. 

«Adesso Netanyahu può [permettersi di] siglare un accordo lasciando che Ben Gvir e i coloni se ne vadano [dal governo], e andare a elezioni nelle vesti del leader che ha sconfitto l’Iran e liberato i rapiti», ci dice Etgar Keret, noto scrittore israeliano. 

L’importanza di ottenere il rilascio degli ostaggi – sarebbero una cinquantina quelli ancora a Gaza, dei quali circa la metà ancora vivi – è cruciale per il futuro politico nonché, in prospettiva, per l’eredità politica di Netanyahu. 

Storicamente l’ethos israeliano era quello di fare tutto il possibile per la restituzione degli ostaggi, anche se defunti, solamente per garantire loro una sepoltura. In fondo, Israele era nato proprio con la missione di proteggere gli ebrei dalle persecuzioni e, in questo senso, il salvataggio dei connazionali dalle situazioni di pericolo si era sempre configurato come una priorità assoluta, al di là di qualsiasi divisione politica. 

Il fatto che Netanyahu e il suo esecutivo abbiano messo la questione in secondo piano, anche a fronte di sondaggi secondo cui circa tre quarti della popolazione è da tempo favorevole a un accordo di scambio quadro, ha sacrificato una colonna portante dell’identità israeliana. Hila Fenlon, residente di Netiv HaAsara, uno dei villaggi frontalieri che ora vengono ufficialmente “riaperti”, ha commentato a questo proposito che «noi israeliani siamo ora distrutti dentro».

L’ISOLAMENTO DI ISRAELE

Oltre a riparare, sebbene solo in parte e tardivamente, il danno provocato da questa scelta, un accordo per il “cessate il fuoco” a Gaza potrebbe rallentare il deterioramento delle relazioni fra Israele e i suoi alleati storici. Prima dell’attacco all’Iran e alle sue infrastrutture nucleari lo scorso 13 giugno era evidente un cambio di approccio da parte di diverse cancellerie internazionali, non più disposte a tollerare le continue carneficine di civili a Gaza. Londra aveva comminato sanzioni contro i ministri di estrema Destra, gli ormai noti Ben Gvir e Smotrich, Parigi aveva “oscurato” la sezione israeliana di una fiera internazionale degli armamenti, e la stessa Roma, dopo lunghe esitazioni, aveva iniziato a criticare apertamente la condotta israeliana. 

«Penso che l’isolamento di Israele sia il peggiore che abbia mai visto nella mia vita, ed è strettamente legato alla guerra a Gaza», dice il commentatore Eyal. «La leadership israeliana sta cominciando a prenderlo più sul serio». 

LA SOCIETÀ ISRAELIANA

Quello che continua a mancare, un fatto che la dice lunga sulla profondità del danno provocato dalla guerra nei rapporti fra le due popolazioni, è una mobilitazione significativa della società israeliana a fronte delle atrocità di Gaza.  

Certo, esistono associazioni come Standing Together, i cui militanti proteggono i convogli umanitari diretti a Gaza dagli attivisti di estrema Destra e si sono esposti, lo scorso maggio, per difendere i commercianti arabi della Città Vecchia in occasione della marcia nazionalista per la Giornata di Gerusalemme. 

Ci sono manifestanti israeliani che hanno cominciato a portare le immagini dei bambini uccisi nella Striscia – sarebbero circa 20mila secondo le stime, a fronte di un bilancio complessivo di oltre 50mila vittime – alle dimostrazioni di Tel Aviv il sabato sera. Gli obiettori di coscienza e intellettuali come lo stesso Keret. Ma rimane preponderante, nella società civile, la tendenza a rimuovere dal proprio orizzonte mentale la questione di Gaza. 

Sia il leader dell’opposizione Yair Lapid che Naftali Bennett, il cui nuovo partito appare ben posizionato nei sondaggi per formare la prossima maggioranza, chiedono la fine della guerra, ma non per mettere fine alle sofferenze dei civili palestinesi. Quanto perché constatano i limiti della strategia del governo: la sola pressione militare su Hamas non ottiene il rilascio degli ostaggi e non fornisce prospettive su possibili scenari politici del giorno dopo nella Striscia.

Per quanto minoritaria, la componente della società civile sensibile alla sofferenza altrui e aperta e alla comprensione della narrazione della controparte rimane l’unico preziosissimo seme da cui possa germogliare un paradigma diverso per il futuro. È un dato emerso anche dagli incontri facilitati lo scorso maggio da Confronti con i rappresentanti di Parents Circle Families Forum e Combatants for Peace – due fra le organizzazioni binazionali più rispettate del campo pacifista. 

UN COMPROMESSO SEMPRE PIÙ LONTANO

Lo storico e saggista italiano Lorenzo Kamel, nel suo libro Israele e Palestina in 36 risposte (Einaudi, 2025) ha riassunta efficacemente l’essenza del nodo israelo-palestinese, riassumendo in una sola domanda l’istanza dell’una e dell’altra parte. «Com’è pensabile negare uno “Stato-rifugio” a una popolazione come quella ebraica che ha subìto, soprattutto in Europa, pogrom e persecuzioni con una continuità storica senza precedenti?», ha scritto rispetto alla causa israeliana. E poi, ha aggiunto: «è lecito che tale diritto sia preminente rispetto a quello di una popolazione autoctona che, all’inizio dello scorso secolo, rappresentava circa il 92% degli abitanti locali e che è vissuta in larghissima parte in quei luoghi da tempo immemore?».

Chiunque si riconosca nel senso di questi due quesiti non può che essere d’accordo con l’idea che il conflitto possa essere risolto soltanto con un compromesso fra due parti che, a loro modo, hanno entrambe ragione. Ma questa conclusione logicamente ineludibile risulta invece sempre più lontana. 

A fronte della deriva oltranzista della società israeliana, acuita dalle atrocità del 7 ottobre, e della speculare radicalizzazione del campo anti-israeliano, la cui tendenza è quella di rileggere tutta l’esperienza del sionismo prima e di Israele poi alla luce delle atrocità – gravissime – compiute da Tel Aviv negli ultimi due anni. Il risultato è la cancellazione di qualsiasi predisposizione al dialogo. 

Invece di scalfire la convinzione di Netanyahu che Israele possa ottenere calma e pace nella Regione soltanto attraverso la forza e la deterrenza, la guerra sembra averla rafforzata. Bibi rimane convinto che il conflitto coi palestinesi sia irrisolvibile, e possa al massimo essere contenuto. Ora il suo obiettivo è piuttosto quello di coinvolgere il sodale Trump, dopo il suo intervento nel conflitto con Teheran, anche in un rilancio degli accordi di Abramo. 

Nelle settimane precedenti l’inizio di questa guerra, sui media israeliani, Netanyahu aveva promesso come imminente l’estensione della sua “pace della forza” fino a comprendervi anche l’Arabia Saudita. Pochi giorni dopo il cessate il fuoco con l’Iran ha ripreso le fila di quel discorso: «Questa vittoria apre un’opportunità per un allargamento storico degli accordi di pace», ha detto, «Ci stiamo lavorando con decisione». 

È difficile prevedere se Bibi riuscirà a ottenere un nuovo allargamento degli accordi di normalizzazione. Ma quello che è certo è che gli sviluppi sul piano regionale non gli permetteranno di “spazzare sotto il tappeto” il problema del conflitto con i vicini di casa. E riaprire le comunità israeliane al confine con Gaza non basterà a mettersi alle spalle davvero le vicende e le conseguenze del 7 ottobre.

Ph. Gaza © Kobi Gideon / Government Press Office of Israel, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Immagine di Davide Lerner

Davide Lerner

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