di Widad Nabi. Poetessa
Intervista a cura di Francesca Bellino. Giornalista e scrittrice
Widad Nabi, poetessa curdo-siriana nata a Kobane e rifugiata a Berlino, racconta una scrittura che nasce dal dolore ma si nutre di vita, amore e maternità. Nella raccolta Un continente chiamato corpo (Di Felice Edizioni, 2025) intreccia identità, esilio e desiderio come forme di resistenza. La sua poesia è una casa dove rifugiarsi e un grido contro l’indifferenza globale.
La poesia di Widad Nabi nasce dal dolore ma tende alla vita. Nata a Kobane in una famiglia curdo-siriana trasferitasi ad Aleppo negli anni Novanta, Widad Nabi è una delle voci emergenti della diaspora siriana. Vive a Berlino dal 2015 e si definisce «figlia di una Storia intrisa di dolore, lacrime, resistenza, sfida e rottura». I suoi versi nascono dall’urgenza di esprimere un vissuto amaro e inaccettabile e affrontano molto temi come l’amore, l’esilio, la maternità, l’affermazione del corpo e dei desideri, unico antidoto alla morte. Già presente nel volume antologico In guerra non mi cercate. Poesia araba delle rivoluzioni e oltre (Le Monnier Università, 2018), oggi ritroviamo la sua voce in Italia grazie alla pubblicazione della raccolta Un continente chiamato corpo pubblicata da Di Felice Edizioni nel 2025 con testi tradotti dall’arabo da Simone Sibilio.
È nata a Kobane, città curda simbolo della resistenza allo Stato Islamico. Cosa ha rappresentato per lei nascere in un luogo diventato così simbolico negli anni della guerra civile in Siria?
Nascere a Kobane mi ha dato molta forza, ma al contempo è stato un pesante fardello psicologico. Trovo limitante inquadrare la città unicamente attraverso la lente della resistenza all’Isis. Kobane è la sua storia e le sue origini, la natura in primavera, il desiderio delle donne di sfidare la società patriarcale, la musica, le danze.
Da quale famiglia proviene?
Sono nata in una famiglia curda conservatrice e tradizionale. Fin dall’adolescenza mi sono rifiutata di accettare il ruolo sociale previsto per me. Sono sempre stata in conflitto con la mia famiglia. Non volevo replicare la vita di mia madre. Ho provato a rompere catene e oltrepassare i confini stabiliti. Ne ho pagato il prezzo con lacrime e cicatrici, ma alla fine ciò che resta di noi dopo le cadute è ciò che plasma chi siamo, ed è ciò che dura.
Che situazione vive la gente rimasta a Kobane? Come sta la sua famiglia dopo la caduta di Assad?
Ho molti parenti stretti a Kobane. Vivono nella paura costante perché le forze turche bombardano regolarmente le città come forma di intimidazione. Molte famiglie soffrono perché non vogliono mandare figli e figlie a unirsi alle forze militari curde; vogliono che studino e costruiscano il futuro della città. Tuttavia, la situazione a Kobane è migliore rispetto a quella di altre città siriane ora sotto il controllo di gruppi islamici estremisti. La caduta di Assad è stata un momento di grande gioia per i siriani. Credevamo che il peggio fosse finito. Ma l’ascesa dei gruppi islamici estremisti e i massacri contro le minoranze, costituiscono qualcosa di peggio della dittatura.
La Siria è un paese devastato da bombardamenti e violenza, con una popolazione dimezzata e disperata. Come si può attuare oggi una resistenza culturale?
A mio parere la cosa più importante è che l’élite culturale si concentri sull’importanza della democrazia e dei diritti umani e che si allontani dal discorso settario e dall’incitamento all’odio. Violenza e crudeltà continuano da più di dieci anni. Sfortunatamente, le voci dei nostri intellettuali sono deboli e marginali in mezzo al fragoroso rumore settario. Alcuni sostengono persino le autorità islamiche estremiste che governano il Paese. Solo una piccola minoranza oggi sta lavorando per una resistenza culturale.
Quello che sta succedendo in Siria è surreale, va oltre ogni immaginazione. Seguo le notizie e mi sento rattristata, arrabbiata, e poi decido di smettere di seguirle per un po’ solo per poter continuare con la mia vita e il mio lavoro a Berlino.
Ha un’identità composita e complessa. La poesia è il territorio dove le sue identità convivono?
Durante l’infanzia e l’adolescenza la mia complessa identità mi causava imbarazzo, a volte disagio. La mia lingua-madre, il curdo, era bandita dall’insegnamento nelle scuole e noi curdi vivevamo nell’oppressione e nelle restrizioni dei diritti. Spesso mi sembrava che l’identità curda fosse in costante conflitto con quella siriana, ognuna lottava per sopravvivere. Crescendo e iniziando a riconoscere la ricchezza e la bellezza della mia identità stratificata, l’ho difesa ferocemente. Non ho mai voluto presentarmi unicamente come una scrittrice curda; mi sono sempre sentita una scrittrice curdo-siriana. Ho scelto di scrivere in arabo perché non avevo la possibilità di farlo in curdo. Parlavo curdo solo a casa, in strada o a scuola c’era l’arabo. Scrivere in arabo fa parte della mia struttura psicologica, esistenziale e culturale, è una parte essenziale della mia identità. Ecco perché non l’ho mai trascurato, nonostante abbia affrontato critiche e attacchi da parte di nazionalisti curdi radicali. Sono arrivata a considerare la scrittura come uno spazio sicuro e protettivo che mi accetta con tutte le mie identità, le mie lingue, i miei desideri, la mia follia e i miei pensieri. La scrittura è la mia piccola bolla, il mio rifugio sicuro. Non posso interpretare un ruolo che la società, o qualsiasi sistema o ambiente, si aspetta da me. Sono una scrittrice, una donna, una madre, una migrante, una femminista e abbraccio tutti i ruoli che amo, quelli che riflettono chi sono, non quelli che la società si aspetta che io interpreti.
Che rapporto ha con la lingua curda e con la lingua araba?
Entrambe sono mie lingue-madri, ma ognuna occupa uno spazio diverso. Quando gioco con mio figlio, gli parlo con le stesse parole che ho sentito nella mia infanzia. Quando amo e sento passione, parlo in curdo. Ma quando scrivo e penso, l’arabo è più presente. Posso dire che l’arabo sia la lingua del mio pensiero e il curdo la lingua delle mie emozioni. Ma questa non è una divisione rigida. Spesso le due lingue si intrecciano e si abbracciano amorevolmente. Quando ho iniziato la scuola elementare, non conoscevo ancora l’arabo. Ma entrambe le lingue si sono sviluppate insieme a me. Entrambe hanno plasmato chi sono. Quando sono triste voglio sentire una canzone curda. Ma quando sono innamorata preferisco una canzone araba. Ogni lingua è anche un modo di pensare, non solo un sistema linguistico o un alfabeto. Sono in grado di raggiungere gli altri più profondamente perché abito i mondi mentali di diverse lingue. Come disse Heidegger, la lingua è “la casa dell’essere”. E io, fortunatamente, ho molte case.
Quando ha iniziato a scrivere poesie e quanto la poesia araba l’ha ispirata?
Ho iniziato a scrivere poesie a 12 anni. Sono stata profondamente influenzata dalle opere di Khalil Gibran. I miei primi tentativi poetici sono nati dopo aver letto uno dei suoi libri che mio fratello mi ha regalato. Durante l’adolescenza ho iniziato a leggere molti poeti diversi: Lorca, Neruda, Rilke, Mahmoud Darwish, Nizar Qabbani e Ansi al-Haj. I miei primi tentativi sono stati sforzi per imitare i loro stili e le loro voci poetiche.
Cosa rappresentava la poesia quando viveva in Siria e cosa rappresenta oggi che vive in esilio?
Sia in Siria che a Berlino la poesia è il mio mondo segreto, un mondo in cui mi ritiro quando sono ferita, quando subisco un torto, un’ingiustizia, quando amo e le mie lacrime cadono sulla spalla di chi amo, quando chi mi ama mi lascia senza dire addio… La porta di questo mondo è sempre aperta, qui mi rigenero prima di uscire all’esterno. La poesia rende forti. È il regno dove si è sia il creatore sia la creazione.
Nella raccolta Un continente chiamato corpo affronta, tra gli altri, il tema della maternità. È diventata madre all’estero, in un luogo sicuro, ed elogia le madri in guerra. Cosa significa essere madre in tempo di guerra?
Nonostante sia diventata madre in un luogo sicuro, la guerra era dentro di me. Non le sono sfuggita. La guerra che ho vissuto in Siria mi ha seguito e ha continuato durante ogni fase della mia gravidanza e del parto. Mi svegliavo di notte, terrorizzata da incubi e attacchi di pianto intenso, al punto che temevo che la mia gravidanza potesse interrompersi a causa della gravità di quegli incubi. Seguivo le notizie, le guerre erano ovunque: in Palestina, Ucraina e Siria. A Berlino ho visto migliaia di madri ucraine con i loro figli, rifugiate nelle stazioni ferroviarie, in fuga dalla guerra nel loro paese. E come madre di un bambino piccolo, ho seguito le notizie sul terremoto in Siria e ho visto le madri perdere i propri figli sotto le macerie. Ho pianto con ogni madre di Gaza che ha perso il suo bambino e lo ha tenuto tra le braccia. La guerra era dentro di me, lacerava la mia maternità, facendomi sentire in colpa perché mio figlio era al sicuro mentre i figli delle altre morivano brutalmente sotto gli occhi del mondo occidentale civilizzato che non faceva nulla. Forse è per questo che ho scritto la poesia Maternità in guerra. Era il grido di ogni madre che ha perso il suo bambino.
Non le piace essere definita come una poeta-rifugiata. A Berlino si sente più una sopravvissuta o una straniera?
Sì, essere rifugiata è diventato una parte della mia identità multiforme, complessa e ricca, e non me ne vergogno. Tuttavia, mi rifiuto di essere presentata attraverso la lente del rifugio, della simpatia e della pietà. Sono prima di tutto una scrittrice e voglio che la mia opera sia trattata unicamente da questa prospettiva. La storia della migrazione è un altro argomento di cui posso discutere, ma non voglio che la mia scrittura sia ridotta o plasmata dall’identità di rifugiata. Ciò che scrivo è poesia e richiede una lettura critica e analitica, non solo letture compassionevoli sui rifugiati. Che io sia a Berlino, ad Aleppo, a Roma o a Parigi sento di vivere nello stesso esilio. C’è qualcosa dentro di me che non assomiglia a nessuna di queste città. Ciò che cerco è invisibile, ma può fare male. Pertanto, trovo che la scrittura sia la mia unica patria, un luogo dove non mi sento straniera. Poso la testa sul letto della lingua, mi riprendo, curo le mie ferite e fuggo dai dolori dell’esilio, dell’amore e della guerra.
Sta lavorando a una nuova raccolta di poesie?
Ho finito una bozza di un libro sulla maternità concentrandomi su aspetti dell’esperienza che credo non siano sufficientemente illuminati, come il rimpianto per la maternità, i sensi di colpa e la perdita del senso di sé delle donne quando diventano madri. Ho finito un romanzo che esplora il ruolo dell’amore e della migrazione nel plasmare la memoria delle città. Ho ripercorso la storia di Kobane, dall’arrivo dei rifugiati armeni in fuga dal genocidio ottomano al momento in cui i suoi abitanti sono fuggiti dopo l’ascesa dell’Isis. Per quanto riguarda la poesia, non ho scritto più di una poesia in oltre un anno, tuttavia una poesia può rendere possibile la primavera in esilio e far diventare la realtà più dolce.
Ph. Siria © Ahmad Sofi / Copyleft
Widad Nabi
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