di Harsh Mander. Attivista per i diritti umani, scrittore e direttore del Centre for Equity Studies di Delhi
In un’India sempre più polarizzata, la festa di Diwali diventa terreno di scontro identitario. Una celebrazione tradizionalmente condivisa da tutte le comunità è ora usata per alimentare la retorica maggioritaria. Il rischio è perdere la ricchezza della “diversità disordinata” che ha da sempre caratterizzato il Paese.
Era la vigilia di Diwali. Il crepuscolo stava calando. Un mio amico, tornando dalla sua passeggiata serale, vide un uomo che faceva esplodere petardi con il figlio piccolo. Si avvicinò d’istinto e gli disse pacatamente: «Non credi che dovresti preoccuparti di più per la salute di tuo figlio? Perché non festeggi Diwali solo con le lampade e i dolci?». L’uomo gli rispose bruscamente: «Prima dovresti dire ai musulmani di smettere di pregare cinque volte al giorno».
Per me Diwali è sempre stato, fin dall’infanzia, un festival iridescente di luce e allegria, a cui partecipavano insieme vicini e amici di ogni fede e identità. Non riesco ad accettare la trasformazione che ha subito negli ultimi anni, diventando un luogo simbolico del risentimento hindu. Oggi viene promossa come una festa esclusivamente hindu, e solo loro possono celebrarla, se desiderano anche con luci elettriche e fuochi d’artificio. Le celebrazioni devono essere difese dalla partecipazione o dalla “interferenza” di estranei: persone di altre fedi, governi, giurisdizioni.
Su molti gruppi WhatsApp di familiari e di amici circolano messaggi bellicosi contro chi saluta con un “Diwali Mubarak”: “Mubarak” (significa buona festa e normalmente si usa per Eid la festa di fine Ramadan: l’augurio tradizionale è infatti Eid Mubarak) – si dice – è una parola urdu, e usarla per Diwali sarebbe un tentativo subdolo di “abramizzare” l’induismo. Gli hindu dovrebbero invece limitarsi a saluti in “lingue indiane” come l’hindi. Si raccomanda, ad esempio, di usare “Diwali ki shubh kamnayein”.
Una polemica simile si scatenò nel 2021, quando la catena di abbigliamento FabIndia lanciò la sua collezione di abiti per Diwali sotto lo slogan Jashn-e-Riwaaz, espressione urdu che significa “celebrazione della tradizione”. Nello spot si parlava di “accogliere il festival dell’amore e della luce”, rendendo omaggio alla cultura indiana. Il deputato Tejasvi Surya del Bharatiya Janata Party di Modi, noto per le sue posizioni islamofobe, attaccò duramente la campagna, accusandola di “abramizzazione” dell’induismo e criticando l’assenza di abiti hindu tradizionali. FabIndia ritirò la pubblicità.
Anche il prestigioso Lady Shri Ram College di Delhi fu oggetto di insulti e minacce quando intitolò il suo festival Noor 2024 – “Noor” significa “luce” in urdu. Sui social si invocò addirittura al linciaggio dei responsabili per “aver mancato di rispetto all’induismo” e “islamizzato” la festività, arrivando a insinuare che si trattasse di un evento “sponsorizzato dal Pakistan”.
Ma ciò che più indigna i paladini dell’“identità hindu” sono i divieti – governativi o giudiziari – contro i fuochi d’artificio, ritenuti un attacco alla religione. Eppure, non tutti gli hindu celebrano Diwali, e i petardi non sono un’invenzione indiana: la loro introduzione nelle celebrazioni risale all’epoca medievale. Il professor Ankur Barua, dell’Università di Cambridge, ricorda che le prime testimonianze parlano di file di lampade, ma non abbiamo fonti precise su come si celebrasse la festa in passato. Secondo lui, l’uso dei fuochi d’artificio negli ultimi 50 anni è un fenomeno prevalentemente Nord-indiano.
Nel Nord, Diwali commemora il ritorno del dio Ram dall’esilio. Si narra che giunse in una notte senza luna e che tutte le case accendessero lampade per accoglierlo. Ma nel Sud dell’India, spiega la giornalista Madhavan Narayanan, Diwali si celebra all’alba per ricordare la sconfitta del demone Narakasura da parte di Krishna. In Bengala è il culto di Kali a essere centrale, mentre in Kerala si preferisce la festa di Onam, che celebra il mito del ritorno in Kerala del buon re Mahabali, ed è legata alla comparsa di Vishnu come Vamana. Anche Lakshmi Puja è importante al Nord, connessa al mito del “Samudra Manthan” – il “frullamento” dell’oceano mitologico (relativo alla scoperta di Amrita, l’essenza di lunga vita, narrato nei Vishna Purana), Alcune comunità, come i contadini del villaggio di Kollukudipatti, in Tamil Nadu, evitano da decenni i petardi per non disturbare gli uccelli migratori del vicino santuario naturale.
Anche i non hindu hanno storicamente partecipato a Diwali. L’imperatore Muhammad bin Tughlaq, che regnò a Delhi nel Trecento, lo celebrava nella sua corte con convivialità e ottimo cibo. Sotto Akbar, il “Jashn-e-Chiraghan” divenne un grande evento di corte, con dolci, lampade e la lettura del Ramayana. Shah Jahan portò la festa a un nuovo livello, con ingredienti importati dalla Persia, cuochi da tutta l’India e un’enorme “lampada celeste” issata su un palo alto quaranta metri. Persino Aurangzeb e Bahadur Shah Zafar mantennero la tradizione, con spettacoli teatrali, Lakshmi Puja e fuochi d’artificio vicino alla Jama Masjid di Delhi.
Nel 2015, tre neonati – Arjun, Aarav e Zoya – presentarono simbolicamente una petizione alla Corte Suprema (per mano dei loro padri avvocati), affermando: «I nostri polmoni non sono ancodra sviluppati. Non possiamo tollerare ulteriore inquinamento dai petardi». Stavano invocando il diritto costituzionale all’aria pulita.
Ma l’industria dei fuochi d’artificio, che vale 10 miliardi di rupie e ha sede a Sivakasi (Tamil Nadu), si oppose duramente, sostenendo che vietarli sarebbe contro “le credenze hindu”. «Il rumore dei petardi indica la gioia dei devoti e avverte gli dèi della loro prosperità», si legge in una delle dichiarazioni. «Proibirli equivarrebbe a negare la mitologia hindu».
La Corte Suprema ordinò un divieto parziale, raramente applicato. Ma le proteste sono continuate, online e nei media. Secondo l’Hindustan Times, già nel 2017, dopo la sentenza, iniziarono a circolare accuse di “dominio islamico” e “attacchi mirati” alle festività hindu.
C’è chi, come Meena Das Narayan – dichiarata sostenitrice di Modi – scrisse su Twitter che preferirebbe accendere petardi piuttosto che “uccidere mille mucche”. Altri, come Shefali Vaidya, invocarono la disobbedienza civile: «Ogni famiglia hindu di Delhi dovrebbe procurarsi petardi da fuori e accenderli davanti alla Corte Suprema!». Sanjay Dixit, funzionario pubblico, definì il divieto un’inutile ingerenza. Persino il giornalista Shekhar Gupta si dichiarò contrario.
Chetan Bhagat, scrittore di bestseller, lanciò una provocazione: «Perché ce l’avete solo con le festività hindu? Quando vietate il sacrificio dei capretti o il sangue del Muharram?». Il politico e scrittore Shashi Tharoor tentò invano di spiegargli che petardi e fumo non sono parte integrante di Diwali, a differenza delle lampade.
I leader del BJP, intanto, gridano da anni al complotto “anti-hindu”. Ramvir Bidhuri, capo dell’opposizione a Delhi, ha parlato di un divieto “unilaterale” che ferisce i sentimenti religiosi. Kapil Mishra ha invitato esplicitamente a infrangerlo. Così la frattura attorno a questa festa – nata per unire – si allarga sempre di più.
Quest’anno, in Madhya Pradesh, il gruppo estremista Bajrang Dal ha affisso manifesti con lo slogan “Apna tyohaar, apna vyapaar” – “La nostra festa, il nostro commercio” – invitando a boicottare i negozi musulmani durante Diwali.
Leggo con commozione i ricordi dell’infanzia di Sonali Kolhatkar. La madre era cattolica non praticante, il padre un hindu dalle radici comuniste e atee. Vivevano negli Emirati Arabi. Nonostante l’origine cattolica, scrive, «Diwali era più sentito del Natale, perché è la celebrazione indiana per eccellenza».
La madre cuciva vestiti nuovi per lei e le sorelle. La famiglia faceva visita ad amici e parenti, scambiandosi dolciumi fatti in casa e comprati. Le lampade a olio illuminavano i vialetti, per attirare la dea Lakshmi. La sua tradizione preferita era il Rangoli, i disegni a terra con polveri colorate, belli e fragili come la memoria.
Un anno, la zia cattolica decise di celebrare Diwali con un altare alla dea e il tradizionale piatto rituale. Provavano a cantare i canti devozionali, senza ricordare bene le parole. Ma ciò che restava vivo nella memoria, scrive Sonali, era la condivisione, la fede nella famiglia e l’amore per una cultura comune. «C’era una bellezza nella diversità disordinata dell’India, che i fondamentalisti hindu temono perché potrebbe indebolire il loro potere politico».
Permetteremo che quest’India svanisca?
Articolo pubblicato su Scroll.in il 14 dicembre 2024
Ph Jodhpur, Rajasthan (India) © Anirudh via Unsplash
Harsh Mander
Attivista per i diritti umani, scrittore e direttore del Centre for Equity Studies di Delhi
