Home Editoriali Quando le parole non bastano, parlino i gesti

Quando le parole non bastano, parlino i gesti

di Paolo Naso (Politologo, Centro Studi Confronti) e Brunetto Salvarani (Teologo, Facoltà Teologica dell'Emilia-Romagna)

Le parole sono finite. Le immagini scheletriche dei bambini gazawi, l’incertezza sul destino di ostaggi che per quanto ne sappiamo potrebbero essere stati trucidati dai miliziani di Hamas o uccisi dalle bombe dell’Idf, l’esplicita intenzione del governo presieduto da Netanyahu di occupare ciò che resta della striscia di Gaza e le voci su una possibile annessione della Cisgiordania, ci stanno dicendo tutto quello che c’è da dire. Discutere sui termini da adottare – se si tratti di genocidio o di crimini di massa – ci pare un esercizio retorico oggi poco utile, di fronte alla morte, alla fame, alla violenza reiterata su persone e popoli; di fronte all’aumento esponenziale di un antisemitismo tanto stupido quanto razzista e violento; di fronte a un’islamofobia gretta e ignorante che scorge un terrorista in ogni palestinese.

Davanti a questo scempio di umanità, i discorsi della comunità internazionale suonano vuoti e scarsamente credibili. Anche chi oggi, in colpevole ritardo rispetto alla storia e al diritto internazionale, afferma di voler riconoscere lo Stato palestinese sostiene una causa ovviamente giusta, ma ormai tristemente inadeguata. Oggi questo Stato non lo vediamo, né riusciamo a immaginarlo: non si vede neppure quell’embrione di Stato che si stava costruendo dopo gli accordi di Oslo del 1993. Saranno stati fragili e firmati senza convinzione, carichi di ambiguità e smentiti da una catena di eventi che comprende una tragedia troppo velocemente archiviata come l’assassinio di Rabin per mano di un estremista ebreo nel 1995 e nuove intifade, questa volta integralmente violente e caratterizzate dall’uso del terrore, ma sono stati il punto d’arrivo di un lungo e complicatissimo processo. Dopo, c’è stato solo sangue, solo orrore. Anche queste, però, sono parole, e oggi le parole non bastano più.

Nei giorni dell’odio reciproco, dell’incomunicabilità e della crisi di ogni forma di dialogo, è in ogni caso essenziale cercare segnali in controtendenza. Che stanno fiorendo nel deserto: provengono dagli israeliani che scendono in piazza, dai generali e dagli uomini dell’apparato di sicurezza che denunciano l’inconsistenza della strategia militare del governo, dagli intellettuali, come lo scrittore David Grossman, che nel buio di questi tempi accendono una luce di ragionevolezza; dai palestinesi che lanciano, nonostante tutto, messaggi di speranza – come fanno? – e parlano di pace. E da noi stessi, che non vogliamo rassegnarci a essere inermi spettatori di una vicenda di cui conosciamo già l’epilogo. Da noi che non rinunciamo a ritenere, per le nostre chiese, il dialogo con il mondo ebraico e con l’islam elementi chiave della nostra identità di cristiani.

E allora ci permettiamo di avanzare una modesta proposta alle reti ecumeniche, di dialogo interreligioso e interculturale di cui la rivista e il Centro studi Confronti più volte sono state il perno. In una stagione in cui troppe parole producono solo confusione e suonano insensate e retoriche, facciamoci promotori di un gesto che guarda al futuro nel linguaggio biblico della profezia, un minuscolo progetto concreto capace di anticipare un cambiamento necessario, assai più grande e oggi purtroppo irrealistico. Se non si può fare di più, bisogna almeno essere testimoni di ciò che accade, condividere esperienze di incontro e dialogo con chi soffre, costruire una comunicazione empatica e responsabile. In sintesi, bisogna esserci.

Ecco la proposta: così com’è accaduto con i corridoi umanitari, cattolici e protestanti, e con loro altre donne e altri uomini di buona volontà, di qualsiasi fede religiosa o non, potrebbero avviare insieme una comunità che operi inizialmente in un villaggio della Cisgiordania e, quando ci saranno le condizioni, a Gaza. Non pensiamo a un ufficio né a una Ong, ma a una semplice comunità di servizio in cui si alternino giovani e meno giovani di diverse confessioni e provenienze, che vivano con i palestinesi, dialoghino con gli israeliani aperti e disponibili, raccontino ciò che vedono e ci aiutino a essere utili, a promuovere campagne di soccorsi e di educazione alla pace e alla convivenza. Questa esperienza può essere la scintilla che mette in moto un processo più ampio e impegnativo, che implichi l’avvio di una comunità di servizio che viva tra i palestinesi e gli israeliani in uno spirito di dialogo e di ricerca della pace più giusta possibile. Certo, siamo consapevoli dei rischi che una tale prospettiva porta con sé, ma già solo il fatto di discuterne ci sembra importante. E sappiamo che oggi essa può apparire un sogno irrealistico: ma anche il sogno di padre Bruno Hussar, quello di un Villaggio della pace in cui abitino rispettandosi ebrei e palestinesi, mezzo secolo fa sembrava un sogno folle. Eppure quel sogno si è realizzato, e oggi si chiama Neve Shalom Wahat al-Salam, Oasi di pace. Come si sono concretizzati i sogni di quelle associazioni israeliane e palestinesi che hanno scelto di lavorare insieme e che abbiamo incontrato di nuovo in Italia nel quadro del progetto Fermiamo l’odio, aiutiamo i costruttori di pace promosso dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia in collaborazione con Confronti.

Ph © Xiangkun ZHU via Unsplash

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Paolo Naso

Politologo, Centro Studi Confronti

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Brunetto Salvarani

Teologo, Facoltà Teologica dell'Emilia-Romagna

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