di Albertina Sanchioni. Giornalista freelance
Slah Abdullah Mounir, 23 anni, è detenuto in Italia con l’accusa di essere uno scafista dopo essere stato costretto a guidare un’imbarcazione per salvarsi dalla Libia. Come lui, decine di migranti vengono incriminati ai sensi dell’art. 12 del Testo unico sull’Immigrazione. Una norma che troppo spesso finisce per criminalizzare chi tenta soltanto di sopravvivere.
Slah Abdullah Mounir ha 23 anni ed è originario del Sudan. È partito da casa poco più che maggiorenne, diretto verso la Libia. Come molti altri migranti in transito, è stato sequestrato, detenuto, sfruttato e torturato. Per sopravvivere alle violenze subite, è stato costretto a lavorare senza compenso e, parallelamente, a cercare un secondo impiego per mettere insieme il denaro necessario a pagarsi il viaggio verso l’Europa.
Prima della partenza, Mounir viene rinchiuso con un connazionale minorenne, M.A., in una stanza insieme a quattordici cittadini bengalesi, futuri compagni di traversata. È una fase di attesa e costrizione. Il giorno stabilito, il gruppo viene accompagnato su un’imbarcazione di circa sette metri, equipaggiata con due motori fuoribordo. I due sudanesi sono gli unici a parlare arabo, come gli uomini libici che organizzano la partenza: a loro vengono affidati un telefono satellitare e un gps. Secondo quanto riferito da Mounir, i trafficanti indicano la rotta verso l’Italia e minacciano il gruppo: partire o essere uccisi.
LO SBARCO E IL CARCERE
Il gruppo sbarca il 31 ottobre scorso a Brancaleone, in Calabria. L’identificazione da parte delle forze dell’ordine è immediata. I due sudanesi, unici africani a bordo, vengono individuati come presunti scafisti. Gli altri passeggeri, tutti bengalesi, vengono ascoltati dai carabinieri. Due di loro testimonieranno successivamente anche davanti ai giudici.
Durante l’udienza, il sostituto procuratore presso il Tribunale per i minorenni chiede a uno dei testimoni se i due sudanesi fossero effettivamente gli scafisti. La risposta è negativa: erano tutti migranti partiti insieme dalla Libia, senza alcun trafficante a bordo.
M.A., il ragazzo sudanese minorenne, viene allora scarcerato dal Tribunale per i Minorenni. Mounir, con le stesse accuse, resta in carcere. «Mi sembra quantomeno ingiusto e in contraddizione con quello che è emerso che di questi due ragazzi uno è libero e addirittura scagionato dai magistrati del Tribunale per i Minorenni e l’altro che ha la identica posizione del minore sia ancora in carcere», commenta l’avvocato Gianfranco Liberati, difensore di Mounir.
Come lui tanti e tante restano oggi nelle carceri italiane, accusati ingiustamente di essere scafisti, giudicati secondo l’articolo 12 del Testo unico sull’Immigrazione. Si tratta della norma che punisce il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e che viene generalmente contestata a chi risulti aver assunto un ruolo, anche minimo, nella conduzione o nella gestione dell’imbarcazione. La norma non distingue tra membri di reti criminali e migranti che, per necessità o sotto costrizione, si trovano a contribuire alla traversata. Non è richiesto il fine di lucro affinché il reato si configuri: anche chi riceve un gps o un telefono satellitare, traduce istruzioni o tiene la rotta può essere accusato. La pena base è la reclusione da due a sei anni e una multa di 15mila euro per ogni persona trasportata; ma se ricorrono alcune circostanze aggravanti — come il numero dei passeggeri, il pericolo per la loro vita, o i trattamenti inumani subiti — la pena può salire da sei a sedici anni. Le sanzioni sono state inasprite dal cosiddetto Decreto Cutro, approvato dal Governo Meloni lo scorso marzo 2023. In caso di naufragi o morti, si aggiungono anche accuse come l’omicidio colposo o la morte come conseguenza di altro delitto, con pene che possono arrivare fino all’ergastolo. In questo contesto normativo, la posizione di Mounir viene valutata sulla base di elementi come il possesso degli strumenti di navigazione, la conoscenza della lingua araba e le testimonianze dei passeggeri.
«Si parla di scafisti senza tenere conto che quelli che, in qualche modo, a qualsiasi titolo, consapevoli o inconsapevoli, sono alla guida della barca, corrono i medesimi rischi dei passeggeri. Quindi nulla hanno a che vedere questi cosiddetti scafisti con i trafficanti, che sono cose diverse», continua l’avvocato Liberati, che ha seguito più di 200 casi simili. È stato anche il difensore di Maysoon Majidi e Marjan Jamali, oggi libere dopo un lungo periodo passato nelle carceri italiane.
I NUMERI DEGLI ARRESTI: CHI SONO DAVVERO GLI “SCAFISTI”?
Nel corso del 2024 sono state 106 le persone fermate in Italia con l’accusa di aver facilitato l’immigrazione irregolare: la stragrande maggioranza di questi arresti è avvenuta subito dopo lo sbarco. I dati non sono pubblici, ma Arci Porco Rosso, associazione attiva a Palermo, attraverso la piattaforma Dal mare al carcere, insieme a Alarm Phone, Borderline Sicilia e Borderline-europe, raccoglie le informazioni parziali disponibili dalle fonti ufficiali, per lo più la polizia di Stato, e le aggrega con gli articoli pubblicati sulla cronaca italiana e con le informazioni raccolte dalla rete di avvocati e avvocate che con loro collaborano in maniera sistematica.
La maggior parte di coloro che sono stati accusati di “scafismo” provengono dall’Egitto (35%), seguiti dai tunisini (16%) e da quanti provengono dall’Africa orientale (17%), tra cui il Sudan, nazionalità di Mounir. Complessivamente, nel corso dell’anno passato è stata arrestata una persona ogni 600 arrivi via mare in Italia.Arci Porco Rosso segue al momento 128 persone criminalizzate per aver facilitato l’immigrazione irregolare tramite rotte marittime. Più della metà si trova in Sicilia, tra Agrigento e Palermo. C’è poi la differenza di nazionalità tra i passeggeri a bordo, come accaduto nel caso di Mounir: le forze dell’ordine in Italia ritengono spesso che «se una barca di migranti è popolata da un’etnia, a esclusione di uno o due passeggeri, questi ultimi sono gli scafisti. Spesso l’identificazione della minoranza – e quindi del colpevole – procede sulla base del colore della pelle», denuncia l’associazione.
TESTIMONIANZE A RISCHIO: LE E CRITICITÀ DELLE IDENTIFICAZIONI
L’identificazione dei presunti scafisti avviene per lo più attraverso i racconti degli altri passeggeri a bordo, sentiti come persone informate sui fatti nei momenti immediatamente successivi allo sbarco. La metodologia con cui le accuse vengono raccolte lascia spazio a dubbi e perplessità sulla veridicità di quanto raccontato. «Questo delle testimonianze rese nell’immediatezza dei fatti è uno scandalo», racconta l’avvocato Liberati. «Quasi sempre coloro che rilasciano le dichiarazioni si rendono irreperibili e tutto si imposta su queste dichiarazioni, così come quello di Maysoon Majidi e di Marjan Jamali e di tutti gli altri», continua il legale.
Secondo quanto ricostruito da Arci Porco Rosso, «sulle navi grandi della Guardia Costiera, i testimoni vengono individuati contestualmente ai presunti scafisti, nel senso che i militari della Guardia Costiera chiedono a gruppi di passeggeri chi guidava la barca, finché non viene raggiunto un numero predefinito di persone che rendono dichiarazioni concordanti e vengono separate dagli altri». L’associazione denuncia la fretta con cui le forze dell’ordine individuano gli “scafisti”, in alcuni casi promettendo “accoglienza e permesso di soggiorno” in cambio dell’identificazione del presunto capitano, senza specificare che sono diritti spettanti ad ogni richiedente asilo, al di là della collaborazione nelle indagini giudiziarie. «In un caso, un cittadino nigeriano ci ha raccontato che gli agenti della polizia gli avevano promesso che con la sua dichiarazione accusatoria si sarebbe guadagnato l’opportunità di andare a scuola e avere un letto in un centro di accoglienza», racconta l’associazione siciliana. In altri casi, le pressioni avvengono da più parti: «una dottoressa egiziana, unica donna nella sua traversata, è andata in udienza e ha detto davanti ai giudici che lei è stata costretta dai mediatori e dagli operanti di Polizia giudiziaria presenti a individuare e a indicare quelli che secondo loro erano gli scafisti e lei si è rifiutata. Questa donna ha avuto la forza e il coraggio di dire queste cose. Ma quanti di questi dichiaranti sono costretti o sono in qualche maniera vessati per poter affermare e accusare degli altri? Non lo sapremo mai», denuncia Liberati.
CRIMINALIZZARE CHI FUGGE O COLPIRE CHI LUCRA?
Nonostante venga spesso presentato come l’unico strumento per colpire le reti criminali che speculano sulle migrazioni, l’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione sembra colpire soprattutto chi migra, più che chi lucra davvero sulle rotte. Lo dicono i numeri: secondo i dati ottenuti da Altreconomia, tra il 2004 e il 2021 oltre 37.600 persone sono state denunciate per favoreggiamento dell’ingresso irregolare, ma solo 6.300 con l’aggravante del “fine di profitto”. Meno di due su dieci, quindi, avrebbero agito per arricchirsi. Una sproporzione che si riflette anche nei procedimenti giudiziari. L’avvocato Liberati denuncia una tra le tante letture estensive della norma: il caso di un giovane appena maggiorenne, condannato a quattro anni e due mesi per aver distribuito cibo a bordo di un gommone con cui stava fuggendo dalla Libia insieme al padre. «Il papà è stato costretto a fare il capitano per scappare, e si è portato il figlio con sé. Qual è stata la colpa di questo ragazzo? Di aver contribuito a distribuire il cibo», racconta.
L’ultimo caso recente che ha smosso diverse ong e associazioni impegnate sul tema è quello di Alaa Faraj, uno degli 8 ragazzi condannati per la “strage di ferragosto” del 2015, quando persero la vita 49 persone attraversando il mediterraneo. Partito quando ne aveva 19 dalla Libia, suo Paese natale, oggi ne ha 30, ed è detenuto nel carcere di Palermo. In Libia, Alaa studiava ingegneria ed era una stella del campionato calcistico. Scappa subito dopo lo scoppio della guerra civile nel 2014, insieme ad altri tre amici e compagni calciatori professionisti. I quattro ragazzi libici, più altri quattro che erano sulla barca con loro, sono stati tutti condannati tra i 20 e i 30 anni di carcere, ma si sono dichiarati innocenti. Il 12 giugno scorso, la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai legali di Alaa Faraj, che chiedevano la revisione del processo. La sua legale, Cinzia Pecoraro, denuncia anche in questo caso come il riconoscimento degli scafisti e la raccolta delle testimonianze sia avvenuto in maniera frettolosa subito dopo lo sbarco, in una situazione già aggravata dalla tragedia a cui i 300 superstiti soccorsi al largo di Lampedusa avevano assistito. Pur nel rispetto delle sentenze emesse dalla magistratura, sono dunque le molte associazioni evidenziano le criticità del sistema di identificazione e attribuzione di responsabilità, che rischia in alcuni casi di colpire anche chi non ha avuto ruoli direttivi nei viaggi o ha agito sotto costrizione. E alla luce di questi numeri e testimonianze, torna a galla un interrogativo che attraversa ormai da anni il dibattito pubblico: la legislazione in vigore sta davvero perseguendo i trafficanti, o rischia piuttosto di criminalizzare chi fugge?
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Albertina Sanchioni
Giornalista freelance
