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Goffredo Fofi

di Michele Lipori

di Michele Lipori per tutta la redazione e la famiglia Confronti.

Quando abbiamo conosciuto Goffredo Fofi, portava già con sé il suo inseparabile bastone, che agitava con fare giocosamente minaccioso. Ma ciò che ci “colpiva” di più era il suo modo di rimanere curioso, attento – con uno sguardo quasi “da fanciullo” – nonostante avesse attraversato decenni di storia, di cultura e di lotte.

In un tempo in cui molti, indifferentemente dall’età, tendono a ripiegarsi su sé stessi, Goffredo conservava una qualità rara: la capacità di mescolarsi con ciò che lo circondava, di accogliere idee nuove e rilanciarle, senza mai smarrire la bussola delle proprie convinzioni. Anche per questo, per noi, è stato un maestro fuori dagli schemi dell’“intellettuale cattedrato”: uno di quelli che si rifiutano di invecchiare nel pensiero.

La foto che pubblichiamo qui a fianco, che ci è stata donata proprio da Goffredo, lo racconta da giovane: è il ragazzo sorridente sulla destra con un bambino in braccio, accanto a Giovanni Mottura, compagno di tante lotte conosciuto tra il 1956 e il 1957, durante l’esperienza con Danilo Dolci. Una foto emblematica che già allora parlava dei suoi tratti autentici e distintivi: il suo amore per i giovani e la costante attenzione per gli “ultimi”.

Non a caso, nell’ultimo anno ha curato su Confronti la rubrica A squola, dove raccontava figure del mondo dell’educazione e della cultura capaci di parlare al margine, lontano dai modelli dell’indottrinamento e prima ancora, con le rubriche Ribelli e Ieri e oggi ci aveva accompagnato tra biografie di donne e uomini che avevano saputo rompere con l’esistente, aprendo spazi a nuove possibilità. Sempre dalla parte di chi osa, di chi non si accontenta.

Dopo la sua scomparsa, avvenuta l’11 luglio, sono state dette molte cose su di lui. Ma forse ciò che per noi meglio definisce Goffredo è la sua capacità di creare – o quantomeno immaginare – connessioni. Detestava il culto dell’“io”, tanto nella cultura quanto nelle lotte politiche. Per questo amava le riviste – un’esperienza che definiva “orgiastica” – perché rappresentavano uno spazio collettivo, dove al centro c’era il “noi”.

Un “noi” in cui i giovani avevano un posto come interlocutori da ascoltare, con cui confrontarsi. E se talvolta poteva essere severo – soprattutto con chi appariva troppo “tiepido” – le occasioni in cui ha promosso un dialogo intergenerazionale sono innumerevoli.

Nel mondo di Com Nuovi Tempi prima, e di Confronti poi, Goffredo trovò una casa aperta al confronto tra minoranze religiose e laiche, tra protestanti e cattolici, tra credenti e non credenti. Quell’incontro “poco vistoso ma profondo” tra mondi spesso marginalizzati nel discorso pubblico fu, per lui, un potente segno di speranza.

Lo ha ricordato anche nel libro Com Nuovi Tempi, erano solo 50 anni fa (Com nuovi tempi, 2024): «Dopo il 1945, il dialogo tra i cattolici e i protestanti fu in qualche modo parallelo a quello tra i democristiani e i comunisti, dapprima conflittuale e poi pronto all’incontro, al “compromesso”. E ci sembrò ovvio, per esempio, che i protestanti fossero ben presenti nelle iniziative culturali e politiche più avanzate del tempo: un dialogo necessario, un dialogo che dette per un tempo grandi frutti e sul quale si basarono tante speranze comuni».

Goffredo non era un nostalgico, ma non nascondeva il rimpianto per gli anni in cui sembrava davvero possibile cambiare il mondo. Il ’68, la stagione delle grandi riforme, i movimenti nonviolenti, il cinema come mezzo di trasmissione di cultura per le masse popolari, la cultura come mezzo per cambiare il mondo. Tutto questo, per lui, valeva la pena di essere condiviso, anche con le nuove generazioni.

Come una sorta di “pescatore di perle” – per usare l’appellativo che Hannah Arendt rivolgeva a Walter Benjamin – Goffredo amava cercare ciò che era stato dimenticato, marginalizzato, rimosso per restituirlo con cura a chi “veniva dopo”. La cultura, per lui, non era mai intrattenimento né accademia: era uno strumento per leggere la realtà e provare a trasformarla.

Nella puntata di Protestantesimo andata in onda su Rai3 il 18 dicembre 2024, per i 50 anni dalla fondazione di Com Nuovi Tempi, Goffredo ricordava l’intuizione di dom Franzoni e di Giorgio Girardet come una “forma di resistenza” che aiutò lui e altri intellettuali a non arrendersi alla disgregazione post-’68. In quella esperienza vedeva non una risposta “religiosa” in senso stretto, ma un’azione morale e culturale capace di contrastare il cinismo del capitalismo, già allora “vincente”.

Pensando a Goffredo ci viene in mente un passo della Favola d ’amore di Hermann Hesse: quando l’albero Pictor perde la capacità di trasformarsi, inizia a invecchiare e a rattristarsi. È il dono della metamorfosi a tenere viva la bellezza e la gioia. Goffredo, fino all’ultimo, ha conservato questo dono: ha continuato a trasformarsi, a immaginare, a progettare. Non si è mai seduto nella cattedra del “maestro”, ma si è lasciato coinvolgere, provocare, cambiare. È questo che ci mancherà di più: quella sua energia sempre aperta al possibile.

Cantava Bob Dylan, a cui anche Goffredo ha dedicato pagine appassionate su Confronti:
May your hands always be busy,
May your feet always be swift,
May you have a strong foundation When the winds of changes shift.
May your heart always be joyful,
May your song always be sung,
May you stay forever young.
Ebbene, Goffredo, a suo modo, è davvero rimasto “per sempre giovane”.

Ph. Goffredo Fofi (a destra) e Giovanni Mottura (a sinistra) a Partinico (Palermo, 1956-57) © Archivio Confronti

Immagine di Michele Lipori

Michele Lipori

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