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Il dolore dei bambini, invisibile agli adulti

di Salvatore Piromalli

di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale

Sebbene gli adulti tendono a disconoscerlo, il dolore dei bambini appare come un’esperienza assoluta, senza mediazioni razionali o filosofiche: radicale, muta, incomunicabile. Riferimenti biblici, letterari e artistici mostrano come scrittori e poeti abbiano cercato di restituire voce a quella sofferenza, in contrasto con l’“anestesia” degli adulti.

«Sono cresciuto» rispose, «è questa la nostra possibilità quando il tempo passa e si diventa grandi. Non è che il dolore sia minore. Ma si diventa più bravi a sopportarlo».
Peter Høeg, I quasi adatti

Sotto sotto, tutti pensiamo inconfessabilmente che la sensibilità piena al dolore si perfeziona da grandi, nella maturità dell’esistenza, quando tutte le fibre del dolore vengono colte, assunte, pensate, interpretate, sofferte. Non che soffrano “solo” gli adulti, ma il loro pathos è in un certo senso più completo, andando di pari passo con il sapere, l’esperienza del dolore, la consapevolezza dell’irrimediabilità del male. Chi non sa e non è consapevole soffre, certamente, forse persino in maniera più primitiva e selvaggia, è totalmente esposto al non senso del dolore, ma non sapendo cosa esso sia nella sua intima essenza, rimane per qualche aspetto tutelato da esso, esposto e allo stesso tempo protetto: non conosce lo spessore incommensurabile del dolore, la sua ampiezza e la sua profondità, ne ignora le ragioni, ne disconosce le radici e gli intrecci sotterranei con la condizione umana. 

IL DOLORE “PERFETTO”

Eppure, a nostro avviso, non sono i grandi a soffrire più a fondo e più compiutamente, ma sono i bambini (e gli animali). A dare compimento e “perfezione” al dolore non è il sapere, la filosofia matura del dolore, bensì il farne esperienza senza le sovrastrutture della coscienza e della conoscenza, l’essere coinvolti da qualcosa che «ci incontra, ci sopraggiunge, ci sconvolge e ci trasforma» (M. Heidegger). È la pura esposizione al non senso del dolore che fa la perfezione del dolore, e questa perfezione è ciò che si realizza nell’esperienza infantile (e animale) del dolore. 

“Il dolore perfetto” (dal titolo di un romanzo di Ugo Ricciarelli) è il dolore che – quando è sentito e per tutto il tempo che dura, un attimo o una vita intera – non ha vie d’uscita, né spiegazioni, né soluzioni intellettuali o interpretazioni filosofiche. È un dolore chiuso, incomunicabile, indicibile e muto, un grumo “mistico” di dolore serrato al centro dell’essere, che solo il grido o il sintomo o il trauma possono proferire, esprimere e condensare, un coacervo di dolore tutto raccolto in un punto senza dimensioni, distensioni, frammentazioni, articolazioni. Il dolore dei bambini è il dolore allo stato puro, il dolore insensato, l’assurdità assoluta del dolore, il dolore sciolto da ogni possibile spiegazione e comprensione.

Giobbe, Léon Bonnat (1833–1922)

Giobbe, mentre pativa le prove inattese di Dio senza un perché, prostrato dalla solitudine e dallo sconcerto, era improvvisamente ricondotto a una dimensione prossima alla vulnerabilità infantile: esposto a un dolore che non poteva appoggiarsi a nessuna ragione, un dolore senza appiglio, senza logica e senza rimedio, senza ragione e senza speranza. Il dipinto di Léon Bonnat (1880, Musée d’Orsay, Parigi) esprime drammaticamente – nella posa ostentata e neotenica di Giobbe, nella sua nudità oscena e assoluta, nel suo corpo piegato e umiliato dalla sofferenza – l’analogia iconica con il bambino, al di là di ogni incongruenza anagrafica: Giobbe è un corpo-bambino con la testa barbuta di un vecchio. Eppure, il Giobbe che si ribella a Dio era un infante privilegiato: se in-fans è – alla lettera – colui che è privo di parola, Giobbe aveva ancora la possibilità di contrapporre a Dio le sue ragioni, di rivolgere all’indirizzo di Dio una domanda lanciata come sfida, una parola di rabbia e frustrazione che chiede conto all’Assoluto di tutta quella sofferenza insensata, lo chiama a risponderne, a dare una spiegazione e un motivo. «Per quale scopo hai fatto di me il Tuo bersaglio, sì da rendermi un peso a me stesso? Fammi sapere di che cosa mi accusi!»: Giobbe si lamenta, grida, reclama e proclama il suo scandalo, pretende una corrispondenza con Dio. 

Il dolore del bambino – vero in-fans – non ha parole e nessun Dio come interlocutore. È solo un grido aperto sul “fuori” neutro e disabitato del mondo. Il dolore dei bambini è “Uno” concreto e solido, non conosce dualismi tra corpo e anima, tra soma e psiche, tra sensazioni fisiche e contorcimenti mentali. Ogni fitta di dolore – i morsi della fame o gli spasmi delle ferite, l’angoscia d’abbandono o il terrore del buio e del nulla – è dolore del corpo-psiche nella sua interezza, unità indissolubile del dolore, dolore completo, superficiale e profondo, dolore senza aggiunte e specificazioni. Il dolore perfetto a cui non manca nulla. Esperienza assoluta, tutta presente, intensiva, compatta, del dolore.

TRA GUERRA E TRAUMA

Un bambino di Gaza sotto le bombe, con negli occhi macerie e distruzioni infinite, senza più casa, genitori, cure, affamato e assetato, malato e denutrito, gettato in un tempo senza presente e senza avvenire, tiene dentro di sé il dolore perfetto senza aggettivazioni. Un dolore che non può essere oggetto di pensiero, concentrato nel sentire profondo che tiene in ostaggio tutto l’essere, dolore che non risparmia niente, che non tutela nulla. Dolore e basta. Haidar al-Ghazali, poeta ventenne di Gaza: «La bambina il cui padre è stato ucciso / mentre portava un sacco di farina / sulla schiena / continuerà a gustare / il sangue di suo padre / in ogni pane» (AA.VV., Il loro grido è la mia voce. Poesia da Gaza, Fazi Editore, 2025).

Una bambina ucraina sradicata, la cui breve vita è un accumulo indefinito di esili e di diaspore, di lutti e di sogni agitati, di tumulti dell’anima e di traumi profondi, di ricordi spezzati di luoghi, giochi, riti quotidiani, presenze, affetti: quella bambina rappresenta il dolore allo stato puro, un dolore assoluto, cieco e sordo, un dolore autoreferenziale che sente solo se stesso e che ritorna su se stesso in circolo, dopo ogni consolazione e compassione possibile. Un dolore che resta e perdura nel tempo lungo dell’esistenza, nella protrazione del trauma e del ricordo.

Creature abusate, costrette e sfruttate nella loro sensibilità e vulnerabilità, nella loro delicatezza ontologica, esseri fragili che trattengono dentro per anni – senza parole e sulle soglie della memoria interdetta – il dramma muto della violazione, il guscio scuro e pervicace della rimozione e del trauma. Quei bambini sono scavati dall’abisso del dolore e continueranno a sopravvivere sull’orlo dell’abisso, tutta la loro vita gira intorno a un vuoto delicato e tremendo, che torna e ritorna negli incubi notturni e nell’anarchia incomprensibile delle tonalità emotive. Un dolore somatizzato, mimetizzato, che si annuncerà dissimulandosi in una timidezza irreparabile e in un eccessivo pudore, che ristagnerà nella morsa acida del rancore e del risentimento, che si sublimerà rinascendo nella creazione artistica ed estetica, che si contrarrà nell’ostinazione di una solitudine che non passa, in quel tremendo «non appartenere a nessun luogo e a nessuna creatura», come succede a David, il bambino protagonista del romanzo di Torey Ayden, La cosa veramente peggiore.

LA VOCE DEL DOLORE DEI PICCOLI IN LETTERATURA

Che cosa c’entrano i bambini col dolore? – si chiedeva il ribelle Ivan Karamazov nel romanzo di Dostoevskij. E di fronte alla sofferenza e all’agonia ingiustificata di un bambino, tutti diventiamo Rieux nel romanzo La peste di Camus: «il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, ossia uno scandalo», mentre arduo diventa acconsentire all’invito di padre Paneloux: «È rivoltante in quanto supera la nostra misura. Ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire». Amare quello che non si può capire, quello che esula dalla nostra comprensione umana: non è forse questa la santità e la via del mistico?

Ci sono scrittori e scrittrici che hanno cercato di dire crudamente il dolore dei bambini dal punto di vista dei bambini. Peter ha 14 anni, e dopo varie peregrinazioni da un istituto all’altro, approda in una scuola sperimentale di Copenaghen, dove gli ospiti vengono sottoposti a uno “speciale” programma di reinserimento. Su questo sfondo si snodano le vicende drammatiche di alcuni bambini quasi adolescenti, I quasi adatti del romanzo di Peter Høeg (Mondadori, 1996). Bambini orfani e soli, ritenuti portatori di una forma di ritardo o disagio o differenza, emarginati dal mondo e caduti fuori dal tempo (non ci sono orologi nell’istituto dove vivono come in un labirinto), sottoposti a regole rigide, ferree, incomprensibili, inventate da adulti che figurano e scompaiono come fantasmi o come giudici o come despoti. Il romanzo (forse autobiografico) esprime mirabilmente la distanza incolmabile tra il dolore dei bambini e l’anestesia degli adulti, un’insensibilità che nasce dall’impossibilità di immaginare – prima ancora che di “sentire” – in quale gorgo di sofferenza è ricacciato il bambino, costretto a circoscrivere l’angoscia con escamotage che funzionano come dispositivi di pura sopravvivenza e, talvolta, di invenzione di forme di resilienza del tutto impossibili agli adulti, tra angoscia e ricerca di una risicata ma vitale speranza. 

Un altro romanzo spaesante e conturbante sul dolore dei bambini è quello di Agota Kristof, Trilogia della città di K. Con uno stile di scrittura che Giorgio Manganelli definisce efficacemente «una prosa di perfetta, innaturale secchezza, una prosa che ha l’andatura di una marionetta omicida», in tre racconti la Kristof ci restituisce una favola nera che ha stravolto molti lettori, ma che proprio per questo ha il merito di introdurre traumaticamente nel mondo adulto – anestetizzato, ovattato, indifferente, insensibile – un mondo “altro”, quello dei bambini, del loro dolore e del loro modo di assumerlo, di viverlo, di elaborarlo, di tradurlo in parole e racconto.

Al di là di facili sentimentalismi e compassionevoli empatie, la domanda è una sola: che spazio c’è per il dolore dei piccoli nel mondo dei grandi? E quale ascolto è riservato a quel dolore acuto e perfetto? Come vivono nel mondo degli adulti – accanto agli adulti, ma da perfetti estranei – i bambini? Come ne percepiscono gli eventi insensati, la guerra, la crudeltà, l’ingiustizia, l’ipocrisia? Qual è la loro singolare sensibilità alle cose del mondo, alle sue bellezze e alle sue brutture? Con quali occhi e con quali speciali recettori estetici sperimentano il mondo fatto a misura degli adulti, mondo unidimensionale che non lascia spazio a un “altro” sentire?

È forse sulla scorta di questi l’interrogativi che Paolo Ruffini (attore e conduttore televisivo) ha deciso di dare la parola ai bambini, in programma coraggioso, le cui puntate sono disponibili su YouTube, Il babysitter: bambini e bambine chiamati a dire quello che pensano del mondo dei grandi, di quello che hanno intorno e che fanno fatica a capire e accettare. Un mondo che i piccoli vivono e soffrono invisibilmente, al di là di ogni ipotesi interpretativa degli adulti, e che risuona nelle loro commozioni improvvise, o nei loro silenzi.

Il merito di Ruffini e degli scrittori che ho citato è di aver ritenuto il “sentire” dei bambini meritevole di attenzione e di ascolto, degno di essere interrogato e raccontato per far emergere l’inedito e l’inatteso, qualcosa di singolare che non sappiamo e che presumiamo di sapere, ma al prezzo di costringere la sensibilità infantile nei nostri poveri schemi adulti: disincantati e giudicanti, anestetizzati e spenti. 

Ph. Robert Guss via Unsplash

Immagine di Salvatore Piromalli

Salvatore Piromalli

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